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Il 18 marzo Vincenzo Dongellini uccise la moglie nella loro villetta di Valtesse, processo al via in Corte d’Assise il 15 settembre. La madre della vittima: “Quando è entrato in aula ho abbassato la testa, il mio dolore non si può spiegare”

Bergamo. “Quando è entrato ho abbassato la testa. Non volevo guardarlo. L’ho appena intravisto e aveva quasi un sorrisino, come se non fosse successo niente”. È la prima immagine stampata nella mente di Lia Ventura all’uscita dal tribunale di Bergamo, dove, pochi istanti prima, si è ritrovata di nuovo a pochi passi da Vincenzo Dongellini, l’uomo che lo scorso 18 marzo ha ucciso con 19 coltellate sua figlia Valentina Sarto nella loro villetta di via Pescaria, nel quartiere di Valtesse. I due si erano sposati appena dieci mesi prima.

Per la madre di Valentina, accompagnata dal marito e dal figlio Simone, il peso è stato quasi insostenibile. A un certo punto ha dovuto lasciare l’aula, sopraffatta da un dolore che il tempo non sta alleviando. Il gup Laura Garufi ha respinto la richiesta di rito abbreviato, condizionato da una perizia psichiatrica, presentata dall’avvocata Stefania Battistelli, difensore dell’imputato. Sarà ora la Corte d’Assise a giudicare il caso. Il dibattimento prenderà il via il prossimo 15 settembre.

In aula erano presenti anche il pubblico ministero Antonio Mele, titolare dell’inchiesta, gli avvocati di parte civile Marco Mirabile, che assiste la madre della vittima, ed Elisa Montresor, legale del padre Vincenzo e del fratello Simone. Presente anche Marcella Micheletti, responsabile dell’area legale della Fondazione Tina Lagostena Bassi, “l’avvocata delle donne”, costituitasi parte civile nel procedimento.

Senza addentrarsi in particolari tecnicismi, il rito abbreviato chiesto dalla difesa non è stato ammesso perché il procedimento riguarda un delitto per il quale è prevista la pena dell’ergastolo. Ovvero, il nuovo reato autonomo del femminicidio introdotto dalla legge n. 181 del 2025 con l’articolo 577-bis del codice penale, che rende questo caso il primo in provincia di Bergamo sottoposto a questo emendamento. La norma punisce chi uccide una donna “in quanto donna”, quando il delitto è legato a motivi di odio, dominio, controllo, possesso o al rifiuto della fine della relazione affettiva.

Ora non resta che attendere il processo. “Voglio l’ergastolo per lui”, afferma mamma Lia. La voglia di giustizia per la figlia è forse l’unico motore che la fa andare avanti. “Il suo sorriso mi resterà dentro per sempre. Lei era la mia forza. Dormo poco, mangio poco, mi si chiude lo stomaco. È un dolore inspiegabile, difficile da accettare”.