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Sovraffollamento delle carceri, a Bergamo 600 detenuti per 320 posti

L’iniziativa “Alleanza per l’articolo 27 della costituzione” riporta al centro del dibattito le problematiche legate della detenzione

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri” affermava Voltaire. La giornata di mobilitazione nazionale promossa dall’”Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” – che ha organizzato visite della società civile e delegazioni in 29 città coinvolgendo 35 istituti penitenziari italiani – ha interessato anche Bergamo, dove ieri pomeriggio si è tenuta una conferenza stampa di Associazione Carcere e Territorio Bergamo davanti ai cancelli della casa circondariale “Don Fausto Resmini”.

Oltre al vicepresidente di Carcere e Territorio Gino Gelmi, erano present il consigliere regionale PD Davide Casati, l’assessora del Comune di Bergamo alle Politiche Sociali Marcella Messina, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Valentina Lanfranchi, don Roberto Trussardi Direttore della Caritas Diocesana Bergamasca, Giacomo Invernizzi di Nuovo Albergo Popolare, Paola Redondi in rappresentanza della Camera del Lavoro della CGIL di Bergamo, Paola Suardi di Alterego Comunicazione attiva nel volontariato per connettere imprese e carcere.

Anche per gli organizzatori bergamaschi sono validi gli obiettivi dell’iniziativa nazionale, lanciata per “riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale”.

Il comunicato di CGIL, che aderisce a “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, è chiaro nel fotografare il contesto: “è necessario costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna”.

Ma i numeri descrivono anche meglio l’urgenza di una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere. Non fa eccezione il carcere di Bergamo che anzi, con una popolazione carceraria che oscilla costantemente attorno ai 600 detenuti a fronte di una capienza di circa 320 posti, ha un tasso di affollamento che si attesta spesso ben oltre il 180% della capienza effettiva. A livello sovranazionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) è intervenuta più volte contro lo Stato italiano per le violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti, spingendo l’Unione Europea a monitorare costantemente le condizioni carcerarie attraverso i report dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali.

Così si esprime Gino Gelmi: “come Carcere e Territorio ci impegniamo da oltre 40 anni per ridurre la necessità del carcere, a maggior ragione in tempi di grave sovraffollamento, attraverso l’applicazione delle misure alternative alla detenzione. Considerata anche la grave marginalità che caratterizza gran parte della popolazione detenuta, l’impegno maggiore riguarda accoglienza e lavoro, che sono i presupposti sociali per usufruire delle misure alternative. Obiettivi della Conferenza stampa divulgare anche sul territorio bergamasco gli obiettivi della piattaforma nazionale: potenziare le misure alternative al carcere con l’applicazione di pene sostitutive come lavori di pubblica utilità o la detenzione domiciliare per reati minori o con pene residue sotto i 2/3 anni; potenziare la rete terapeutica spostando in strutture esterne chi, per dipendenze o disagio psichico, non presenti conclamate esigenze di struttura detentiva chiusa; aumentare la liberazione anticipata da 45 a 75 giorni per buona condotta, in aggiunta alla riduzione per sovraffollamento (1 giorno per ogni 10 trascorsi in spazi inumani o degradanti) introdotto a seguito di sentenza europea; promuovere il lavoro sia all’interno che all’esterno degli Istituti”.

Da dove cominciare a Bergamo? “Dall’applicazione ormai ridottissima dell’articolo 21 che disciplina il lavoro all’esterno del carcere  – continua Gelmi -, e poi il potenziamento del calendario delle udienze con concessione di misure provvisorie, favorire da parte della Direzione l’accesso di volontari per lo svolgimento delle attività trattamentali; la liberazione anticipata da 45 a 75 giorni. Tutte misure utili per alleviare il sovraffollamento e utilizzare la trentina di posizioni attualmente disponibili per progetti di inserimento lavorativo da parte di Enti ed aziende profit. Per evitare che esse vengano vanificate da tempi di attesa lunghissimi”.

“Alla luce del fatto che più della metà dei detenuti è tossicodipendente, è necessario rafforzare il sistema delle comunità terapeutiche, di cui la Regione ha competenze dirette – afferma Davide Casati – Queste realtà rappresentano uno strumento fondamentale per rendere effettive le misure alternative al carcere, ma oggi molte strutture non sono nelle condizioni di accogliere queste persone perché richiedono personale aggiuntivo, competenze specifiche e percorsi dedicati. È qui che la Regione deve intervenire, sostenendo economicamente le comunità e costruendo insieme a loro modelli organizzativi adeguati. Se mettessimo realmente le comunità nelle condizioni di accogliere chi può intraprendere un percorso di cura, recupero e reinserimento sociale e lavorativo, una parte importante del problema del sovraffollamento potrebbe essere affrontata”.

“L’attenzione massima dell’amministrazione sul carcere si esprime investendo in progettualità innovative, in collaborazione con le cooperative sociali, le fondazioni le e realtà che si occupano di inserimento – aggiunge Marcella Messina – Casa e lavoro dopo la detenzione restano la priorità. Oltre all’aspetto del sovraffollamento monitoriamo la situazione insostenibile sul fronte degli aspetti socio sanitari come la salute mentale e le dipendenze. E’ necessario incrementare la collaborazione tra il SERD (Servizio per le Dipendenze) e il CPS (Centro Psico-Sociale)”.

Conclude Paola Suardi: “Le attività formative, educative e lavorative che si svolgono in carcere – il laboratorio di confezione tessile, il forno, la ciclolofficina, la redazione della rivista per citarne solo alcuni – sono imprescindibili sia per la ricapacitazione della persona durante la reclusione, sia per avviare un possibile reinserimento al lavoro a fine pena o quando si può applicare l’Articolo 21. Lo dimostra il tasso di recidiva che crolla dal 70% al 5% per i detenuti ammessi a lavorare all’esterno o impegnati in attività lavorative. Il carcere non è un luogo di mero contenimento ma un luogo di cambiamento, altrimenti perdiamo tutti. Chi sta dentro e chi sta fuori”.