Partito democratico
|Astensionismo, in Lombardia il non voto sfiora il 60%. Scandella: “Una vera emergenza democratica”
L’indagine Ipsos Doxa fotografa un fenomeno sempre più strutturale: insoddisfazione, sfiducia e deficit di informazione cambiano in base all’età e ai territori. Il consigliere regionale: “Non esiste alcun partito degli astenuti, dobbiamo tornare a coinvolgere i cittadini”
È il quadro che emerge dalla ricerca “La partecipazione politica in Lombardia”, realizzata da Ipsos Doxa. Lo studio parte da numeri significativi: alle ultime elezioni regionali lombarde l’astensione ha sfiorato il 60%, mentre il tasso di non partecipazione è passato dal 29,9% delle Politiche del 2022 al 44,7% delle Europee del 2024.
“Il fenomeno dell’astensionismo, che nelle ultime elezioni regionali lombarde ha sfiorato il 60%, è una vera e propria emergenza democratica che, dopo anni di progressivo incremento, si è fatta nostro malgrado strutturale”, afferma il consigliere regionale del PdJacopo Scandella.
Secondo Scandella, limitarsi a prendere atto del calo dell’affluenza non è sufficiente. “Registrare il dato e lanciare l’allarme a ridosso delle elezioni non basta, e soprattutto non serve: occorre interrogarsi, prima della successiva tornata elettorale, sulle sue cause e mettersi al lavoro per rimuoverle”.
Da qui la scelta di approfondire il fenomeno attraverso uno studio specifico. “Con questo spirito, come Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Lombardia, abbiamo promosso lo studio ‘La partecipazione politica in Lombardia’, realizzato da Ipsos Doxa”.
L’indagine è stata condotta su un campione di 1.300 residenti lombardi, affiancata da quattro focus group che hanno coinvolto 80 cittadini astenuti nelle recenti consultazioni elettorali. Il lavoro raccoglie inoltre le indicazioni di esperti, sociologi e docenti universitari.
Uno degli aspetti centrali della ricerca è proprio l’assenza di un profilo unico dell’astenuto. “Il rapporto restituisce una fotografia di profili diversi e distinti di ‘astenuti’ e differenti motivazioni dell’astensione, aiutandoci a individuare strumenti e modalità per intervenire”, sottolinea Scandella.
La prima grande categoria individuata è quella dell’astensione legata all’insoddisfazione. Il mancato voto nasce da giudizi negativi sul funzionamento delle istituzioni, sui servizi pubblici, sulle condizioni economiche e sulla qualità della vita.
Una parte di questi cittadini considera l’astensione una forma di protesta contro una classe politica percepita come incompetente e chiede un ricambio generazionale e culturale. Pur non votando, mantiene però un certo interesse per la politica e continua a intravedere la possibilità di un cambiamento.
Altri adottano un atteggiamento più pragmatico e valutano programmi, candidati e politiche in base alla loro efficacia. Quando l’offerta politica non appare in grado di rispondere ai temi considerati prioritari, scelgono di non votare. In questo gruppo sono presenti più frequentemente persone con un livello di istruzione elevato e una forte partecipazione civica.
“Non esiste alcun ‘partito degli astenuti'”, evidenzia Scandella, “ma una moltitudine di cittadini che dobbiamo tornare a coinvolgere rispondendo ai loro bisogni”.
Più problematica è l’astensione disaffettiva. In questo caso il non voto è il risultato di un processo progressivo di esclusione e sfiducia nei confronti dell’intero sistema politico.
Sono cittadini generalmente critici verso tutte le forze politiche e pessimisti sulla possibilità di un cambiamento sociale. La ricerca individua questo atteggiamento soprattutto tra persone in difficoltà economica o in condizioni di marginalità sociale, in particolare nelle fasce centrali di età.
Accanto alle due categorie principali emergono poi forme di astensione di protesta, più presenti in alcune aree non metropolitane, il deficit informativo che riguarda soprattutto i giovani e una quota residuale di non voto dovuta a impedimenti pratici e logistici.
Per Scandella occorre intervenire anche “aumentando l’informazione e la formazione, a partire dalle scuole e in rete con associazioni, realtà locali e istituzioni”.
Tra i giovani pesa soprattutto la carenza di informazioni sulla politica, sui programmi e sui candidati. Nelle fasce centrali di età prevalgono protesta e malcontento, mentre tra gli over 65 emerge più frequentemente la convinzione che votare sia inutile.
Anche il rapporto tra istruzione e partecipazione è meno lineare di quanto si potrebbe pensare. Tra i laureati cresce infatti la partecipazione intermittente: cittadini informati e selettivi che decidono di volta in volta se recarsi alle urne.
Le differenze riguardano anche i territori. A Milano e nell’area di Monza e Brianza prevalgono il deficit di rappresentanza e una forma di astensione più consapevole. Nella fascia pedemontana, da Como e Lecco fino a Bergamo e Brescia, emergono maggiormente protesta e malcontento.
Nella bassa pianura lombarda si evidenzia invece una crisi della rappresentanza. La percezione dell’inutilità del voto attraversa però tutta la regione e segnala una disaffezione che non risparmia nessuna area.
La qualità della vita viene valutata complessivamente in modo positivo, ma con differenze territoriali marcate. Milano registra il 35% di giudizi critici e nel capoluogo due cittadini su tre indicano un peggioramento della situazione.
Il capoluogo ottiene valutazioni migliori sui trasporti e sull’offerta culturale, mentre sono più critici i giudizi sul decoro urbano e sulle politiche sociali. Le aree pedemontane mostrano invece una maggiore soddisfazione per la qualità dei servizi, mentre l’area metropolitana allargata registra valutazioni più basse.
Secondo i ricercatori, sull’astensione legata all’insoddisfazione è possibile intervenire attraverso politiche pubbliche efficaci, servizi di qualità e una comunicazione più chiara e vicina ai cittadini. Recuperare chi ha maturato una disaffezione strutturale è invece molto più difficile e richiede strategie di lungo periodo.
Tra le ipotesi indicate ci sono il rafforzamento del sistema dei partiti e la costruzione di canali alternativi di partecipazione, istituzioni e spazi nei quali i cittadini possano tornare a percepire la possibilità di incidere sulle decisioni.
È su questo punto che Scandella concentra la conclusione della sua analisi: occorre “restituire fiducia nella politica e consapevolezza nella responsabilità della partecipazione alla vita democratica, a partire dalla partecipazione al voto come diritto e dovere civico”.
La ricerca mette così in discussione l’idea di un unico blocco indistinto di cittadini disinteressati. Una parte degli astenuti segue ancora la politica, ma non trova risposte considerate adeguate. Un’altra ha smesso di credere che partecipare possa cambiare qualcosa.
Ed è proprio questa distanza ormai consolidata a rappresentare il nodo più difficile: non soltanto riportare le persone alle urne, ma convincerle che il loro voto possa avere ancora un peso.


