La lettera
“Malattia professionale: il peso dell’attesa e il diritto a una risposta”
L’odissea di una lettrice per il riconoscimento di una malattia professionale all’Inail: “Dietro ogni fascicolo non vi è soltanto un numero di protocollo”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Barbara Sangalli, residente a Ponte San Pietro, sulla propria esperienza con l’iter amministrativo avviato all’Inail per il riconoscimento di una malattia professionale.
Gentile Direttore, le scrivo con l’intento di portare all’attenzione dei lettori una vicenda personale che, credo, possa rappresentare il vissuto di molti cittadini chiamati ad affrontare percorsi amministrativi particolarmente lunghi e complessi. Nel mese di settembre 2025, tramite il Patronato Inas di Bergamo, ho presentato domanda per il riconoscimento di una malattia professionale presso l’Inail di Bergamo. Da allora è iniziato un iter che, a distanza di molti mesi, non ha ancora trovato una definizione.
Nel corso della procedura ho sempre provveduto a trasmettere la documentazione richiesta, collaborando con l’Istituto e rispondendo puntualmente alle comunicazioni ricevute. Ho ritenuto invece di non produrre esclusivamente documentazione contenente dati sensibili non riconducibili all’ambito sanitario né strettamente necessaria all’istruttoria della pratica, trattandosi di elementi relativi ad altre vicende.
A partire dalla fine di novembre 2025 ho inviato numerosi solleciti, attraverso e-mail, Pec e contatti telefonici, con l’unico obiettivo di conoscere lo stato della mia pratica. Da aprile 2026 è intervenuta anche la mia legale, che ha rappresentato all’Istituto come la mancanza di un riscontro stesse incidendo anche su procedimenti collegati, circostanza della quale l’Inail era stata preventivamente informata.
Ad oggi, tuttavia, non ho ancora ricevuto indicazioni sui tempi di definizione della pratica, se non il riferimento all’attesa del responso medico-legale. Non intendo entrare nel merito delle valutazioni tecniche, che competono esclusivamente agli organi preposti. Ritengo però che ogni cittadino abbia diritto a ricevere informazioni chiare sullo stato del proprio procedimento e, quando i tempi si protraggono oltre il previsto, a un dialogo trasparente con l’Amministrazione.
Dietro ogni fascicolo non vi è soltanto un numero di protocollo. Ci sono persone che affrontano conseguenze fisiche, economiche e familiari spesso molto gravose. Per molti lavoratori, l’attesa significa convivere con l’incertezza, sostenere spese mediche, fare i conti con la sospensione del reddito o con difficoltà occupazionali, senza sapere quando arriverà una risposta.
È proprio questa incertezza, più ancora dell’attesa stessa, a rendere il percorso particolarmente gravoso. Una comunicazione tempestiva, anche quando non sia ancora possibile definire il procedimento, rappresenterebbe un segnale di attenzione e di rispetto nei confronti del cittadino. Mi rivolgo quindi al Suo giornale non per alimentare polemiche, ma affinché questa esperienza possa offrire uno spunto di riflessione sull’importanza della trasparenza, dell’ascolto e della comunicazione nei rapporti tra istituzioni e cittadini.
Confido che la pubblicazione di questa lettera possa contribuire a sensibilizzare sul valore di un dialogo più efficace tra Pubblica Amministrazione e persone che attendono risposte riguardanti diritti, salute e serenità personale. La ringrazio per l’attenzione che vorrà dedicare a queste righe e le porgo i miei più cordiali saluti.
Barbara Sangalli
Ponte San Pietro


