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“L’hangar rosso”, conflitto tra senso del dovere e responsabilità morale durante il golpe di Pinochet

Cile, 11 settembre 1973, colpo di stato militare. Il capitano Jorge Silva viene incaricato di trasformare l’Accademia in cui sta addestrando i giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura. Mentre gli hangar si riempiono di prigionieri e la repressione diventa sempre più brutale, Silva si ritrova a un bivio: obbedire agli ordini e appoggiare il nuovo regime, o disobbedire e aiutare chi lotta per sopravvivere?

Titolo: L’hangar rosso
Titolo originale: Hangar rojo
Regia: Juan Pablo Sallato
Paese di produzione / anno / durata: Cile, Argentina, Italia /2026 / 83 min.
Sceneggiatura: Luis Emilio Guzmán
Fotografía: Diego Pequeño
Montaggio: Sebastián Brahm, Valeria Hernández
Musica: Matteo Marrella, Alberto Micheli
Cast: Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández, Taiu Braver Iosovich, Juan Cano
Produzione: Villano Producciones, Brava Cine, Rain Dogs, Caravan, Berta Film
Distribuzione: I Wonder Pictures
Programmazione: Lab80 (Lo schermo bianco) Bergamo, UCI Cinemas Orio, Treviglio Anteo spazioCinema

Luci e ombre, in un denso bianco e nero, che cesellano un conflitto insanabile tra senso del dovere e responsabilità morale. Uno sguardo che scava, nella persona oltre al ruolo, quello di “L’hangar rosso”, film di Juan Pablo Sallato, al cinema dal 9 luglio.

Luci e ombre sono anche quelle che tratteggiano la figura del capitano Jorge Silva (interpretato da Nicolás Zárate), durante l’11 settembre 1973 che, in Cile, vede Augusto Pinochet destituire, con un colpo di stato, il governo di Salvador Allende. Silva, ex capo dell’intelligence dell’aeronautica, viene incaricato di trasformare l’Accademia, in cui sta addestrando i giovani cadetti, in un centro di detenzione e tortura. L’hangar del titolo viene dunque riempito di militanti di sinistra (da qui il “rosso”, che indica anche la violenza) e sostenitori di Allende imprigionati: Silva deve decidere se obbedire agli ordini dei suoi superiori, appoggiando il regime, oppure disobbedire, aiutando i dissidenti.

Il film si muove attorno a questo dilemma, sempre in bilico tra responsabilità morale e dovere istituzionale, tra coscienza e ruolo del Potere.

Un dilemma mostrato grazie anche ad una fotografia (di Diego Pequeño) in un denso bianco e nero che fa risaltare luci ed ombre, reali e metaforiche, ma che soprattutto riesce ad incidere i volti dei personaggi, facendone risaltare dilemmi, inquietudini e paure. Il tutto diretto da Sallato (documentarista al suo esordio nel cinema di finzione) attraverso la compostezza formale di inquadrature che, pur in spazi ampi, è capace di rendere una situazione claustrofobica, con un campo visivo quasi sempre ridotto. La macchina da presa segue Jorge Silva, indugia sui particolari, lasciando al sonoro il compito di richiamare la violenza cieca della repressione.

Una violenza che rimane fuori campo, ma che, come in “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer, segna la sua presenza con rumori di porte e bisbigli dei prigionieri. Una presenza dissonante rispetto alla compostezza formale del film, che non cede mai ad una rappresentazione drammatica degli eventi, ma che riesce a rendere uno stato di tensione perenne, anche dal punto di vista morale.

Si rileva, in questo, una contrapposizione continua tra l’incedere fulmineo degli eventi, accompagnato da un modus operandi che non consente uno sbandamento dalle direttive del Potere, ed i dubbi e i rimorsi di coscienza (del protagonista in particolare) che indicano un’umanità ancora presente, un sentimento resistente che si scontra con la disumanità della violenza solo percepita.

Un Potere che Sallato mostra dall’interno, dando un’ulteriore prospettiva a quel Cile sotto la dittatura Pinochet già analizzato, ad esempio, da Pablo Larraín (“Tony Manero”, “Post Mortem”, “No – I giorni dell’arcobaleno”) o da Patricio Guzmán (“El nombre de Dios”, “Salvador Allende”, “Nostalgia della luce”).

Il conflitto morale trova poi un attimo di respiro nel confronto tra Jorge Silva e la matricola Hernández, essenzialmente uno specchio tra la figura umana e quella istituzionale, tra la figura ligia al dovere e quella che combatte per un fine superiore. Una figura dilaniata, tra l’obbedienza al Potere (che segna anche la sua possibile sopravvivenza) e un passato in cui hanno coinciso scelte politiche e morali.

Un conflitto tutto interiore, dove la scelta segna la morale singola ma anche quella di un popolo, la vicenda privata con il dipanarsi della matassa della Storia.