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Dal bancone del bar alla scalata del Monte Elbrus: Pietro Gatti ha conquistato un’altra delle “Seven Summits”
Pietro Gatti sulla cima dell'Elbrus

Sessantacinque anni, di Orio al Serio, gestisce il bar Check In dentro il centro commerciale Oriocenter: dopo il Denali e le ascese in Nepal sull’Island Peak e sul Mera Peak, il 4 luglio ha portato la bandiera italiana sulla cima della montagna più alta di Russia

Ai viaggi estremi, ormai, Pietro Gatti è abituato: nel suo curriculum ci sono le scalate al Denali in Alaska nel 2022, sull’Island Peak nel 2023 e il Mera Peak l’anno seguente, entrambe in Nepal, tra le vette più alte del mondo. Imprese che ha compiuto dismettendo i panni del barista, mestiere che svolge ogni giorno al “Check In” all’interno di Oriocenter, e indossando quelli dell’alpinista esperto.

Una passione, quella per la montagna, che coltiva da sempre: dalle semplici passeggiate sui sentieri delle Orobie alle escursioni più impegnative sulle Prealpi, fino ad arrivare alla svolta che l’ha portato a guardare sempre più in alto.

“Il primo ghiacciaio che ho provato è stato la molla decisiva, mi ha fatto cambiare prospettiva e ha fatto esplodere la mia voglia di viaggiare e di provare emozioni forti – racconta Gatti, 65 anni di Orio al Serio – Nel 2021 ho iniziato a puntare alle montagne estreme, coltivando anche il desiderio di uscire dall’Europa e di mettermi alla prova con le Seven Summits, le vette più alte di ciascun continente “.

L’ultima impresa è di pochi giorni fa: sabato 4 luglio Pietro Gatti ha portato la bandiera italiana sulla sommità del Monte Elbrus, a 5.600 metri quota sulla catena del Caucaso, in Russia.

“Sono partito il 26 giugno, in compagnia di una guida e di altri escursionisti locali, giapponesi e coreani – spiega – Ho trovato un ambiente bellissimo, anche se non sono mancate le difficoltà, soprattutto di carattere logistico. Quando sei consapevole che stai affrontando qualcosa di pericoloso, che può riservare insidie e imprevisti da un momento all’altro, devi essere preparato fisicamente e mentalmente”.

Una preparazione che a livello fisico Gatti porta avanti quotidianamente, tenendosi in allenamento tra lunghi percorsi in bicicletta e un’ora di spinning al giorno. È sul Monte Rosa, però, che si è preparato alle altitudini e ai dislivelli: “Risalite di uno o due giorni, per abituarsi a condizioni meteorologiche che non possono essere minimamente paragonate. Ma io sono attratto da tutto ciò che è freddo, neve e ghiaccio”.

L’Elbrus, spiega, non è una montagna tecnica ma singolare per il clima: “Capita di iniziare a incamminarsi con il bel tempo e nel giro di un’ora ti ritrovi in mezzo a una bufera. Si procede per piccoli traguardi, poi arrivati a quota 4.000 metri inizia il tratto duro, con mille metri di dislivello al 30-40% di pendenza”.

E se già così pare proibitivo, immaginate quanta fatica possa costare portarsi appresso una slitta da decine di chili, un grosso zaino con tutta l’attrezzatura necessaria e procedere con scarponi e tuta tecnici indispensabili per affrontare temperature rigidissime.

monte elbrus pietro gatti

“Nel mio zaino, che si tratti di una scalata o di un semplice allenamento, non può mai mancare il dispositivo satellitare – continua Gatti – È una questione di sicurezza, perché non puoi mai sapere cosa succederà. È anche uno strumento utile per rimanere in contatto con i miei familiari, che mi possono seguire in ogni momento e conoscere esattamente la mia posizione, per vivere più tranquillamente la distanza. A mia moglie dico sempre: se vedi sul satellitare che per tre o quattro ore sono sempre rimasto nello stesso punto allora puoi iniziare a preoccuparti”.

Fondamentale nella scalata organizzare nei minimi dettagli ogni spostamento: “Si consultano le previsioni, si guarda al dislivello e ogni volta che raggiungi un campo hai bisogno di acclimatarti e preparare un riparo – evidenzia – Creo un giaciglio e utilizzo la slitta per coprirlo. In viaggio è importante alimentarsi bene e soprattutto idratarsi, ricordandosi di sciogliere ogni giorno il ghiaccio per bere. In Nepal ho imparato dagli sherpa a ritrovare l’equilibrio corporeo bevendo litri e litri di acqua calda: gli sforzi organizzativi sono tanti, ma non si può fare altrimenti”. Una volta in tenda la sera, stanchezza e pensieri si fanno sentire: “Ci sono stati momenti difficili, ma il sostegno di chi sta a casa fa la differenza, anche solo con un messaggio di incoraggiamento”.

Tornato a casa e dietro il bancone del suo bar, Pietro Gatti sta già immaginando la sua prossima spedizione: “Dopo il Monte Elbrus ho due sogni nel cassetto – confida – Il primo è tentare l’Ultra Trail nello Yukon, una spedizione estrema di quasi 500 miglia da coprire in slitta. L’altro sarebbe andare in Antartide, avventura che non mi spaventa per il percorso ma per i prezzi proibitivi che comporta raggiungerla”.