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L’Università di Bergamo brevetta la siringa che si ‘richiude’ da sola dopo l’iniezione
Foto Pexels

Concesso il brevetto europeo unitario al dispositivo ideato dai ricercatori dell’ateneo per ridurre il rischio di contagio tra gli operatori sanitari

L’Università di Bergamo compie un nuovo passo nel campo dell’innovazione biomedicale. L’ateneo ha infatti ottenuto il brevetto europeo unitario per una siringa a iniezione multipla con ago retrattile e azionamento assistito, una tecnologia progettata per aumentare la sicurezza durante la somministrazione di farmaci e ridurre il rischio di punture accidentali per gli operatori sanitari.

Il dispositivo nasce per rispondere a un problema ancora molto diffuso negli ospedali e negli ambulatori. Ogni anno nel mondo vengono effettuati circa dieci miliardi di iniezioni e si stimano circa due milioni di punture accidentali con aghi contaminati, episodi che possono comportare la trasmissione di infezioni come epatite B, epatite C e HIV. Il rischio riguarda non solo il momento dell’iniezione, ma anche le fasi successive, come la sostituzione della siringa o il suo smaltimento.

La soluzione sviluppata dai ricercatori bergamaschi introduce un meccanismo interamente meccanico che permette di effettuare più somministrazioni utilizzando un’unica tubofiala. L’ago fuoriesce esclusivamente durante l’iniezione e, al termine di ogni svuotamento parziale, rientra automaticamente all’interno del corpo della siringa grazie a un sistema di molle e a un elemento flessibile azionato dall’operatore. Una volta completata la somministrazione del farmaco, l’ago viene definitivamente ritratto all’interno della tubofiala, aumentando la sicurezza nelle operazioni di sostituzione e smaltimento.

Secondo l’università, il dispositivo presenta diversi vantaggi rispetto alle tecnologie oggi disponibili. Oltre a ridurre il rischio biologico, punta sulla semplicità costruttiva, sull’assenza di componenti elettroniche, sulla facilità di sterilizzazione e su costi di produzione contenuti. Alcuni elementi della struttura potrebbero inoltre essere riutilizzati, contribuendo a diminuire la quantità di rifiuti sanitari prodotti.

L’invenzione porta la firma del professor Sergio Baragetti, ordinario di Progettazione Meccanica e Costruzione di Macchine nel dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione, insieme al professor Stefano Paleari e al ricercatore Emanuele Vincenzo Arcieri.

“L’idea nasce dall’osservazione di un gesto sanitario quotidiano, semplice solo in apparenza ma che comporta rischi importanti per chi opera in ambito clinico – spiega Baragetti -. Abbiamo progettato una soluzione meccanica essenziale, robusta e facilmente adattabile a diversi contesti d’uso, con l’obiettivo di aumentare la sicurezza senza complicare il lavoro degli operatori”.

Il carattere innovativo della tecnologia è stato confermato anche durante l’iter di brevettazione. Le ricerche di anteriorità hanno evidenziato come gli ultimi sviluppi significativi in questo specifico settore risalissero a brevetti depositati tra il 1936 e la metà degli anni Novanta. La soluzione sviluppata a Bergamo introduce quindi un’evoluzione sostanziale nella progettazione delle siringhe a tubofiala.

Il brevetto aveva già ottenuto la concessione italiana nel marzo 2024. A dicembre 2025 è arrivata anche la concessione europea con effetto unitario, uno strumento che garantisce una protezione uniforme dell’invenzione nei Paesi aderenti attraverso un’unica procedura, semplificando la tutela della proprietà intellettuale e favorendo il trasferimento tecnologico.

“Il risultato conferma la capacità dell’Università di Bergamo di trasformare la ricerca in innovazione concreta e potenzialmente trasferibile al mercato – sottolinea Giuseppe Rosace, delegato del rettore per il trasferimento tecnologico, gli spin-off e i rapporti con la Fondazione U4I -. Ora la sfida è mettere questa tecnologia in relazione con imprese e investitori in grado di accompagnarla verso l’industrializzazione”. Le possibili applicazioni della nuova siringa sono numerose: dall’odontoiatria alla chirurgia, dalla medicina estetica alla veterinaria, fino a tutte le procedure che richiedono la somministrazione di fluidi mediante iniezione.

Il progetto entra ora in una nuova fase. L’università è al lavoro per realizzare un prototipo funzionante, perfezionare materiali e processi produttivi e aumentare il livello di maturità tecnologica del dispositivo. Parallelamente è partita la ricerca di partner industriali, tra produttori di dispositivi medici, aziende biomedicali, strutture sanitarie e soggetti interessati a collaborazioni per lo sviluppo, la validazione e il futuro ingresso sul mercato.