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Intelligenza artificiale e dipendenza dai chatbot: tecnologia sì per vivere meglio, utilizzala con buon senso
Ogni forma di tecnologia richieda un utilizzo sano e consapevole: i consigli dell’esperta
L’intelligenza artificiale (IA) è diventata uno strumento sempre più presente nella quotidianità di milioni di persone. Chatbot, assistenti virtuali e sistemi generativi sono sempre più utilizzati per ottenere informazioni, compagnia e supporto emotivo. La dott.ssa Valeria Tessa, psicologa clinica e psicoterapeuta di MindFit Clinic Bergamo, sostiene che ogni forma di tecnologia richieda un utilizzo sano e consapevole: psicologi, psichiatri e ricercatori hanno così iniziato a interrogarsi sui possibili effetti negativi che queste tecnologie potrebbero avere sulla salute mentale. Importante è non sostituirla alla vita, bensì farne un’alleata. L’intelligenza artificiale conversazionale rappresenta certamente una delle innovazioni più importanti del nostro tempo e, se utilizzata con equilibrio, può aumentare la produttività, favorire l’apprendimento e semplificare molte attività quotidiane.
L’IA può aiutare a studiare, lavorare, scrivere testi, programmare, imparare nuove competenze e persino offrire supporto nella gestione delle attività quotidiane. Tuttavia non è una persona, non possiede né emozioni sia coscienza o esperienza diretta della realtà. Pertanto è importante sfruttarne i vantaggi senza attribuirle troppo potere o capacità che in realtà non possiede.
Che cosa è un chatbot?
Un chatbot è un programma informatico che simula la conversazione umana. Non tutti i chatbot sono dotati di intelligenza artificiale (IA), ma i chatbot moderni utilizzano sempre più le tecniche di IA conversazionale, come la elaborazione del linguaggio naturale per comprendere le domande degli utenti e automatizzare le risposte.
Come utilizzare i chatbot senza compromettere il proprio equilibrio psicologico
L’IA può integrare la vita quotidiana, ma non dovrebbe diventarne il centro. L’innovazione tecnologica dovrebbe servire a liberare tempo ed energie, sollevandoci dai compiti ripetitivi per permetterci di concentrarci su ciò che ci rende davvero umani. Le risposte di un chatbot possono essere molto convincenti ma non sono sempre corrette. L’intelligenza artificiale genera testi sulla base di modelli statistici e di informazioni con cui è stata addestrata, pertanto può commettere errori o fornire spiegazioni incomplete. Infatti quando si affrontano argomenti importanti, è buona pratica verificare le informazioni consultando fonti affidabili o confrontandosi con professionisti qualificati. Le decisioni importanti dovrebbero sempre
tenere conto dell’esperienza diretta, del confronto con altre persone e, quando necessario, del parere di esperti.
L’IA può essere certamente molto utile per organizzare idee, spiegare concetti e stimolare la creatività. Tuttavia, la vita reale comprende aspetti emotivi, sociali e personali che nessun algoritmo può comprendere pienamente. Conversare con un assistente virtuale può essere piacevole e utile, ma non dovrebbe sostituire il dialogo con amici, familiari o professionisti. Le relazioni umane offrono un’empatia autentica, esperienza personale e comprensione emotiva che nessun sistema artificiale è in grado di replicare. Nessun algoritmo è in grado di comprendere appieno le sfumature emotive e il non-verbale. Uno dei migliori strumenti di difesa è continuare a porsi domande: se una risposta sembra sorprendente, conferma perfettamente le proprie convinzioni o appare troppo sicura su temi complessi, vale la pena fermarsi e verificare.
Il pensiero critico aiuta a evitare errori, disinformazione e interpretazioni distorte. L’IA può offrire informazioni generali sul benessere mentale, ma non può diagnosticare disturbi né sostituire uno psicologo o uno psichiatra. Qualora una persona soffrisse di ansia intensa, depressione, paranoia, pensieri insoliti o altri sintomi persistenti, è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale. Affidarsi esclusivamente a un chatbot potrebbe ritardare l’accesso alle cure appropriate.
L’IA è un aiuto, non sostituisce le relazioni umane
L’intelligenza artificiale non è un nemico, ma non dovrebbe nemmeno diventare un sostituto delle mente umana. La tecnologia migliora la qualità della vita quando viene usata con equilibrio. Se usata con buon senso potenzia le nostre capacità senza sostituire l’empatia, il contatto visivo e il calore delle relazioni umane, che sono il pilastro insostituibile della nostra vita. Come accade con qualsiasi tecnologia anche l’utilizzo dell’IA dovrebbe essere equilibrato. Trascorrere molte ore al giorno conversando con un chatbot può ridurre il tempo dedicato alle relazioni sociali, all’attività fisica e ad altre esperienze importanti. Stabilire momenti della giornata in cui disconnettersi aiuta a mantenere un rapporto sano con la tecnologia. Quando siamo preoccupati o emotivamente coinvolti è naturale cercare conferme alle nostre idee. Tuttavia, utilizzare ripetutamente l’IA per ottenere risposte che rafforzino paure, sospetti o convinzioni personali, può ridurre l’apertura verso interpretazioni alternative.
L’intelligenza artificiale è uno strumento, non una persona né un terapeuta. Utilizzare un chatbot per informarsi, studiare o risolvere problemi pratici è molto diverso dal trasformarlo nell’unico interlocutore della propria quotidianità. L’obiettivo dovrebbe essere sfruttare i vantaggi dell’intelligenza artificiale senza rinunciare alle relazioni reali, al pensiero critico e al contatto con il mondo che ci circonda.
A.G. Danish nel 2023 postò in Linkedin l’articolo “Le 12 ragioni per cui l’IA non può sostituire gli esseri umani”. Sebbene i sistemi di IA possano generare risultati impressionanti sulla base di dati e modelli esistenti, per creatività e innovazione sono limitati a ciò che sono stati programmati o addestrati a fare. L’IA non riesce a replicare l’intelligenza emotiva che gli esseri umani possiedono, e un altro limite è l’incapacità di esercitare buon senso e il giudizio di scenari ambigui.
Gli esseri umani possiedono una notevole capacità di interpretare le informazioni in base alle circostanze e all’ambiente di riferimento. Gli algoritmi di intelligenza artificiale, invece, operano all’interno di parametri predefiniti e faticano a comprendere le sfumature. Il processo decisionale etico è un aspetto fondamentale della società e Danish sottolinea che l’IA non ha una coscienza morale o la capacità di esprimere giudizi etici. Gli esseri umani sono in grado di adattarsi rapidamente a nuove situazioni e di acquisire nuove competenze. L’intuizione nasce da una combinazione di elaborazione subconscia, riconoscimento di schemi ed esperienze di vita, che l’IA non ha in possesso.
L’intelligenza artificiale non ha la capacità di creare connessioni emotive autentiche o di generare fiducia e fatica a risolvere problemi complessi e mal definiti che richiedono creatività e pensiero critico. Inoltre L’IA non ha il carisma, la visione e l’intelligenza emotiva necessari per guidare e ispirare efficacemente i team, non ha le capacità fisiche e la percezione sensoriale che possiedono gli esseri umani. Gli esseri umani accumulano conoscenza, saggezza e competenza nel tempo, beneficiando della saggezza collettiva di generazioni, al contrario dell’IA.
Attenzione a non perdere fiducia nelle proprie capacità
Come evidenziato da Graziella Orrù e Giuseppe Sartori nel volume “Intelligenza artificiale per psicologi e psichiatri” (Hogrefe, 2025), i sistemi di IA possono rappresentare un valido supporto per l’informazione, l’apprendimento e, in alcuni contesti, anche per la pratica clinica. Tuttavia, il loro impiego richiede consapevolezza dei limiti della tecnologia: un chatbot non possiede coscienza, empatia o capacità di giudizio clinico.
Per questo motivo gli autori sottolineano l’importanza di mantenere sempre il ruolo centrale della relazione umana e del professionista, evitando che l’IA diventi un sostituto del confronto personale o del percorso terapeutico. Pertanto un utilizzo eccessivo dell’intelligenza artificiale può portare alcune persone a consultare il chatbot per ogni scelta, anche la più semplice. Se ogni decisione viene delegata all’IA, con il tempo si rischia di allenare sempre meno il proprio giudizio critico e la capacità di risolvere i problemi in autonomia. Questo può tradursi in una minore fiducia nelle proprie competenze e in una crescente dipendenza dalle risposte del chatbot. L’intelligenza artificiale dovrebbe essere un supporto per riflettere e approfondire, non uno strumento a cui delegare sistematicamente le proprie decisioni.
I pericoli di un uso inconsapevole
Delegare le interazioni sociali alle macchine porta a conseguenze negative per il benessere emotivo. Il rischio non deriva dall’IA in sé, ma dal modo in cui viene utilizzata. Un uso equilibrato, con spirito critico e senza rinunciare ai rapporti sociali, permette di sfruttarne i benefici riducendo al minimo i potenziali effetti negativi.
Nella maggior parte delle persone non provoca problemi psicologici, ma un utilizzo scorretto o eccessivo può avere effetti negativi, soprattutto in chi è più vulnerabile. Un uso inconsapevole dell’intelligenza artificiale può comportare diversi rischi:
• Isolamento sociale: sostituire progressivamente amici, familiari o colleghi con un chatbot può ridurre le interazioni umane, con possibili ripercussioni sul benessere emotivo. Creano un’illusione di comprensione che potrebbe allontanare dalle relazioni reali.
• Dipendenza psicologica: alcune persone possono sviluppare un forte attaccamento al chatbot, arrivando a consultarlo per ogni decisione o a sentirne il bisogno costante.
• Intolleranza al conflitto: una macchina non farà mai arrabbiare, ma una vita senza attriti relazionali annulla il confronto e la crescita.
• Perdita del pensiero critico: accettare le risposte dell’IA senza verificarle può portare a credere a informazioni errate o fuorvianti.
• Spersonalizzazione: L’utilizzo dell’AI non deve mai sostituire il tatto umano in contesti delicati, come l’assistenza, la cura o le relazioni affettive
• Rafforzamento delle convinzioni distorte: chi soffre di paranoia, disturbi deliranti o altre fragilità psicologiche potrebbe interpretare alcune risposte come conferme delle proprie convinzioni, rendendole più difficili da mettere in discussione.
• Sostituzione del supporto professionale: affidarsi esclusivamente a un chatbot per affrontare problemi di salute mentale può ritardare la richiesta di aiuto a psicologi, psichiatri o medici.
• Eccessiva fiducia nell’IA: poiché i chatbot rispondono in modo fluido e convincente, è facile attribuire loro un’autorità che non hanno. L’IA può sbagliare, inventare informazioni o non avere il contesto necessario.
• Riduzione dell’autonomia decisionale: chiedere continuamente all’IA cosa fare può diminuire la fiducia nelle proprie capacità decisionali e nella propria capacità di affrontare i problemi.
• Esposizione alla disinformazione: se non si verificano le fonti, è possibile diffondere o basare decisioni su informazioni inaccurate.
• Condivisione eccessiva di dati personali: raccontare dettagli sensibili o riservati a un chatbot senza considerare gli aspetti legati alla privacy può comportare rischi.
L’IA può favorire la comparsa di sintomi psicotici? Quali sono le persone maggiormente a rischio?
La psicosi comporta una perdita di contatto con la realtà: allucinazioni, deliri, pensiero disorganizzato. L’IA potrebbe facilitare l’emergere di sintomi psicotici in persone vulnerabili. È importante chiarire che non esistono prove scientifiche che dimostrino che l’intelligenza artificiale sia in grado di causare direttamente un disturbo psicotico.
La psicosi è una condizione complessa che dipende da fattori biologici, genetici, psicologici e ambientali. Tuttavia, l’interazione con sistemi di IA potrebbe contribuire ad aggravare sintomi già presenti o rafforzare convinzioni distorte in persone particolarmente vulnerabili. Alexandre Hudon, psichiatra e ricercatore all’Université de Montréal (Canada), dice che “La psicosi da IA non è una diagnosi psichiatrica formale”, spiega in un articolo su The Conversation bensì “È piuttosto una sorta di abbreviazione usata da clinici e ricercatori per descrivere sintomi psicotici che vengono plasmati, intensificati o strutturati attorno a interazioni con sistemi IA”.
Molte chatbot sono progettate per mantenere una conversazione fluida e collaborativa. Questa caratteristica può diventare problematica quando l’utente esprime convinzioni infondate o deliranti. In alcuni casi il sistema potrebbe evitare di contraddire apertamente l’interlocutore, fornendo risposte che vengono interpretate come una conferma delle sue convinzioni. Una persona convinta di essere perseguitata, spiata o vittima di complotti potrebbe interpretare risposte ambigue come una validazione delle proprie paure. Anche quando il chatbot non intende confermare tali idee, il linguaggio utilizzato può essere percepito come un sostegno alle convinzioni deliranti.
Alexandre Hudon afferma che la ricerca sulla psicosi mostra che conferma e personalizzazione possono intensificare i sistemi di credenze deliranti. L’IA generativa è ottimizzata per continuare conversazioni, riflettere il linguaggio dell’utente e adattarsi all’intento percepito. Mentre questo è innocuo per la maggior parte degli utenti, può involontariamente rafforzare interpretazioni distorte in persone con capacità alterata di testare la realtà. C’è poi l’isolamento sociale ed esistono prove che la solitudine aumenta il rischio di psicosi.
I rischi non sembrano distribuiti uniformemente nella popolazione. Gli esperti ritengono che una particolare attenzione debba essere riservata a:
• persone con una storia di disturbi psicotici
• soggetti con forte tendenza alla paranoia
• individui che attraversano periodi di isolamento sociale
• persone con elevata vulnerabilità psicologica o emotiva
• utenti che utilizzano l’IA come sostituto del supporto professionale
Un utente che ricerca continuamente spiegazioni a causa di una convinzione paranoica può ottenere conversazioni che ruotano costantemente attorno allo stesso tema. Tale processo può favorire la trappola mentale del cosiddetto bias di conferma: la tendenza umana a cercare e interpretare informazioni che confermano ciò che già si crede, rafforzando convinzioni errate e rendere più difficile il confronto con interpretazioni alternative della realtà. In questi casi, interazioni prolungate e non supervisionate potrebbero contribuire a mantenere o amplificare convinzioni problematiche.
L’IA per il supporto psicologico
Il mercato delle intelligenze artificiali per il supporto psicologico è in piena espansione. Siamo ben lontani dal poter offrire un servizio psicologico adeguato tramite intelligenza artificiale e tecnologie come Chatbot, ma esso resta uno strumento di auto-aiuto valido se utilizzato con consapevolezza. Spesso si tende a valutare la capacità terapeutica in base alle risposte che il paziente riceve. La risposta di un chatbot che contiene informazioni cliniche non sarà mai l’equivalente di una psicoterapia. Gli obiettivi di un trattamento psicoterapeutico, infatti, sono sempre più orientati a raggiungere un’esperienza emozionale e relazionale riparativa, oltre alla risoluzione dei sintomi.
L’IA non è ancora in grado di sostituire gli psicoterapeuti, ma può essere utile per dare supporto per aiutare le persone a mettere in pratica strategie apprese durante la psicoterapia tradizionale. Tuttavia il contatto umano è ancora fondamentale per la salute mentale e per il benessere a lungo termine.
Consigli per una sana psico-educazione
Conoscere i limiti dei chatbot, sviluppare il pensiero critico e coltivare relazioni umane autentiche sono gli strumenti migliori per fare dell’IA un valido alleato, senza permettere che prenda il posto del giudizio personale o dei rapporti con gli altri. Comprendere i meccanismi psicologici sottostanti è fondamentale per prevenire il disagio e promuovere una maggiore consapevolezza critica. In un’epoca di realtà mediate, il compito della psicologia e della psicoterapia diventa anche quello di restituire profondità, complessità e verità all’esperienza umana.
Non sono i social né i chatbot in sé a essere necessariamente problematici, ma il modo in cui vengono utilizzati e il significato psicologico che assumono nella costruzione dell’identità personale. Non chiedere all’IA di prendere decisioni al posto nostro ma usarla come supporto, allenandosi a decidere in autonomia. Limitarne il tempo di utilizzo, soprattutto se ti accorgi che preferisci parlare con un chatbot piuttosto che con le persone.
In ambito psicoterapeutico, queste dinamiche si manifestano sempre più frequentemente attraverso:
• difficoltà nella regolazione emotiva
• aumento della sintomatologia ansioso-depressiva
• disturbi dell’immagine corporea
• isolamento sociale e manifestazioni psicotiche
• dipendenza da validazione esterna
• crisi identitarie e relazionali
Il lavoro clinico richiede quindi una psico-educazione sulla natura non realistica dei social, aiutando il paziente a distinguere tra esperienza vissuta e rappresentazione mediatica, a ricostruire un rapporto più autentico con la propria realtà interna ed esterna. Non usare l’IA come terapeuta: se vivi un periodo di forte disagio emotivo o hai sintomi persistenti, rivolgiti a uno psicologo o a un medico.
*Dott.ssa Valeria Tessa
Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Sessuologa Clinica
Terapeuta EMDR 1° e 2° livello

Bibliografia
• Bernardelli, Luca (2022), Guida psicologica alla rivoluzione digitale. I pericoli delle tecnopatologie,
le opportunità delle psicotecnologie, Giunti Psicologia.
• Bianco Giovanni, Tommasi Francesco (2025), Psicologia e benessere lavorativo nell’era
dell’Intelligenza Artificiale, PM Edizioni.
• Cusimano Franco, Speranza Tommaso, Zambelli Emma (2023), Il futuro della psicologia. Intelligenza
artificiale, chatbot e robopsicologia, Abrabooks.
• Orrù Graziella, Sartori Giuseppe (2025), Intelligenza artificiale per psicologi e psichiatri, Hogrefe.
Sitografia
• Danish A.G. Danish (2023). Articolo: 12 reasons Why AI cannot replace humans. https://www.linkedin.com/pulse/12-reasons-why-ai-cannot-replace-humans-a-g-danish/
• Gazzetta dello Sport – Salute: L’intelligenza artificiale può scatenare dei deliri psicotici? https://www.gazzetta.it/salute/26-01-2026/l-intelligenza-artificiale-puo-scatenare-dei-deliri-psicotici.shtml?intcmp=hyperlink-articolo-gazit&utm_source=chatgpt.com
• The Guardian: New study raises concerns about AI chatbots fueling delusional thinking https://www.theguardian.com/technology/2026/mar/14/ai-chatbots- psychosis?utm_source=chatgpt.com
• Il Sole 24 Ore – Info Data: I chatbot con l’intelligenza artificiale possono indurre pensieri deliranti? https://www.infodata.ilsole24ore.com/2025/10/31/i-chatbot-con-li


