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Dall’aumento dei prezzi della locazione alle politiche per ampliare l’offerta di alloggi accessibili alla ‘fascia grigia’ e sistemare il patrimonio sfitto del Comune: l’intervista all’assessora alla Casa Claudia Lenzini

Il caro affitti a Bergamo dura da almeno cinque anni. Dal 2021, come in molte altre città italiane, il costo della locazione è aumentato quasi senza interruzioni. Secondo l’ultima rilevazione di Immobiliare.it, a giugno 2026 il canone medio richiesto in città si attesta intorno ai 13,40 euro al metro quadrato al mese, in crescita del 3,4% rispetto allo scorso anno e differenze anche sensibili da quartiere a quartiere.

Tradotto, per un appartamento di 60 metri quadrati servono in media circa 800 euro mensili. Per una stanza singola, soluzione ancora molto diffusa tra gli studenti, gli annunci si concentrano invece prevalentemente tra i 450 e i 600 euro al mese.

In una città che continua ad attrarre nuovi residenti ma dove trovare un’abitazione a un prezzo sostenibile è sempre più difficile, il tema della casa è diventato una delle principali questioni sociali. Da quando ha assunto la delega alla Casa, l’assessora Claudia Lenzini ha posto l’emergenza abitativa tra le priorità dell’amministrazione.

Con lei abbiamo parlato dell’aumento degli affitti, delle politiche comunali per ampliare l’offerta di alloggi, del patrimonio pubblico e delle prospettive per i prossimi anni.

Assessora Lenzini, la casa è oggi il principale problema sociale di Bergamo?

In molte città capoluogo la casa è diventato una questione sociale fondamentale: significa dare alle persone la possibilità di abitare, costruire relazioni, far parte di un tessuto sociale. Più un centro urbano riesce a offrire diverse forme di residenzialità, più tiene anche a livello sociale. I dati a Bergamo confermano che è uno dei temi principali: non so se sia ‘il’ problema in assoluto, ce ne sono forse altri percepiti come più urgenti, ma rispetto a qualche anno fa il diritto all’abitare ha conquistato un posto centrale nella visione dell’amministrazione.

Come mai secondo lei?

Le città stanno invecchiando, politiche di residenzialità pubblica possono attrarre i giovani. In tutte le analisi che leggiamo emerge un desiderio diffuso di vivere in città, perché offre servizi che i centri più piccoli faticano a garantire. La sfida, quindi, è offrire a chi vuole vivere in città una casa accessibile.

C’è anche un problema di percezione, un po’ come per la sicurezza? Molte persone sono convinte che trovare una casa in affitto a un prezzo sostenibile sia ormai impossibile, ancora prima di iniziare a cercarla. La situazione è davvero così critica o il racconto è peggiore della realtà?

Sembra un paradosso, ma ci siamo resi conto che a volte il bisogno di casa deve essere andato a cercare: alcune persone faticano a raccontare la propria situazione, e non parlo solo delle categorie più fragili. La domanda c’è ed è reale: con il Fondo Under 35 abbiamo avuto la conferma che il desiderio dei giovani di rendersi autonomi esiste, e che vedono nella locazione la soluzione abitativa più vicina alle loro esigenze. Peccato che sia proprio la forma di offerta più ridotta negli ultimi anni.

Per anni la casa è stata considerata quasi esclusivamente una questione di welfare, destinata ai più fragili. Oggi invece la crisi degli affitti riguarda anche lavoratori, giovani e ceto medio.

Il cambiamento della città ha fatto sì che anche lavoratori stabili – impiegati in servizi pubblici essenziali come scuola, sanità e trasporti – si trovino oggi in grande difficoltà ad accedere a un immobile in città. Tutti i livelli politici, dall’Europa ai Comuni, si stanno occupando di dare una risposta alla cosiddetta “fascia grigia”: una fascia che non sarebbe fragile, ma che di fatto lo è diventata. Il canone di locazione non dovrebbe superare il 30% della retribuzione, invece oggi arriva ad assorbirne anche il 50%.

Metterebbe un tetto agli affitti in città?

Credo servano piuttosto strumenti normativi in grado di ricreare fiducia tra proprietari e inquilini. Un tetto agli affitti potrebbe presentare delle criticità, perché il diritto di proprietà è riconosciuto dalla Costituzione – anche se alla proprietà la Costituzione stessa riconosce una funzione sociale. Serve dialogo, e più fiducia tra le categorie, sostenuti da strumenti che favoriscano la locazione. Il canone concordato, oggi, è lo strumento più efficace per calmierare i prezzi: in città sono attivi due accordi territoriali, da mesi lavoriamo per ridurli a uno solo.

Come prosegue l’esperienza del Fondo Abitare Under 35?

Anche nel 2026 abbiamo ricevuto tante domande da parte dei giovani. Ci auspichiamo però una maggiore risposta da parte dei proprietari: in diverse occasioni abbiamo cercato di sollecitarli, accompagnandoli nel superare le criticità.

Il nodo, quindi, è la disponibilità degli alloggi sfitti?

Secondo l’ultima analisi, in città erano circa 9mila le abitazioni vuote, senza contare quelle prive di allacci, oggi inutilizzabili senza interventi di riqualificazione importanti. Certo, non possiamo entrare nelle scelte private dei proprietari.

Una quota di immobili sfitti è però di proprietà comunale.

Stiamo lavorando per destinare il nostro patrimonio fermo alla residenzialità delle fasce più fragili. Dopo un attento lavoro di ricognizione, oggi conosciamo la situazione di ogni alloggio di proprietà comunale e grazie alla mappatura siamo arrivati a pubblicare gli avvisi per l’assegnazione nello stato di fatto: anche quest’anno 15 soggetti si vedranno assegnare un immobile e provvederanno a sistemarlo, scalando l’importo dal canone. Ma c’è anche un altro problema.


Quale?

La quota annuale di rilasci. Ogni anno molti inquilini lasciano l’appartamento per decadenza o perché non sono più nelle condizioni per restare. Quando rientriamo in possesso di questi immobili, però, non sono pronti per essere rimessi sul mercato: devono prima rientrare nel nostro piano di manutenzione.

claudia lenzini assessora alla CasaL'assessora alla Casa Claudia Lenzini

Ha qualche dato sull’attività dell’assessorato dall’inizio del mandato?

In due anni abbiamo pubblicato avvisi del servizio abitativo per l’assegnazione di 86 alloggi. L’avviso 2026 ne prevede 20, ma contiamo di crescere ancora. Stiamo inoltre dirottando le risorse provenienti dall’operazione all’ex Sace per pianificare la sistemazione di altri 15-20 alloggi.

Qual’è un’innovazione che vorrebbe portare a Bergamo nell’ambito della residenzialità pubblica?

In alcuni Paesi europei il co-housing intergenerazionale è stata una risposta efficace (un modello abitativo in cui persone di età diverse – solitamente studenti fuori sede e anziani over 65 – condividono spazi e tempo, combattendo l’isolamento degli anziani e offrendo affitti sostenibili ai giovani, ndr). In città abbiamo già esperienze innovative, come DiMore+ e GeneraVivo.

Negli ultimi anni si sono incentivati investimenti privati negli studentati: se però il risultato sono residenze con canoni che molti studenti non possono permettersi, non stiamo semplicemente spostando il problema invece di risolverlo? Penso alla Montelungo.

Data la scarsità di risorse pubbliche, è evidente che alcune operazioni presuppongono la presenza di un attore privato: molte di queste iniziative non potrebbero essere realizzate dal solo pubblico, quindi si coniugano esigenze diverse. Se l’alternativa è non fare nulla, io scelgo sempre di fare qualcosa, mantenendo però un equilibrio. Anche alla Montelungo ci sarà un equilibrio per rispondere a esigenze diverse, perché anche tra gli studenti le condizioni non sono tutte uguali. L’importante è che il pubblico non perda il suo ruolo da protagonista e continui a individuare le proprie priorità.

Il Piano Casa del governo promette fino a 100 mila alloggi in dieci anni, ma anche qui molte misure si basano sull’attrazione di investimenti privati. C’è il rischio che si producano più operazioni immobiliari che case realmente accessibili?

Il Piano Casa è stato elaborato, ma un pezzo importante saranno i decreti attuativi quelli che ne definiranno la concreta applicazione. È ancora difficile capire come potrà essere declinato, e a oggi vedo diverse criticità. Anche in questo caso il pubblico dovrà mantenere un ruolo decisionale, senza cederlo ai privati.

Rispetto a quanto comunicato a oggi, quale modifica chiederebbe al governo?

Un maggior supporto economico ai Comuni e una più ampia possibilità di azione per le amministrazioni. È il Comune l’ente che ha maggiore contezza del patrimonio abitativo: le scelte non possono essere calate dall’alto, ma definite da chi è più in relazione con il territorio, che va dotato degli strumenti giusti.

Sul nuovo regolamento per gli affitti turistici si è aperta una causa legale.

La propensione dei proprietari di riconvertire gli immobili in residenzialità turistica ha inciso profondamente sul mercato. C’è bisogno di una legge nazionale che dia ai Comuni quanto meno strumenti normativi per emanare provvedimenti in base alle esigenze specifiche delle città. In Toscana ed Emilia-Romagna le Regioni hanno dato alle amministrazioni la possibilità di regolamentare il fenomeno degli affitti brevi. In Lombardia, invece, non è stata data la possibilità di agire di fronte alle tensioni tra turismo e residenzialità. Il nostro regolamento ha definito alcuni requisiti qualitativi per le nuove aperture di residenze a uso turistico.

Si aspettava questa resistenza da parte delle associazioni di categoria?

Confedilizia ha fatto ricorso in tutta Italia, anche a Bologna e Firenze. C’erano precedenti, seppur con contenuti diversi, che potevano presagirlo.

È fiduciosa in vista dell’udienza sul merito a inizio dicembre?

I ricorrenti avevano chiesto la sospensiva, ma vi hanno rinunciato. Ci siamo difesi bene, vediamo cosa succede.

Parla spesso con i suoi omologhi di altre città?

Spessissimo, è un confronto costruttivo: abbiamo anche un gruppo WhatsApp tra noi assessori alla Casa.

A che città si deve ispirare Bergamo? Parma è nota per essere un modello ‘abitativo’.

Parma è certamente stata capace di mettere a sistema tutte le politiche della casa. Ma anche con Verona abbiamo avuto tanti scambi: erano molto interessati al Fondo Under 35. Con Brescia il confronto è costante. Anche il nostro Osservatorio è stato preso a modello da altri centri: ci è stato chiesto di condividere il funzionamento dello strumento, e qualche buona pratica bergamasca ha fatto scuola.

C’è qualche nuovo progetto all’orizzonte?

Non anticipo nulla, ma stiamo elaborando nuove idee. Abbiamo obiettivi precisi in testa.