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The Bear 5, l’ultima stagione scioglie tutti i nodi e sceglie tutti i destini. E lo fa bene

Per una serie che si chiama “L’Orso”, e che ha avuto per protagonista un tizio che in effetti è un po’ orso, l’insegnamento sembra essere quello di non rinunciare al lavoro di squadra, alla costruzione di percorsi condivisi con cui strutturare progetti capaci di guarire anche le ferite del singolo

ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA QUINTA STAGIONE

Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire guardando l’ultima, uggiosissima stagione di The Bear, una stagione segnata da un temporale perenne che allaga Chicago e minaccia il già precario business dei protagonisti.

Allo stesso tempo, c’è più di una contraddizione in questo concetto di tempesta e di alluvione biblica. Perché la quinta e ultima stagione di The Bear non è distruttiva come le precedenti, forse non è nemmeno particolarmente sorprendente, è sicuramente meno urlata.

Ma è così per un motivo, perché il percorso ideato da Christopher Storer, nell’idea di risolvere in qualche modo i problemi dei suoi personaggi, prevede la rottura di un pattern, di uno schema malsano che la serie ha furbescamente coltivato per anni, ma che non poteva far parte della sua risoluzione.

La quinta stagione di The Bear è strettamente collegata al finale della quarta, dove Carmy aveva deciso di togliersi il cappello da capo assoluto del ristorante, per guadagnarne in sanità mentale e lasciare la responsabilità ad altri, a partire da Sydney.

L’ultimo ciclo di episodi è estremamente compresso in termini di tempo e spazio, perché quasi tutto ambientato nel ristorante e in unico giorno, il giorno che potrebbe essere quello dell’ultimo servizio al pubblico, quando il locale sta in piedi a malapena in termini di conti, e mentre lo zio Jimmy, ormai rimasto al verde per altri investimenti sbagliati, sta cercando in tutti i modi di vendere il palazzo o trovare modi bizzari per farlo fruttare in altro modo.

All’interno di questa cornice, e pur contemplando la solita, ampia pletora di protagonisti, la storia principale è quella di un passaggio di consegne, quello fra Carmy e la sua pupilla Sydney. Un passaggio di consegne che, però, non è fra due entità uguali, semplicemente una più esperta dell’altra, e su questa diversità si basa tutto il tono della stagione.

Carmy ha dimostrato di non saper gestire il ristorante. È un genio, un creativo, un artista, ma non è un leader. È solitario, è depresso, è intrattabile, è egoriferito. Sydney è certamente molto brava, bravissima, ma non è geniale come Carmy. In compenso, però, ha capito come e perché il ristorante, sotto la guida di Carmen, stava andando a rotoli.

Lentamente ma tenacemente, fra sospiri e fragilità, Sydney trova una nuova modalità di gestione del locale, fatta di meno urla e più comunicazione, di una maggiore organizzazione, di una più spiccata interdipendenza fra le parti, compreso lo stesso Carmy, che rimane nei paraggi e a cui Sydney si permette di affidare le redini in pochi, decisivi momenti.

Ne deriva una stagione più pacata nei toni e pure più comica e ironica. Comica nei personaggi di contorno, nei tubi che esplodono e nei soffitti che crollano, ma anche in certe svolte decisive: nello splendido episodio 7, quello dell’effettivo triplo servizio a un sacco di clienti, i nostri pensano di stare servendo l’uomo che potrebbe dargli la stella Michelin, ma si sono sbagliati: è un tizio qualunque che si entusiasma per tutto ma non può decidere niente.

Di stelle, poi scopriremo, ne arrivano due, ma sono arrivate mesi prima, durante la puntata della finta nevicata (era il terzo episodio della quarta stagione, e noi già lo sapevamo che “l’uomo delle stelle” era passato di lì).

Di fatto, The Bear ha guadagnato le stelle sotto la gestione di Carmy, e grazie all’empatia di Richie. Ma se il The Bear potrà godersi il suo premio e continuare a operare, sarà solo grazie a Sydney.

In questo modo, Storer trova la perfetta quadratura del cerchio, incastrando i vari pezzi in modo che tutti siano utili e nessuno escluso. E vale anche per gli altri personaggi, che trovano sollievo dai loro problemi soprattutto grazie a nuove consapevolezze (Natalie e l’amore per il ristorante), relazioni in parte guarite (Marcus con il padre), certezze definitivamente cementate (Richie che alla fine va pure a Tokyo a perfezionarsi ancora).

Se la protagonista di The Bear sembra essere diventata Sydney, il finale è comunque tutto per Carmy, che va a fare un colloquio in uno studio di architettura e si lancia in un lungo monologo in cui vediamo il suo amore per la cucina e la sua gioia per aver riscoperto le sue qualità umane e conviviali, ma anche la soddisfazione per aver scelto una strada per sé.

La serie non dice che Carmy ha smesso per sempre con i fornelli, anzi, sembra essere lasciata aperta più di una porta. Il tema però è la posssibilità di scelta: per lungo tempo Carmy ha pensato di non poter scegliere, e quando invece ha scoperto di poterlo fare, un grosso peso gli è stato levato dal petto, del tutto a prescindere dal fatto che poi la scelta, in un futuro più o meno lontano, possa cadere di nuovo sulla cucina.

Il succo sta tutto nel messaggio che Carmy manda al fratello morto, a un numero di telefono non più attivo: “All good”, va tutto bene. Alla fine conta quello.

The Bear è stato sì uno show sulla cucina e sulla creatività, che su questi temi ha investito tanta cura nell’immagine, nel ritmo, nell’”impiattamento”, in senso letterale e metaforico. La quinta stagione non ha fatto eccezione, con la scelta di tanti episodi agili all’inizio, lenta e piovigginosa preparazione al grande spettacolo finale, e poi due episodi di grande perizia tecnica e attoriale, cesellati al millimetro.

Ma The Bear è stata anche una grande seduta collettiva di psicoterapia, un’esplorazione di traumi e fragilità, di aspirazioni e paure. Se “finisce bene”, non è perché il ristorante sopravvive o perché si prende due stelle Michelin. È perché le persone che hanno ottenuto quel risultato hanno imparato qualcosa su di sé e hanno capito di cosa avevano bisogno per prosperare, o anche solo per non collassare.

Per una serie che si chiama “L’Orso”, e che ha avuto per protagonista un tizio che in effetti è un po’ orso, l’insegnamento sembra essere quello di non rinunciare al lavoro di squadra, alla costruzione di percorsi condivisi con cui strutturare progetti capaci di guarire anche le ferite del singolo.

Poi se avete anche imparato che si può infilare del caramello fuso dentro una candela, beh, anche quello conta, ed è stato una discreta genialata.


Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.

Diego Castelli - Serial Minds