La recensione
“Love letters”, genitorialità che si scontra con la burocrazia
Una giovane donna, Céline, aspetta il suo primo figlio. Ma non è lei quella incinta. Fra pochi mesi, sua moglie Nadia darà alla luce la loro bambina. Tra amici, famiglia e leggi, Céline cerca il proprio ruolo e la legittimità nel nuovo contesto familiare
- Titolo: Love letters
- Titolo originale: Des preuves d’amour
- Regia: Alice Douard
- Paese di produzione / anno / durata: Francia / 2025 / 96 min.
- Sceneggiatura: Alice Douard, Laurette Polmanss
- Fotografia: Jacques Girault
- Montaggio: Pierre Deschamps
- Musica: Erwan Kerzanet, Vincent Vatoux, Caroline Reynaud, Olivier Guillaume
- Cast: Ella Rumpf, Monia Chokri, Noémie Lvovsky, Félix Kysyl, Anne Le Ny, Édouard Sulpice, Eva Huault, Julien Gaspar-Oliveri
- Produzione: Apsara Films, Les Films de June, France 2 Cinéma
- Distribuzione: Wanted
- Programmazione: Lo Schermo Bianco (Lab80), Treviglio Anteo spazioCinema

Sentimenti che sembrano trovare compiutezza negli sguardi e nelle parole dell’altro, sentimenti che affrontano gioia ed inadeguatezza, ma anche giudizio e ricerca di approvazione. Risuona molto nel contemporaneo “Love letters”, opera prima di Alice Douard, al cinema dal 2 luglio.
“Lettere d’amore”, quelle del titolo, che diventano presto strumento giuridico, per validare e legittimare un legame e il frutto di quell’amore. Lettere che permetterebbero a Céline (Ella Rumpf) di adottare la figlia della moglie Nadia (Monia Chokri), incinta grazie alla fecondazione eterologa. Servono infatti quindici lettere scritte da familiari ed amici (le “prove d’amore” del titolo originale) per permettere l’adozione a Céline, testimonianze che certifichino, anche giuridicamente, l’idoneità della donna ad essere madre.
Nel suo esordio autobiografico, Douard riflette sulle zone d’ombra della legge francese sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, che, infatti, lasciano in sospeso diverse questioni, tra cui quella del riconoscimento genitoriale. Un elemento complesso, il cui standard legislativo si scontra con la realtà. I modelli genitoriali presenti nel film sono infatti abbastanza discutibili (e quindi profondamente reali), come quelli all’interno della famiglia bigotta di Nadia o quelli smembrati di quella di Céline, con una madre assente, perennemente in bilico tra il ruolo di madre e la vocazione da pianista, una professione che l’ha vista mettere in secondo piano la famiglia. In questo, Douard si allontana da una narrazione classica stereotipata per raccontare alcune realtà contemporanee, in cui emergono le preoccupazioni della coppia protagonista e di Céline in particolare.
Attraverso una regia essenziale, la regista francese mette in scena una costruzione dei legami affettivi immersa in una luce di realtà, capace di esprimere un’ansia crescente senza mai sfociare nel dramma. Le preoccupazioni di Nadia e Céline sono quelle di tutte le coppie in attesa, sempre inadeguate di fronte all’impegno che le attende, costrette, però, anche a confrontarsi con le maglie strette della legislazione, che prevede sempre una legittimazione data dallo sguardo e dal giudizio dell’altro.
Uno sguardo che sembra colpire in particolare Céline (ottima la prova di Elle Rumpf), che aggiunge ai suoi dubbi personali, alla possibilità di avere un uguale istinto materno (nonostante non partorisca), il sentirsi costantemente sotto lo sguardo e i giudizi altrui, all’interno della cerchia familiare così come all’esterno.
Alice Douard mostra così la vicenda attraverso minime variazioni, sempre attraversate però da una tensione e da un’ansia crescente capace di non esplodere nel dramma, ma di farsi basso continuo di una vicenda che affonda le proprie radici nel reale. Una realtà che emerge anche grazie all’ottima fotografia di Jacques Girault, che mostra la quotidianità della coppia attraverso una luce calda che ne accoglie il legame, approfondendo poi, nei primi piani, i momenti di riflessione di Céline e nel confronto con Nadia.
Primi piani che raccontano, una volta di più, di un’osservazione che viene dall’esterno, da occhi che devono testimoniare e giudicare, che ritrovano però un confronto schietto ed umano con la realtà, con i dubbi, le preoccupazioni, ma anche un legame forte che rinsalda le proprie radici in quel confronto con l’altro che prova ad andare oltre una ricerca di legittimazione. Non servono allora testimonianze per rapporti e sentimenti che si legittimano già nel loro essere, nel loro costruirsi nel quotidiano.

