Pasini: “Gli anticicloni africani sono l’impronta del cambiamento climatico. La politica ascolti la scienza”
Il fisico del clima del Cnr spiega la cupola di calore che ha investito l’Europa: “Il Mediterraneo è un hotspot del riscaldamento globale. E dal 2013 osserviamo un’accelerazione in tutto il mondo: serve una drastica riduzione delle emissioni”
L’Europa ha vissuto una delle più intense e precoci cupole di calore mai registrate. Il vasto fenomeno ha interessato l’Europa occidentale per poi spostarsi verso il Centro e l’Est del continente, con temperature superiori ai 40 gradi in numerosi Paesi e una lunga serie di record nazionali e mensili. Secondo gli scienziati del World Weather Attribution, un evento di questa intensità sarebbe stato praticamente impossibile senza il riscaldamento globale causato dalle attività umane. Il bilancio sanitario è molto pesante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha comunicato che, dal 21 al 28 giugno, sono state registrati oltre 1.300 morti attribuibili alle temperature estreme in Europa. L’Oms ricorda che le ondate di calore rappresentano già oggi il fenomeno naturale che provoca il maggior numero di vittime nel continente europeo.
L’Organizzazione meteorologica mondiale sottolinea che l’ondata di calore ha avuto effetti diffusi sulla salute, gli ecosistemi, l’agricoltura, le infrastrutture, la produttività del lavoro. Gli esperti avvertono che eventi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti, intensi e duraturi a causa del cambiamento climatico e richiedono sia una rapida riduzione delle emissioni di gas serra sia strategie di adattamento capaci di proteggere popolazione, città e sistemi produttivi. Ne parliamo con Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr, direttore scientifico dell’Osservatorio Meteorologico Milano Duomo, autore di numerosi articoli specialistici ma anche di libri divulgativi importanti, come “La sfida climatica” (2025), “L’equazione dei disastri” (2020), “Effetto serra, effetto guerra” (2017, con Grammenos Mastrojeni).
“Questa volta l’Italia è rimasta per molto tempo al bordo orientale dell’anticiclone che ha colpito la Francia e la Spagna. Durante l’estate ne possono arrivare altri, non dal Marocco ma dall’Algeria o dalla Libia, che ci coinvolgono in pieno. Purtroppo, il clima del Mediterraneo si è estremizzato, quello mite d’un tempo non c’è più. Gli anticicloni africani sono l’impronta digitale del cambiamento climatico nel Mediterraneo, perché nel nostro mare non è aumentata solo la temperatura media, ma è cambiata la circolazione atmosferica. Il riscaldamento globale di origine antropica ha fatto espandere verso nord la circolazione atmosferica tropicale, la cella di Hadley. In passato l’aria calda scendeva intorno ai 30 gradi di latitudine nord, nella fascia del Sahara, oggi arriva più spesso fino all’Europa. Così gli anticicloni africani creano le ‘cupole di calore’: il cielo resta sereno, il sole scalda senza ostacoli e le temperature aumentano rapidamente. Paesi come la Francia, poco mitigati dal mare, subiscono effetti ancora più intensi, perché il mare, riscaldandosi più lentamente della terra, limita almeno in parte le temperature massime solo lungo le coste”.
Quindi El Niño, il periodico riscaldamento delle acque del Pacifico equatoriale non c’entra? Eppure, nei media se ne è parlato molto.
“El Niño contribuirà al riscaldamento globale con gli influssi diretti sugli incendi, la siccità, le ondate di calore in Australia, le alluvioni in Perù. In modo indiretto anche altre parti del mondo possono risentirne. In Europa e nel Mediterraneo dipende un po’ da come si compenetra con altri flussi di variabilità dell’Atlantico. Comunque si è innescato solo adesso, quindi non può essere la causa di questa ondata di calore”.
In un nuovo studio, lei e Umberto Triacca mostrate come tra 2013 e 2014 il ritmo del riscaldamento globale sia praticamente raddoppiato, passando da quasi +0,2 °C a quasi +0,4 per decennio. Ora state indagando le possibili cause: tra le ipotesi ci sono la riduzione degli aerosol solfatici di origine antropica e i cambiamenti nella riflettività del pianeta.
“Di fronte a questo cambio di passo del riscaldamento globale, siamo andati a verificare che cosa fosse successo nello stesso periodo alle serie temporali dei possibili fattori in gioco. Le emissioni di CO₂, per esempio, la causa principale del cambiamento climatico, non mostrano un’accelerazione analoga: continuano a crescere in modo quasi lineare, leggermente parabolico, ma tra 2013 e 2014 non si osserva alcuna discontinuità. Bisogna cercare cause più indirette. Una possibilità è l’accelerazione della fusione dei ghiacci, sia sulle montagne sia sulle calotte glaciali, che potrebbe aver cambiato ritmo proprio in quegli anni. Un’altra riguarda gli aerosol solfatici di origine antropica. Quando si brucia petrolio sporco, pieno di zolfo, si liberano in atmosfera polveri che riflettono parte della radiazione
solare e hanno un effetto raffreddante. Oggi queste emissioni vengono ridotte perché sono dannose per la salute ma, così facendo, si rischia anche di diminuire questo effetto schermante. I solfati, inoltre, favoriscono la formazione delle nubi fungendo da nuclei di condensazione. In un’atmosfera più pulita si formano meno nubi, soprattutto sugli oceani perché i solfati sono emessi dai combustibili delle navi. Questo significa una minore riflessione della luce solare verso lo spazio. È un effetto simile a quello della perdita dei ghiacci: se diminuiscono le superfici che riflettono l’energia solare, il pianeta assorbe più calore e si riscalda di più. Potrebbero esserci anche altri fenomeni ancora da indagare, ma questo indizio è già significativo: gli effetti indiretti delle nostre azioni stanno diventando sempre più importanti. Si tratta di meccanismi di ‘feedback’, effetti di amplificazione, che destano preoccupazione. Il ritmo del riscaldamento è raddoppiato: non è poco. Se fossimo di fronte a un ‘tipping point’ (punto di non ritorno, ndr) l’accelerazione sarebbe ancora più brusca, ma potrebbe anche esserne l’inizio. È necessaria molta cautela. Indagheremo le cause con ulteriori studi, attraverso i nostri modelli e l’intelligenza artificiale. Intanto la scelta più sensata resta quella di ridurre gli impatti diretti di cui conosciamo con certezza gli effetti: diminuire drasticamente le emissioni da combustibili fossili, la deforestazione e, in buona parte, l’agricoltura non sostenibile. È un richiamo forte anche alla politica. Nel 2013, tra l’altro, emerge una coincidenza a livello locale”.
Di che cosa si tratta?
“C’è un dato curioso. Analizzando le temperature della serie storica dell’Osservatorio Milano Duomo, anche lì compare un salto proprio nel 2013, in modo analogo a quello che abbiamo osservato a livello globale (pubblichiamo qui il grafico da: Antonello Pasini, ‘Il riscaldamento sta accelerando e non è un’impressione’, Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo, ndr). I colleghi dell’Osservatorio hanno svolto un’analisi con un metodo più semplice, ma sarebbe interessante applicare anche il nostro approccio a questa serie storica. Potrebbero emergere risultati molto interessanti. Anche a livello locale potrebbe essere successo qualcosa intorno al 2013”.
A che punto siamo rispetto all’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi in più? La temperatura media degli ultimi tre anni ha già superato quella soglia.
”Siamo intorno a 1,5-1,6 gradi in più. Secondo l’Accordo di Parigi, però, l’obiettivo è mancato se la temperatura resta sopra quella soglia per almeno un decennio. Ci stiamo avvicinando rapidamente. Con l’arrivo di El Niño, tra l’altro, gli anni 2026 e 2027 potrebbero essere molto caldi. Penso che il limite di 1,5 gradi sia difficilmente recuperabile. Inoltre, il riscaldamento non è uniforme: l’Europa, e in particolare l’Italia, si stanno riscaldando circa il doppio della media globale. Da tempo sappiamo che il Mediterraneo è uno degli hotspot del cambiamento climatico”.
Quanto carbonio possiamo ancora emettere per restare entro 1,5 gradi in più?
”Esiste un ‘carbon budget’, cioè una quantità massima di CO₂ che possiamo ancora immettere in atmosfera. Le stime vengono continuamente aggiornate, ma il margine residuo si è ormai ridotto a poche decine di miliardi di tonnellate e, ai ritmi attuali di emissione, potrebbe esaurirsi presto. È un segnale della rapidità con cui stiamo consumando il nostro margine di sicurezza”.
Anche azzerando domani le emissioni, però, il pianeta continuerà a riscaldarsi ancora.
”Sì, perché il sistema climatico ha una forte inerzia. I ghiacci continuano a fondersi e gli oceani immagazzinano e rilasciano calore molto lentamente. Gli effetti delle emissioni non si fermano immediatamente: il clima continua a rispondere anche dopo una
drastica riduzione delle emissioni”.

Un altro tema è quello dell’adattamento. In Francia il dibattito politico si è polarizzato persino sull’uso dei condizionatori. Ma l’adattamento al cambiamento climatico non può ridursi al ricorso più massiccio all’aria condizionata.
”La questione dipende soprattutto da come produciamo l’energia. Oggi, con un mix energetico ancora fortemente basato sui combustibili fossili, un condizionatore che raffredda una stanza di 20-30 metri quadrati emette indirettamente circa 80 grammi di anidride carbonica all’ora. Se tutta l’elettricità provenisse da fonti rinnovabili, questo problema non ci sarebbe. Rimarrebbero effetti locali, perché i condizionatori scaricano calore all’esterno: in città come New York, ad esempio, alcuni vicoli diventano quasi invivibili proprio per questo. Ma la vera questione è di tipo culturale: il condizionatore è una risposta individualista, mentre i rifugi climatici, naturali o artificiali, sono una risposta sociale, pensata per tutta la comunità. In Francia il dibattito si è sviluppato anche in questi termini: il condizionatore è diventato una proposta ‘di destra’, mentre i rifugi climatici rappresentano una visione ‘di sinistra’. Viene in mente la celebre ironia di Giorgio Gaber: ‘fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra’. È evidente, d’altra parte, che immaginare di climatizzare tutte le abitazioni è una proposta populista, irrealistica. Servono soprattutto risorse per i Comuni, per aumentare il verde urbano e realizzare tutte le altre strategie di adattamento e di resilienza. Se si scarica tutto sulle amministrazioni locali senza dare loro gli strumenti economici necessari, diventa impossibile intervenire in modo efficace”.
Prima delle elezioni politiche tutti i partiti avevano firmato per l’istituzione di un Consiglio scientifico Clima e Ambiente, proposto dal comitato “La Scienza al Voto” da lei coordinato. Sono stati compiuti passi avanti?
“In questo momento vedo una situazione di stallo. Almeno una parte della politica è insensibile e sembra perfino infastidita dalla creazione di istituzioni scientifiche indipendenti. A volte si ha l’impressione che il manovratore non voglia essere disturbato.
Non è una fase positiva, anche se mi auguro che in futuro possano aprirsi prospettive migliori”.
E nel mondo produttivo c’è maggiore ascolto?
”Tra gli imprenditori trovo un’apertura maggiore, perché chi ha una visione di lungo periodo capisce che frenare la transizione è controproducente anche dal punto di vista economico. Chi ragiona solo sull’orizzonte dei prossimi cinque anni può essere tentato di
rallentare, ma chi guarda più lontano sa che quella trasformazione è inevitabile”.


