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Caso Claris, la richiesta di legittima difesa per De Simone: la Legge, la morale e gli istinti

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Nicola Giovanni Palazzoli in risposta all’editoriale  “Caso Claris, la richiesta di assoluzione per legittima difesa quale messaggio lascia fuori dall’aula di Giustizia?”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Nicola Giovanni Palazzoli in risposta all’editoriale  “Caso Claris, la richiesta di assoluzione per legittima difesa quale messaggio lascia fuori dall’aula di Giustizia?”. 

In data 2 luglio il Direttore di BergamoNews, il giornalista Davide Agazzi, scrive un editoriale dal titolo “Caso Claris, la richiesta di assoluzione per legittima difesa quale messaggio lascia fuori dall’aula di Giustizia?”. Il commento del direttore Agazzi trae origine dalla tragica vicenda di cronaca nera risalente alla notte del 4 maggio 2025: vittima un giovane di ventisei anni, Riccardo Claris; autore dell’orribile fatto un ancor più giovane ragazzo, Jacopo De Simone, ventenne. Quest’episodio ha profondamente turbato tutti i cittadini bergamaschi, un po’ per la brutalità del gesto, un po’ per l’età dei protagonisti dell’evento, sicuramente per la banalità delle ragioni.

Preciso che definisco “banali” le ragioni del gesto di De Simone perché i giornali così hanno lasciato intendere di titolo in titolo negli ultimi mesi, perché così lascia intendere la pm, Maria Esposito, quando, nella propria requisitoria, riassume il movente con la formula “per nulla”. Tuttavia la banalità delle ragioni è stata messa in dubbio (consentitemi almeno questo prima che venga pronunciata la sentenza) dalla richiesta di assoluzione per legittima difesa avanzata dall’avvocato difensore di De Simone, Luca Bosisio.

Personalmente mi guardo bene dall’esprimermi sulla fondatezza giuridica della richiesta fatta da parte della difesa di De Simone, ma, così come Agazzi, mi concentrerò sulla fondatezza della richiesta di assoluzione da un punto di vista morale, civico se si preferisce. È importante, però, distinguere questi due piani del discorso, quello giuridico e quello morale, poiché intersecandoli si crea confusione e la confusione crea “certi istinti”, che portano alla barbarie.

Facciamo, pertanto, un po’ di chiarezza. Il direttore Agazzi confonde diversi e distinti elementi di cui il reato si compone, elementi che in giudizio devono essere accertati in ordine progressivo: se uno di questi viene meno, cadono come un domino anche tutti i seguenti. Uno degli elementi del reato, il primo da accertare dopo il fatto, è rappresentato dalla cosiddetta “antigiuridicità”, che, semplificando, consiste nell’incompatibilità di un fatto con le regole del nostro ordinamento giuridico.

Nel momento in cui si valuta l’antigiuridicità di un fatto non si sta ancora valutando l’opportunità di punire o meno un colpevole, ma si sta valutando l’ “irregolarità” del fatto. Se venisse riconosciuta la legittima difesa (decisione che travalica tanto le mie competenze quanto quelle del direttore Agazzi) il fatto oggetto del giudizio non sarebbe antigiuridico, e quindi non si potrebbe qualificare come reato. Ad esempio, riterreste mai autrice di un reato una persona che si impossessa di una vostra cosa dopo che avete prestato il vostro consenso? La sussistenza della scriminante della legittima difesa funziona come il vostro consenso: se sussiste il consenso, non c’è reato, così come non c’è reato se sussiste la legittima difesa.

E chi non commette reati non è colpevole, e chi non è colpevole non deve andare in carcere. Sia chiaro: non sto propugnando l’innocenza di De Simone, ma sto mettendo in luce l’equivoco a cui dà luogo il direttore Agazzi quando lascia intendere che chiedere il riconoscimento della scriminante della legittima difesa sarebbe il frutto di una strategia difensiva dettata dalla bravura dell’Avvocato al fine di tenere fuori dal carcere quello che, con ogni probabilità involontariamente, viene già rappresentato come colpevole (bruciando, così, a De Simone l’opportunità di redimersi): in questo modo il Direttore sta emettendo la propria sentenza, fondata forse più su ragioni evangeliche che giuridiche.

Del resto è lo stesso Agazzi a palesare la buona fede che lo ha portato a esprimersi come si è espresso: la preoccupazione di un padre, ragion per cui cita i protagonisti di questa vicenda utilizzando i loro nomi; io, invece, per coerenza con quanto scrivo, prediligo l’utilizzo dei cognomi. Ma l’abuso del discorso morale non si limita a questo: il Direttore si interroga sul messaggio che viene trasmesso quando un avvocato si azzarda ad avanzare simili richieste. Ancora una volta cerchiamo di sgomberare il campo da possibili malintesi.

L’ interlocutore naturale degli avvocati è il giudice, non l’opinione pubblica, non i “giovani”, per cui è stata espressa preoccupazione a causa dei messaggi da cui potrebbero essere attinti a fronte di tutto ciò. I tribunali non sono la sede in cui si stabilisce quale debba essere il programma pedagogico del Paese, ma sono il luogo deputato ad accertare le responsabilità di una persona in relazione a un determinato fatto, responsabilità sulla base delle quali si stabilisce il modo più opportuno per sanzionare e rieducare la persona che viene ritenuta colpevole.

Reputo pertanto inammissibile che si pretenda da un avvocato un compito che non gli compete e ancor più inammissibile se il contrappeso di questa pretesa si deve tradurre in una compressione dell’unico dovere di un avvocato: difendere il proprio assistito, al meglio. Gli operatori della giustizia, infatti, mentre svolgono il loro lavoro non devono preoccuparsi di “stimolare certi istinti”, come scrive Agazzi. Ma del resto il Direttore esplicitamente chiede alla Giustizia “di essere un “faro” per certi valori che vanno salvaguardati”. Ricordo che l’unico valore, immutabile e perenne, che si deve pretendere dalla Giustizia e dai suoi operatori è la tutela dello stato di diritto.

Nella storia, infatti, chiedere alla Giustizia qualcosa in più di questo, di diventare un simbolo, è sempre stata una cifra caratteristica dei regimi totalitari, che sono la negazione dello stato democratico e liberale, l’antitesi dello stato di diritto. Per fortuna, ad oggi, nel nostro Paese il potere giudiziario è separato da quello esecutivo e il Ministero della Giustizia non è ancora stato accorpato a quello dell’Istruzione. Ma forse l’ondata di populismo penale degli ultimi anni, che invade certe tv, certe radio, certe notizie… ci ha portati a dimenticarlo.

Concludo cercando di porre all’attenzione di chi legge un fenomeno trascurato pressoché da tutti ma sempre più in crescita: il numero degli avvocati minacciati a causa del loro lavoro, fatto denunciato anche dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che, proprio per l’esponenziale incremento del fenomeno, si è trovata costretta a costituire l’”Osservatorio Avvocati minacciati”. Ecco, dunque, a cosa portano “certi istinti” quando si concretizzano, certi istinti che i giornalisti dovrebbero avere la premura di contenere, poiché per loro sì che l’opinione pubblica e i malleabili giovani sono i naturali interlocutori! Ecco, dunque, la barbarie.

Lungi da me sostenere che il direttore Agazzi abbia utilizzato un tono denigratorio o incitato in qualche modo alla violenza nei confronti degli esponenti della categoria, ma trovo ironico che prima di chiedersi “che valore ha la vita?” e che messaggi arrivano ai giovani quando un avvocato chiede un’assoluzione a fronte di un omicidio, non abbia trovato il tempo di interrogarsi su che tipo di istinti avrebbe potuto ingenerare il proprio editoriale in chi lo legge.