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L’esperto risponde: sonnolenza, moka e ginseng, i falsi miti sul tuo caffè quotidiano

Caffè del Caravaggio sfata i falsi miti più comuni e ci svela cosa si nasconde davvero nella tazzina che beviamo tutti i giorni

Continua il nostro viaggio alla scoperta dei segreti e delle verità nascoste dietro la bevanda più amata dagli italiani. Dopo aver visto come l’interesse e le domande attorno al mondo del caffè stiano crescendo a dismisura, le curiosità da esplorare sono ancora tante.

Per rispondere ci siamo affidati all’esperienza di Caffè del Caravaggio, eccellenza che seleziona esclusivamente miscele e monorigini di Pura Arabica di altissima qualità. La loro attenzione per la salute e per l’ambiente, che si traduce nella scelta di cialde ESE in filtro carta ecologiche e compostabili, li rende la voce ideale per continuare a fare chiarezza sulle nostre abitudini di consumo quotidiane.

In questa seconda parte scopriremo perché l’amatissimo espresso post-pranzo a volte ci provoca un’inaspettata sonnolenza, analizzeremo i veri rischi chimici e igienici del bere il caffè rimasto nella moka dal giorno prima, e sveleremo cosa si nasconde davvero dietro il caffè al ginseng del bar, spesso percepito a torto come un’alternativa salutare.

Perché se bevo il caffè subito dopo pranzo a volte mi viene sonno invece che la carica?

La sonnolenza avvertita dopo pranzo, anche a seguito del consumo di caffè, non è imputabile a un’inefficacia della caffeina, bensì a fenomeni fisiologici e metabolici concomitanti.

Il primo fattore è di natura emodinamica e digestiva: il completamento di un pasto richiede una massiccia ridistribuzione del flusso sanguigno verso l’apparato gastrointestinale per supportare la digestione. Questo temporaneo sequestro ematico riduce la perfusione e l’ossigenazione a livello cerebrale, inducendo sbadigli e sonnolenza indipendentemente dall’azione degli stimolanti.

Il secondo fattore coinvolge la risposta insulinica e glicemica. Pasti ad alto indice glicemico o l’aggiunta di zuccheri raffinati al caffè provocano un rapido incremento del glucosio ematico, inducendo il pancreas a secernere elevate dosi di insulina per ristabilire l’omeostasi. La conseguente ipoglicemia reattiva (il repentino calo degli zuccheri nel sangue) si traduce in una sensazione di spossatezza e letargia. Inoltre, una leggera disidratazione dovuta all’effetto diuretico della caffeina può manifestarsi clinicamente con stanchezza e affaticamento.

Il terzo fattore è legato al ciclo dell’adenosina e all’effetto di rimbalzo (rebound effect). L’adenosina è un modulatore sinaptico derivante dall’idrolisi dell’ATP che si accumula nel tessuto cerebrale durante le ore di veglia, legandosi ai propri recettori per segnalare la necessità biologica di riposo. La caffeina agisce occupando competitivamente i recettori dell’adenosina, impedendo la trasmissione del segnale di sonno. Durante il blocco recettoriale, tuttavia, la produzione di adenosina endogena non si interrompe, determinando un accumulo progressivo della molecola nello spazio extracellulare. Quando la caffeina viene metabolizzata dal fegato, i recettori ritornano liberi. L’adenosina accumulata si lega quindi in massa ai recettori liberi, generando un improvviso e debilitante crollo energetico.

A livello ormonale, la caffeina aumenta temporaneamente i livelli di cortisolo di circa il 30% entro 60-120 minuti dall’assunzione, stimolando la produzione di adrenalina. Questo incremento si riscontra prevalentemente nei soggetti non abituati al consumo di caffè, mentre nei bevitori abituali si sviluppa una tolleranza che preserva il naturale rilascio circadiano di cortisolo.

Per minimizzare la sonnolenza post pranzo, l’esperto suggerisce di posticipare l’assunzione del caffè di circa 15-30 minuti rispetto al termine del pasto, assicurando una corretta idratazione con acqua, evitando gli zuccheri semplici e assecondando la digestione senza sovraccaricare il sistema nervoso.

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Il caffè rimasto nella moka dal giorno prima si può ancora bere o fa male?

La pratica di conservare il caffè estratto all’interno della moka per consumarlo a distanza di ore o il giorno successivo presenta criticità di ordine chimico-organolettico e igienico-sanitario.

Sotto il profilo chimico, il caffè è una matrice complessa contenente lipidi polari, acidi organici e composti fenolici antiossidanti, ed è caratterizzato da un’elevata igroscopicità che lo rende incline ad assorbire l’umidità ambientale. Una volta completata l’estrazione, il contatto prolungato con l’ossigeno atmosferico avvia una rapida degradazione. Gli aromi volatili si disperdono rapidamente: se il caffè macinato perde il 50% della carica aromatica in sole 2 ore e il caffè in chicchi in 2 giorni, l’espresso in tazzina subisce un decadimento aromatico del 50% in soli 2 minuti. Il ristagno del liquido nella moka per diverse ore favorisce l’ossidazione dei lipidi, sviluppando sgradevoli sentori di rancido e un sapore piatto e amaro.

Sottoporre il caffè a un secondo shock termico per riscaldarlo è sconsigliato perché lo renderebbero più acido. Questo incremento della concentrazione acida altera drasticamente il pH del caffè, rendendolo irritante per la mucosa gastrica ed esacerbando i sintomi di gastrite e reflusso gastroesofageo.

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Sotto il profilo microbiologico, il caffè nero e amaro offre condizioni relativamente sfavorevoli alla proliferazione batterica immediata grazie al suo pH acido e alla presenza di composti antimicrobici. Se conservato nella moka chiusa a temperatura ambiente per un tempo prolungato (oltre le 12 ore) si va a favorire la crescita di spore fungine e muffe. Se nel caffè sono stati aggiunti zucchero o latte, la stabilità biologica decade immediatamente, trasformando il liquido in un terreno di coltura idoneo per cariche batteriche elevate nel giro di poche ore.

E’ quindi consigliato di non lasciare il caffè nella moka per lungo tempo e nel caso questo dovesse succedere è consigliato far bollire una soluzione di acqua e aceto attraverso la caffettiera, risciacquare ripetutamente con acqua calda ed eseguire almeno tre estrazioni a vuoto con caffè economico per ripristinare la patina protettiva di oli sulle pareti di alluminio, evitando l’uso di detergenti abrasivi o della lavastoviglie che corroderebbero pesantemente l’alluminio.

Caffè del Caravaggio punta sulle cialde ese filtro carta, perché questa scelta consente di mantenere intatte la freschezza e le caratteristiche aromatiche del caffè, offrendo ogni volta una degustazione salutare e di qualità superiore.

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Il caffè al ginseng del bar è davvero più sano e leggero di un espresso?

Il caffè al ginseng servito nei bar e nei canali della distribuzione automatica viene frequentemente percepito dal consumatore come un’alternativa salutare e rinvigorente all’espresso classico. L’analisi dei formulati chimici industriali rivela tuttavia che si tratta di un prodotto ultra-processato a elevata densità calorica, ben lontano dall’essere una semplice variante del caffè tradizionale.

Le polveri solubili impiegate sono composte prevalentemente da zuccheri semplici, che costituiscono dal 54.3% al 60% del peso totale della miscela. Anche le varianti etichettate come “da zuccherare” o “amare” non escludono l’apporto glucidico, poiché utilizzano destrosio o sciroppo di glucosio disidratato che, pur avendo un potere dolcificante inferiore al saccarosio per simulare un profilo sensoriale meno stucchevole, mantengono inalterato l’elevato carico glicemico e calorico.

I componenti caratterizzanti, come il caffè solubile (dal 6.7% al 9%) e il puro estratto secco di radice di ginseng (appena l’1% – 1.2%), risultano quasi insignificanti rispetto alla frazione lipidica, composta da grassi vegetali raffinati o parzialmente idrogenati (come il grasso di cocco raffinato o l’olio di mais) introdotti per emulare la cremosità del latte. La presenza di proteine del latte, lattosio e additivi tecnologici quali stabilizzanti (fosfati di potassio E340 o calcio E341, pentasodio trifosfato E451i), antiagglomeranti (biossido di silicio E551) ed emulsionanti (mono- e digliceridi degli acidi grassi E471) rende la bevanda un’emulsione complessa che può indurre risposte infiammatorie e reazioni avverse in soggetti intolleranti.

Una singola tazza di caffè al ginseng apporta mediamente tra le 53 e le 83 kcal, configurandosi come un alimento a elevato impatto metabolico e scarso valore fitoterapico reale.

Diverso è il caffè aromatizzato di Caffè del Caravaggio, questo prodotto è costituito infatti al 99% da caffè pura Arabica e 1% di aromi naturali.  Per questo motivo con Caffè del Caravaggio si parla di Caffè aromatizzato al ginsenge non di bevanda al ginseng.

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