Fabio Aru, un sardo con Bergamo nel cuore: “Che ricordi sulla Roncola. Tour? Un rammarico non fare podio nel 2017”
Il Cavaliere dei Quattro Mori a Bergamonews ripercorre la sua carriera e gli anni trascorsi in provincia, quando tra i dilettanti correva nella Palazzago
Bergamo. La Roncola. Basta nominarla e a Fabio Aru si accende subito un sorriso. “Quante volte l’ho fatta. Era la mia salita preferita quando abitavo qui”. Dal versante del Barlino, o passando dal gabbione di Almenno San Bartolomeo: “Era dura, ma mi piaceva. Lì mi mettevo alla prova”. Bergamo, in fondo, gli è rimasta dentro. Nel cuore e nella testa.
Proprio da quelle strade e da quelle salite è iniziata la scalata di uno degli ultimi grandi uomini da corse a tappe del ciclismo italiano. Capace di salire sul podio del Giro d’Italia, conquistare la Vuelta a España, indossare la maglia gialla al Tour de France, nel 2017, regalando agli appassionati italiani il sogno di poter tornare a vincere la corsa più importante del mondo. La vittoria di Montecampione al Giro del 2014, su una delle montagne simbolo di Marco Pantani, resta ancora oggi una delle immagini più iconiche della sua carriera.
Arrivò in terra bergamasca nel 2009, appena diciottenne, da Villacidro, il paese in cui è cresciuto nel sud della Sardegna. Ha vissuto prima a San Sosimo, tra Pontida e Palazzago, e poi a Ponte San Pietro. Fu la Palazzago a credere per prima nel suo talento. Sotto la guida del direttore sportivo Olivano Locatelli e del patron Ezio Tironi, Aru è cresciuto come corridore e come uomo. Tironi, durante gli allenamenti gli ripeteva continuamente quel “Laurà, Laurà”, diventato quasi un mantra. Una cultura del lavoro che il sardo ha fatto sua e che ancora oggi considera uno degli insegnamenti più importanti della sua carriera. Tanto da sentirsi, ormai, bergamasco d’adozione.
In sella non era forse il corridore più elegante da vedere. Il busto oscillava, la bici sembrava andare a zig zag a ogni accelerazione. Ma proprio quella pedalata, racchiudeva tutta la sua forza: grinta, generosità e una capacità fuori dal comune di soffrire. Caratteristiche che hanno fatto innamorare i tifosi italiani. Il Cavaliere dei Quattro Mori, il suo soprannome simbolo, è stato probabilmente una delle ultime grandi gemme del ciclismo italiano. Non è un caso che il buio pesto vissuto dal nostro movimento sia iniziato proprio mentre lui, dal 2018, ha dovuto fare i conti con infortuni, operazioni e problemi fisici che gli hanno tolto quella serenità in bicicletta che aveva caratterizzato gli anni migliori della sua carriera. Fino alla decisione, maturata nel 2021, di chiudere con il professionismo.
Oggi Fabio sta bene. È sereno, continua a vivere il ciclismo con entusiasmo e non ha mai davvero lasciato il suo mondo. Attraverso la Fabio Aru Academy segue da vicino i giovani, è presente nel movimento amatoriale e continua a trasmettere quella passione che lo accompagna da sempre. Tra i ricordi riaffiorano soprattutto quei giorni dell’estate del 2017: il successo a La Planche des Belles Filles, salita ormai entrata nell’immaginario del ciclismo italiano, la maglia gialla indossata e il sogno, anche solo per un istante, di vederlo lì, nel “paradiso” dei Campi Elisi sotto il cielo di Parigi. “Sì, ma non ho mai davvero pensato di vincerlo. Puntavo al podio”, ha raccontato Aru. Alla fine chiuse quinto. Ma, certo, resta la speranza trasmessa a un intero Paese, in tempi magri di soddisfazioni per il ciclismo italiano: oggi quel ricordo assume un peso diverso, più grande, quasi più profondo.
Fabio, come vive oggi il ciclismo dopo il ritiro?
Sono sempre appassionato di ciclismo, seguo le gare, collaboro con diverse aziende e ho scelto di rimanere nell’ambiente in una veste diversa. Non sento più l’esigenza di essere continuamente lontano da casa come quando correvo. Lavorando anche con gli amatori riesco a capire tante dinamiche che sono utili anche alle aziende. Mi mancava fare esperienze diverse e oggi sono sereno e contento del percorso che sto facendo.
Che cosa significa per lei il Tour?
Il Tour de France è uno degli eventi sportivi più importanti al mondo. Se dovessi fare una classifica personale, per me è addirittura l’evento sportivo più importante in assoluto. Non me ne vogliano i Mondiali o le Olimpiadi, ma il Tour è la gara ciclistica più importante del mondo.
Un ricordo “giallo” che le viene in mente?
Penso subito alle emozioni che regala quella corsa. È una gara unica, quella che ogni corridore sogna di vivere e di disputare al massimo livello.
Quando nel 2017 a Peyragudes, sui Pirenei, conquistò la maglia gialla, ha mai pensato di poter vincere la corsa?
In quegli anni il Team Sky era una squadra fortissima da contrastare. Noi arrivavamo da una stagione difficile, segnata anche dalla scomparsa di Michele Scarponi. Feci un buon Delfinato e arrivai al Tour in buone condizioni. Nel ciclismo, però, la squadra conta tantissimo e noi non avevamo un organico paragonabile a quello della Sky. Il podio era nelle mie corde. Ci pensavo e ci speravo. Poi presi una bronchite negli ultimi giorni e arrivai debilitato. Quando il fisico è così provato basta davvero poco per compromettere una corsa così importante.
Come vede questo Tour de France? Chi considera il favorito?
Tadej Pogačar è il favorito, come lo è stato negli ultimi anni. È l’uomo da battere e, se tutto andrà bene, resta il principale candidato alla vittoria. Occhio sempre a Vingegaard. C’è anche il giovane francese Seixas, che sta crescendo molto. Le tre settimane sono lunghe e mi auguro ci sia una bella lotta. Anche Evenepoel può essere uno dei protagonisti, ma i primi tre che ho nominato li vedo davanti a tutti.
Quanto è cambiato il ciclismo rispetto a quello della sua generazione?
È cambiato tantissimo, soprattutto nell’alimentazione. Noi mangiavamo troppo poco e questo, fisicamente, lo abbiamo pagato. All’epoca la magrezza era quasi un’ossessione. Oggi tutto viene controllato: calorie consumate, calorie reintegrate e recupero. Anche materiali e abbigliamento sono migliorati anno dopo anno e si va sempre più forte. Il ciclismo evolve continuamente e bisogna adattarsi.
Pensa di aver pagato quella ricerca estrema di un determinato range di peso?
Un po’ sì. Non vuole essere una scusa, ma in certi anni sono stato davvero troppo magro. Quando ti spingi sempre al limite il fisico ne risente. Parlando con corridori come Diego Ulissi e Alberto Bettiol vedo che oggi c’è molta più attenzione. Si arriva meno scarichi a fine stagione e si gestiscono meglio energie e alimentazione. Noi finivamo le corse a tappe completamente svuotati. Oggi c’è anche una programmazione diversa. Mi è capitato di fare anche 85 gare in una stagione, mentre adesso si corre meno ma si prepara tutto nel dettaglio. Basta pensare a Vingegaard, che, pur vincendolo, ha gestito tutto il Giro in funzione del Tour. Il ciclismo ultimamente è diventato ancora più professionistico.
Qual è il ricordo più bello della sua carriera?
Il 2014 è stato l’anno che mi ha fatto fare il salto di qualità e in cui ero più sereno. Se penso invece alla gara più bella, dico il Campionato Italiano del 2017. Arrivava dopo la scomparsa di Michele Scarponi e dopo la rinuncia al Giro d’Italia per via di un infortunio, quindi ebbe un significato speciale.
C’è invece un rimpianto?
Il podio al Tour de France e alle Olimpiadi: obiettivi che, per una serie di circostanze, non sono riuscito a raggiungere.
Tornando indietro, rivaluterebbe la scelta del ritiro?
Non cambierei quella decisione perché l’ho presa io ed ero convinto. Sono passati tanti anni e non me ne pento. Oggi sono sereno. Molti atleti soffrono il passaggio alla vita dopo il professionismo, io invece l’ho vissuto bene. Se non avessi avuto alcuni problemi fisici forse sarebbe stato diverso, ma sono comunque soddisfatto della scelta.
L’Italia sta cercando il prossimo uomo da grandi corse a tappe. Pensa che Lorenzo Finn, recente vincitore del Giro d’Italia Under 23, possa esserlo?
Lorenzo Finn sta facendo bene, ma non gli metterei addosso troppa pressione. Lo stesso vale per Giulio Pellizzari. Bisogna avere pazienza e lasciare crescere questi ragazzi senza caricarli di aspettative.
Che cosa servirebbe invece al ciclismo italiano per tornare ai vertici?
Bisogna ripartire dai giovani. Negli ultimi dieci o quindici anni il ciclismo giovanile è stato un po’ trascurato. Servono investimenti, strutture, velodromi e persone che credano davvero nei ragazzi. Io provo a fare la mia parte con la Fabio Aru Academy. Sento continuamente parlare dell’esigenza di avere una squadra WorldTour italiana. Ma io credo che prima di tutto bisogna ricostruire il movimento partendo dalla base, come si faceva una volta.
Chiudiamo con un sogno. Quale è quello di Fabio Aru per il futuro?
Mi piacerebbe rivedere un atleta sardo protagonista nel ciclismo professionistico ai massimi livelli.


