Lupo Alberto a Comicon Bergamo 2026: Silver racconta il suo “Masterpiece”
UniBg OnAir ha trasmesso in diretta il panel del creatore di Lupo Alberto
Sabato 27 giugno UniBg OnAir presente con la sua postazione dalla Sala Immaginaria del padiglione A di Comicon Bergamo 2026. Sul palco c’è Guido Silvestri, in arte Silver, papà di una delle icone più longeve, dissacranti e amate della cultura pop italiana: Lupo Alberto. L’occasione è speciale: la celebrazione dell’uscita di “Masterpiece Card Series, Volume 2: Silver – Lupo Alberto”, l’esclusivo cofanetto targato Tomodachi Press che racchiude l’essenza artistica del fumettista modenese. Eccone i momenti salienti.
ARTIGIANO, NON ARTISTA – L’intervista, condotta da Aurora Segatori, entra subito nel vivo partendo da una dichiarazione forte contenuta proprio all’interno del box di Masterpiece: Silver non si definisce un artista, bensì un artigiano. «L’arte è un’altra cosa, nasce da un’esigenza intima», spiega Silver con la sua consueta ironia sorniona. «Se dici di fare qualcosa di artistico, ma sei sotto la scure di una scadenza editoriale, allora non è più arte: è un lavoro. Un artista, per come lo vedo io, è uno che sta le ore a pensare perché sente qualcosa che gli esplode dentro e di cui si deve liberare. Non c’è nessuno che gli dice “per domani sera mi devi fare tre quadri altrimenti non ti pago”».Un pragmatismo, quello di Silver, ereditato dal suo grande maestro e mentore, l’indimenticato Bonvi (Franco Bonvicini): «Lui era un artigiano coi fiocchi. Precisissimo nelle consegne. Se intravedeva un guadagno, era capace di stare sveglio le notti a lavorare».
GLI ESORDI – Silver scava nei ricordi della sua giovinezza nella provincia modenese degli anni ’50 e ’60. Figlio di un autotrasportatore e di una casalinga, il destino tracciato per lui dai genitori era molto diverso: «Il massimo che potessero sperare per me era un lavoro da impiegato, il classico posto in banca “dove non ci si sporca le mani”. Quando dissi che volevo fare i fumetti, mi guardarono come si guarda un deficiente. Mia madre non sapeva nemmeno decifrare i personaggi. Mi diceva: “Ma questo è Topolino? A me non sembra un topo…”». La svolta arriva a 17 anni, mentre frequenta (a detta sua con scarso successo) l’Istituto d’Arte di Modena. Una professoressa di storia dell’arte accenna in classe che un amico di un suo amico cercava un collaboratore per fare fumetti. Quel nome era Bonvi. Silver si presenta a casa del maestro in un giorno di pioggia battente, inzuppato da capo a piedi, davanti a un Bonvi che viveva in un attico stupendo. Bonvi non fu entusiasta dei disegni del giovane Silver, ma gli affidò un compito “ingrato”: ogni anno, un capitano dell’Accademia Militare di Modena chiedeva a Bonvi, come favore non retribuito, di disegnare un enorme sfondo per le foto dei cadetti diplomati. Bonvi, annoiato da quel compito, disse a Silver: «Tu fammi questo disegno, piazzaci una grande fontana al centro». Continua: «Andai a casa ansiosissimo», racconta Silver ridendo. «In due giorni disegnai una fontana orrenda. Fare gli ovali con i pennini di allora era difficilissimo. Gliela portai. Qualche giorno dopo, Bonvi mi vide e si mise a ridere come un matto, dandomi una pacca sulla spalla. Gli chiesi se fosse piaciuta e lui: “No, me l’hanno buttata in faccia!”. Era felicissimo, perché grazie al mio disegno orrendo si era finalmente liberato di quella scocciatura. Da lì siamo diventati amici».
LUPO ALBERTO – Nel 1972, in pieno boom delle riviste contenitore, Silver viene intercettato dall’editore del Corriere dei Ragazzi. Aveva solo dieci giorni per proporre qualcosa di suo. È in quel momento che i ricordi dei viaggi mattutini in pullman attraverso le campagne emiliane si condensano in un’idea. «Guardavo gli animali da cortile e, nello sballottamento del pullman e nel sonno del mattino, iniziai a pensare: chissà se questi animali hanno dei rapporti tra loro? Se potessero interagire, cosa si direbbero?». Nacque così la fattoria dei McKenzie. La striscia fu accettata immediatamente dal direttore. «Se non fosse andata bene? Oggi farei il meccanico o l’elettrauto, come sognava mio padre». Nel tempo, la sovrapposizione tra Silver e Lupo Alberto è diventata totale: «All’inizio avevo vent’anni e non avevo l’esperienza per raccontare grandi storie, così raccontavo la mia quotidianità: la fidanzata, i problemi, i rapporti con gli amici. Senza volerlo, ho iniziato ad assomigliare a Lupo Alberto, anche fisicamente. Oggi siamo inscindibili. Lui è rimasto un ragazzo scapigliato di trent’anni, io sono invecchiato, vado al supermercato con mia moglie, ma quello che dice Lupo Alberto è esattamente ciò che penso io».
DAI CANESTRINI ALLE CARTE – Rispondendo a una domanda sull’invasione del merchandising (dai diari scolastici alle caramelle, fino alle odierne carte collezionabili), Silver ha ricordato il diverso approccio che c’era tra i fumettisti della sua generazione: «C’erano colleghi, come il mio caro amico Sergio Bonelli, che consideravano il fumetto un’arte pura e il merchandising una cosa commerciale e volgare. Sergio mi prendeva in giro, diceva: “Sì, vabbè, ma tu fai i canestrini (i portamatite)…”. Io gli rispondevo che i miei sono “pupazzini” e si prestano al gadget. Sarebbe strano vedere una bambina che va a dormire abbracciata al peluche di Tex Willer! Io ho sempre guardato a modelli come Walt Disney o Schulz, che hanno invaso il mondo con i loro personaggi». Il cofanetto di Masterpiece rappresenta l’ennesima evoluzione di questo percorso. Per l’occasione, Silver ha realizzato un’illustrazione inedita che mostra Lupo Alberto intento a sistemare le proprie carte da gioco: «Sembra un’immagine semplice, ma vi assicuro che fare quel mucchietto di carte disordinate, dare l’idea della plastica dei raccoglitori e mantenere le proporzioni mi ha fatto lanciare non poche maledizioni! Però, alla fine, il risultato c’è».
UN CONSIGLIO AI GIOVANI – Prima di lasciare il palco per spostarsi al Padiglione B per la lunga sessione di firmacopie, Silver ha voluto lasciare un consiglio ai giovani disegnatori presenti in sala, stimolato da una domanda dal pubblico: «Oggi è molto più difficile, c’è tantissima concorrenza. Il mio unico consiglio è capire se si vuole fare veramente questo nella vita. Non un “mi piacerebbe”, ma un “o faccio questo o non faccio niente”. Io a 12 anni sapevo che avrei fatto i fumetti, altrimenti sarei morto barbone o ubriacone. E poi, bisogna trovarsi una strada, copiare i maestri che si amano – che è la scuola migliore – e confrontarsi continuamente con gli altri, finché non si è soddisfatti del proprio lavoro. In poche parole: bisogna farsi il mazzo».
Il panel si chiude tra gli applausi scroscianti della Sala Imaginaria e la consapevolezza è che, anche nel 2026, quel Lupo azzurro nato per errore da una sfumatura di ciano continua a morderci il cuore con la stessa immutata, straordinaria freschezza.

