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La pm chiede 24 anni per Jacopo De Simone: “Claris ucciso per nulla”. La difesa: “Va assolto, ha agito per legittima difesa”
Nella foto Riccaro Claris. Nel riquadro Jacopo De Simone

Tensione in aula al termine dell’udienza. La sentenza è prevista per l’8 settembre

Bergamo. Ventiquattro anni di carcere. È la pena chiesta dal pubblico ministero Maria Esposito per Jacopo De Simone, imputato per l’omicidio di Riccardo Claris la notte del 4 maggio 2025, al termine di una lite nata per un coro da stadio.

L’accusa contesta innanzitutto la versione fornita dall’imputato sul momento dell’accoltellamento. De Simone, 20 anni, sostiene di aver estratto il coltello dopo essere stato aggredito da Claris con una catena. Una ricostruzione che, secondo il pm, non trova riscontro nelle testimonianze raccolte: nessuno dei presenti, compresi gli amici dell’imputato e la madre, ha riferito di aver visto la vittima tentare di colpirlo. “Anche ciò che non viene detto ha un valore”, ha osservato la pm durante la requisitoria.

Secondo diversi testimoni, inoltre, De Simone non avrebbe invitato il gruppo ad allontanarsi. Al contrario, avrebbe urlato: “Figli di puttana, venite”, sfidando i presenti. Un comportamento che, per la Procura, mal si concilia con quello di chi cerca di sottrarsi allo scontro.

Tutto sarebbe nato da un diverbio al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina. De Simone, pur non essendo un ultras, avrebbe provocato alcuni avventori intonando un coro dell’Inter in un locale abitualmente frequentato da tifosi dell’Atalanta. Gli animi si sarebbero accesi: “Qui siamo a Bergamo, non puoi fare queste cose, brutta testa di cazzo”.

Il gruppo degli atalantini seguì quello degli interisti fino a casa dell’imputato. De Simone e i suoi amici si erano già rifugiati all’interno dell’abitazione e, proprio per questo, secondo la Procura non sussistono i presupposti della legittima difesa. Al contrario, De Simone avrebbe alimentato una nuova situazione di pericolo tornando in strada armato di coltello quando ormai era al sicuro. Avrebbe potuto restare in casa e chiamare le forze dell’ordine, ha osservato la pm, invece di affrontare il gruppo che lo aveva seguito dal Reef Cafè fino al condominio.

Per il pubblico ministero, il litigio nato da un coro da stadio rappresentò uno stimolo del tutto sproporzionato rispetto all’esito finale: un semplice pretesto, ha sostenuto Esposito, per dare sfogo a un impulso violento. “Riccardo Claris ha perso la vita per nulla”, ha concluso.

Da qui la contestazione dell’aggravante dei futili motivi e la richiesta di una condanna a ventiquattro anni. La pm Esposito ha tuttavia riconosciuto a De Simone le attenuanti generiche, ritenendole equivalenti alle aggravanti contestate, “anche per il percorso di ravvedimento che dice di avere intrapreso – ha spiegato – del quale non abbiamo motivo di dubitare e che ci auguriamo sia autentico”.

L’avvocato Fabrizio Losito, legale della madre di Claris, ha definito le scuse dell’imputato, arrivate dopo oltre un anno, “poco convinte e autoreferenziali”, sostenendo che non dimostrino un reale pentimento né “una comprensione del valore del bene della vita”. Ha inoltre contestato la versione difensiva sulla presunta catena brandita dalla vittima, definendola una “ricostruzione di comodo”, poiché, secondo le parti civili e la pm, non ne esisterebbe alcuna prova.

Sulla stessa linea l’avvocato Michele Facchinetti, che assiste la sorella della vittima, secondo cui “l’imputato cercava solo un pretesto per sfogare il proprio istinto criminale”. Anche l’avvocato Federico Merelli, legale della nonna di Claris, ha evidenziato che, se De Simone si fosse davvero sentito in pericolo, avrebbe potuto chiamare le forze dell’ordine o il fratello gemello, che non vedeva arrivare e per il quale sosteneva di essere preoccupato. Ha inoltre osservato che, se avesse realmente voluto proteggere la famiglia, “sarebbe sceso brandendo il coltello per allontanare il gruppo degli atalantini”, mentre lo avrebbe “tenuto nascosto fino all’ultimo nella tasca della felpa”.

Prima di ricominciare la giudice Donatella Nava ha chiesto a De Simone come fosse andata la maturità “per stemperare un po’ la tensione”. “Bene”, risponde lui. Nel pomeriggio l’avvocato Luca Bosisio ha chiesto l’assoluzione del suo assistito sostenendo una ricostruzione opposta a quella della Procura. La difesa ha contestato la versione di alcuni testimoni, ritenendo che i racconti dei presenti, sia del gruppo di Claris sia di quello di De Simone, non siano sempre stati chiari e coerenti.

Bosisio ha inoltre sostenuto che il movente dello scontro non fosse il coro dell’Inter, bensì l’appartenenza del gruppo di Claris al tifo atalantino. Ha definito inverosimile che un gruppo di ragazzi poco più che diciottenni fosse entrato nel locale con l’intenzione di provocare e ha ricordato che, secondo il suo assistito, De Simone sarebbe stato afferrato per la nuca subito dopo il coro.

Quella sera al locale veniva trasmessa la partita Inter-Verona e, secondo la difesa, il coro intonato da De Simone sarebbe stato un gesto goliardico e non una provocazione: “Un ragazzo, mentre esce a fumare con gli amici e alcune ragazze, non è libero di intonare un coro della propria squadra perché può essere aggredito? Se è così non ci capiamo”.

Il difensore ha sostenuto che il gruppo rivale avrebbe costruito una ricostruzione di comodo: inizialmente, ha affermato, nessuno avrebbe parlato del coro, mentre in una chat del 5 maggio comparirebbero riferimenti a un incontro con un avvocato e alla necessità di confrontarsi con un certo Claudio (“Bocia” Galimberti, storico leader della Curva Nord atalantina). Secondo Bosisio, dopo il timore che la vicenda potesse avere conseguenze anche sul piano del Daspo, sarebbe nata la versione dei diciottenni entrati nel bar a provocare e del successivo inseguimento finalizzato a un chiarimento.

Secondo Bosisio non si sarebbe trattato di un chiarimento, ma di una vera e propria spedizione punitiva. Il gruppo di cui faceva parte Claris, ha sostenuto il legale, era numericamente preponderante e armato. A sostegno di questa ricostruzione ha richiamato la testimonianza di un residente, secondo il quale alcuni appartenenti al gruppo degli atalantini avrebbero “bonificato” l’area in cui avvenne l’omicidio prima dell’arrivo dei carabinieri.

L’avvocato cita inoltre dei messaggi agli atti dell’indagine. Alle 00.47 Claris avrebbe scritto a un’amica: “Stasera mi picchio, siamo dieci contro dieci”. E ancora: “Uno mi ha detto ‘fra’ sono più bergamasco di te'”. Un suo amico descrisse il ventiseienne con queste parole: “Un ultrà vero, con il volto coperto e la cinghia in mano senza se e senza ma”.

Il punto centrale dell’intervento è stato il tema della legittima difesa. Secondo Bosisio, De Simone sarebbe uscito dall’abitazione perché temeva per sé e per la propria famiglia. La madre, sempre secondo la difesa, sarebbe scesa in strada chiedendo al gruppo di allontanarsi, circostanza che avrebbe aumentato la preoccupazione dell’imputato. De Simone sarebbe quindi intervenuto perché convinto che la situazione potesse degenerare, sapendo che la madre era in strada e non vedendo arrivare il fratello gemello.

Il difensore ha quindi chiesto l’assoluzione per legittima difesa e, in subordine, il riconoscimento dell’eccesso colposo di legittima difesa. Ha inoltre chiesto l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi e, in caso di caduta dell’aggravante, la riduzione di pena prevista dal rito abbreviato. In ulteriore subordine ha sollecitato il riconoscimento delle attenuanti della provocazione e dello stato d’ira.

A favore dell’imputato ha infine richiamato la giovane età, l’assenza di precedenti e il fatto che De Simone si sia consegnato ai carabinieri dopo l’accaduto. Quanto all’accoltellamento, ha sottolineato che fu inferto un solo colpo, rivelatosi mortale per una tragica fatalità.

Al termine dell’udienza si sono registrati momenti di tensione in aula. La sentenza è attesa per l’8 settembre.