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Dieci anni di Brexit: un bilancio oggettivo ed uno sguardo al futuro

Dopo 10 anni di Brexit non si sono quindi verificate le ipotesi più cupe evocate dai Remainers, ma nemmeno quelle ottimistiche diffuse dei Leavers, lasciando irrisolti i problemi legati all’economia ed all’immigrazione in un Regno Unito ulteriormente indebolito

Il 23 giugno ha segnato il decimo compleanno della Brexit, uno degli esperimenti nazional-populisti di maggiore impatto che hanno caratterizzato l’Europa in tempi recenti: un’ottima occasione per fare il punto su come sono andate le cose, e riflettere sulle spinte centrifughe che trovano sempre maggiore diffusione nel nostro continente. La consultazione referendaria fu indetta dall’allora premier britannico David Cameron, conservatore ed europeista pragmatico, nella convinzione che il referendum avrebbe dato esito negativo, e sarebbe stato l’occasione per ricompattare il mondo conservatore britannico.

Un azzardo politico ad altissimo rischio, che avrebbe dovuto sconfiggere, nelle speranze del premier, una rumorosa fronda interna al centrodestra. Al termine di una campagna referendaria senza esclusione di colpi, il fronte guidato da Nigel Farage (fondatore e leader del Brexit Party, oggi Reform UK) ebbe come noto la meglio: Cameron ed il fronte del Remain furono sconfitti ed il 51,9% dei votanti decretò la storica uscita del Regno Unito dall’Europa, aprendo una fase di navigazione del tutto nuova in acque inesplorate. E come sono andate le cose?

Per dare una risposta occorre partire dalle cause del malcontento dell’epoca e dalle promesse ed aspettative che i sostenitori della Brexit diffusero tra la popolazione. In estrema sintesi potremmo dire che i driver principali dell’ampio malcontento popolare su cui si fondò il consenso per l’uscita dall’Europa furono essenzialmente tre, intimamente connessi alla struttura del mondo globalizzato di allora.
Anzitutto una dinamica di crescenti disuguaglianze tra Londra (sempre più prosperosa per il modello economico internazionalizzato e basato sui servizi) ed il resto del paese, in particolare il nord post-industriale, sganciato dal treno della globalizzazione, in declino ed in perenne ricerca di identità.
In secondo luogo il tema dell’immigrazione massiccia dall’estero, con un’assimilazione dei nuovi residenti spesso difficoltosa ed una competizione salariale tra nuovi lavoratori e residenti: l’impatto dell’immigrazione risultava quindi complesso da gestire sia da un punto di vista sociale che economico.
In terzo luogo, l’austerità economica seguita alla Grande Recessione del 2008 originata in America ma riverberata in tutto il mondo: il Regno Unito fu particolarmente colpito, data la composizione della sua economia fortemente sbilanciata verso i servizi finanziari, e le politiche di austerity finirono per impattare maggiormente sulla parte meno abbiente della popolazione, esacerbando il tema delle disuguaglianze e della competizione salariale con gli immigrati.
ll malcontento stratificato con sempre maggior solidità veniva canalizzato dai sostenitori della Brexit in una risposta semplice, che individuava nell’Europa la causa di ogni male. Come già accaduto nella storia, individuare un nemico facilmente identificabile rende la narrazione molto più efficace: la frattura sociale delle classi lavoratrici, dovuta a globalizzazione ed austerità, e la frustrazione per un fenomeno migratorio non correttamente gestito, venivano addebitate alle politiche di Bruxelles ed ai vincoli legati all’appartenenza all’Unione. Sebbene l’Unione Europea fosse già allora una sovrastruttura con ampi margini di miglioramento, la narrazione dei Leavers non coglieva la complessità dei fenomeni ed imputava all’UE responsabilità che in larga parte non
le competevano. Forti di un ampio sostegno popolare, i Leavers ottennero quindi questa vittoria storica, la Brexit trovò compimento ed il paese si affacciò verso un futuro diverso, carico di aspettative e di speranze.

E come sono andate le cose in questi 10 anni?
Il bilancio post Brexit può essere tracciato su due dimensioni principali, ripercorrendo le cause del malcontento che ha generato l’uscita: la performance economica del paese (incluso il tema delle disuguaglianze territoriali) ed il fenomeno migratorio. Partendo dal dato economico, i numeri parlano chiaro: l’outlook economico del paese, per quanto non disastroso, è nettamente peggiorato rispetto al pre-brexit. L’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio britannico stima che l’economia sarà strutturalmente ridimensionata del 4% negli anni a venire rispetto ad uno scenario di permanenza nell’Unione. Vi sono poi studi accademici che si spingono a stimare un impatto negativo sul PIL ancora superiore (tra il 6% e l’8%) ed un ridimensionamento degli investimenti tra il 12% ed il 18%. Per quanto riguarda il commercio, si nota una dinamica particolare: l’export beni materiali è calato dell’8%, mentre i servizi sono aumentati quasi del 58%, rappresentando ormai quasi il 60% dell’export britannico. Uscire dall’Europa non ha quindi modificato la struttura dell’economia fortemente sbilanciata sui servizi, concentrati nella ricca parte meridionale del paese.

A corollario di tutto questo, il Regno Unito post Brexit ha conosciuto un’inflazione particolarmente elevata ed una svalutazione della sterlina nell’ordine del 10% rispetto al periodo pre-2016, determinando una significativa perdita del potere di acquisto dei salari a danno soprattutto delle classi meno abbienti.
Anche il tema chiave delle disuguaglianze territoriali non ha trovato la risposta auspicata: la Brexit prometteva un percorso di “levelling up”, ovvero il rilancio delle aree industriali depresse nella parte settentrionale del paese per accorciare le distanze con Londra ed il sud-est del paese. Ciò che è accaduto è stato invece un “levelling down”: niente rilancio industriale nel nord ed un sud del paese che si ridimensiona, tenendo però le posizioni. Si sta tutti un po’ peggio, il sud del paese continua a stare decisamente meglio, e del rilancio industriale non si vede traccia: l’accorciamento delle distanze è quindi iniziato, ma non migliorando le condizioni del nord, bensì con un relativo peggioramento di quelle del sud.

Passando invece al dato migratorio vediamo naufragare un’altra promessa della Brexit: nell’immediato post-uscita, venne azzerata la libera circolazione dall’Europa, ma per evitare il collasso dei settori chiave dell’economia e della pubblica amministrazione si è incrementato fortemente il saldo migratorio da paesi extra-UE (in particolare India, Nigeria e Filippine). Nel 2023 si è quindi assistito al record assoluto negli arrivi, che ha sfondato quota 900.000 persone, oltre 3 volte la media degli anni pre-Brexit. Per contenere il fenomeno, sono quindi state varate misure di restrizione ai visti (divieto di ricongiungimento familiare e requisiti salariali minimi innalzati) che hanno ridotto drasticamente gli arrivi a circa 170.000 unità nel 2025, creando però una carenza
cronica di personale (attualmente irrisolta) in settori quali sanità, edilizia, agricoltura e assistenza agli anziani.

Volendo sintetizzare potremmo dire che l’immigrazione europea è stata sostituita con quella extracomunitaria ed è aumentata in maniera sostanziale per supportare le necessità dell’economia. È stata poi ridimensionata frettolosamente, temporaneamente e con scarsa pianificazione (con provvedimenti che potevano essere varati senza l’uscita dall’UE), esponendo l’economia a gravi carenze di personale. Non esattamente il percorso immaginato dai Leavers. Quanto abbiamo visto descrive il doppio fallimento delle promesse elettorali a favore dell’uscita: l’economia si trova ad essere strutturalmente più debole ed i problemi legati all’immigrazione (ingressi massici dovuti alle necessità di personale ed integrazione difficoltosa) restano punti ancora in cerca di una risposta.

La popolazione britannica sembra oggi pienamente cosciente di come siano andate le cose, come si evince dai sondaggi che certificano un ampio margine a favore dell’opzione di rientrare: quasi il 60% dei cittadini britannici opterebbe per un rientro, percentuale che sale oltre l’80% tra i giovani. Dobbiamo quindi aspettarci un futuro in cui il Regno Unito sarà nuovamente parte dell’UE? Difficile. Le possibilità concrete di un re-join restano abbastanza limitate, non foss’altro perché le probabili condizioni di ingresso (tra cui l’adozione dell’Euro e la libera circolazione all’interno dell’area Schengen) non sarebbero accettate, né dalla politica né dall’elettorato: l’adesione al re-join dei sondaggi di cui sopra crolla drasticamente (oltre 20 punti percentuali) appena vengono esplicitate le condizioni di rientro di Bruxelles.

Anche il comparto industriale, pur riconoscendo che la Brexit è stata nel complesso dannosa per l’economia britannica, non auspicherebbe la riapertura di un dibattito politico per rientrare, come dichiarato sulle pagine del Financial Times da Rain Newton-Smith, Direttore Generale della CBI (omologa britannica della nostra Confindustria). Il mondo dell’impresa auspica un progressivo riallineamento commerciale e normativo, ma non si augura l’inizio di una nuova stagione di divisione politica ed incertezza normativa.

Dopo 10 anni di Brexit non si sono quindi verificate le ipotesi più cupe evocate dai Remainers, ma nemmeno quelle ottimistiche diffuse dei Leavers, lasciando irrisolti i problemi legati all’economia ed all’immigrazione in un Regno Unito ulteriormente indebolito. Come ci si poteva attendere, una risposta troppo semplice ad un problema complesso diventa semplicemente una costosa perdita di tempo: meglio costruire una visione e risolvere davvero i problemi, a patto di poter contare su una leadership che sia in grado di farlo.


Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.

In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.

È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.

Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.