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La transizione ecologica non è una rinuncia: è un modo diverso di abitare il mondo
Caterina Orsenigo - foto di sfondo di David Billington su Unsplash

La scrittrice e giornalista Caterina Orsenigo racconta come il viaggio lento possa diventare un’esperienza di conoscenza di sé, degli altri e dell’ambiente. “La crisi climatica è l’occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo e il mito della crescita infinita”. Sarà protagonista il 25 giugno, alle 18, nella Sala Viscontea dell’Orto Botanico di Città Alta

La transizione ecologica non consiste semplicemente nel sostituire una fonte energetica con un’altra: è l’occasione per ripensare un modello economico fondato sulla crescita infinita, orientandolo verso la qualità della vita e la giustizia sociale, nel rispetto dei limiti delle risorse del pianeta. Caterina Orsenigo, scrittrice e giornalista, interverrà, in dialogo con chi scrive, sul tema “Ecologia della lentezza e transizione ecologica” il 25 giugno (alle 18), nella Sala Viscontea dell’Orto Botanico in Città Alta, per “Dirama”, il festival internazionale di natura, relazioni e cura del territorio di Legambiente Bergamo. Laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi, Caterina Orsenigo collabora con il quotidiano Domani, Il Tascabile, la rivista culturale online della Treccani, Lucy sui mondi, il magazine di scienze e cultura.

Ha pubblicato il romanzo Con tutti i mezzi necessari. Viaggio in Transiberiana e un libro per ragazzi, Uragano. Organizza passeggiate letterarie e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università di
Milano Bicocca. Il romanzo nasce dal viaggio intrapreso nel 2016 da Caterina con l’amica Greta da Milano a Pechino, diecimila chilometri in quaranta giorni attraversando Romania, Moldavia, Russia, Mongolia, Cina con tutti i mezzi possibili: blablacar, treni, autobus, van, cavalli. È un viaggio che obbliga a distinguere l’essenziale dal superfluo. C’è un episodio emblematico all’inizio del percorso, quando chi pensa di poter caricare nel bagagliaio venticinque casse scopre che c’è posto solo per venticinque bottiglie. È quasi una metafora: portare con sé solo ciò che è davvero necessario. Lungo il cammino cambiano i paesaggi, le persone, i ritmi. Nel fascino di San Pietroburgo nasce il primo grande ricordo del viaggio: l’incontro con Boris e Carol; Mosca appare come una metropoli opprimente, illuminata solo da un’amicizia; sulla Transiberiana l’assenza di internet e del telefono diventa una forma inattesa di libertà. Poi arriva la Mongolia, il cuore del viaggio: le steppe, il deserto del Gobi, gli orizzonti sconfinati, il silenzio. Infine, la Cina con il contrasto tra il caos di Pechino e la quiete della Grande Muraglia. Il viaggio geografico diventa anche un viaggio interiore. Non a caso i capitoli portano come titolo i pronomi personali – Io, Tu, Lui, Loro, Voi, Noi – quasi a suggerire che conoscere il mondo significa anche ridefinire il proprio rapporto con se stessi, con gli altri, con l’ambiente.

“Credo che oggi viaggiare lentamente – ci anticipa Caterina Orsenigo – non sia una scelta facile. Nella storia umana, invece, si è stati obbligati al viaggio lento e si è voluti procedere sempre più rapidamente. Ora siamo arrivati a un apice di esagerazione, che ci induce a cercare un modo diverso di stare nello spazio, attraversarlo, conoscerlo. È un tipo di viaggio faticoso, ben diverso da quelli organizzati, ha bisogno di tempo, di pazienza, di attenzione, anche di possibilità di sbagliare. Un personaggio del
viaggio e del libro è un giovane che voleva partecipare al Mongol Rally: il suo datore di lavoro non gli concede i due giorni in più di ferie necessari per completarlo, lui addirittura si licenzia e resta in Mongolia. Ovviamente non tutti possiamo permettercelo: lui era giovane. Senza arrivare a questi estremi, penso che sia un esempio di cura verso se stessi. Rallentare è l’unico modo per conoscere il mondo e se stessi”.

Il viaggio si trasforma progressivamente da spostamento geografico a ricerca interiore. A San Pietroburgo, Caterina e Greta capiscono che il viaggio comincia ad avere un ricordo e quindi un significato. I ricordi, come l’ambiente in cui viviamo, costruiscono la nostra identità. 

“Nel libro Disagio ambientale, Adriano Zamperini racconta come l’habitat sia un elemento fondamentale della costruzione della propria identità. Spiega, per esempio, come in alcune forme di tortura si tolga tutto quanto sia riconoscibile come proprio habitat per arrivare al lavaggio del cervello. Senza i rispettivi habitat non siamo più noi: ce lo dimentichiamo spesso. L’identità, per evolvere, ha bisogno del proprio habitat. Ce ne accorgiamo in questo periodo storico in cui la politica occidentale punta a
costruire habitat tutti uguali in giro per il mondo. Darsi il tempo di attraversare luoghi che, invece, sono diversi gli uni dagli altri è probabilmente l’unico modo per consentire a noi stessi di crescere tramite lo spaesamento, necessario per costruire un’identità interiore non monolitica. Anche questa è una forma di cura verso noi stessi”.

Quale legame c’è tra quel viaggio e la sua attività giornalistica di oggi, dedicata prevalentemente alla crisi ecologica e climatica?

“L’attenzione al bisogno di rallentare anche per rispettare i diversi habitat e gli altri esseri umani, decentralizzandosi come bianchi occidentali per riuscire a essere in ascolto. Penso che tutto questo si stesse già seminando, senza che me ne accorgessi più di tanto, nella scelta di quel tipo di viaggio e poi nel modo in cui ho deciso di scrivere il libro, mettendo di lato la prima persona per lasciare spazio anche ad altri punti di vista. Il discorso ecologista successivo del mio lavoro era forse già presente in quel farsi da parte e nel creare alleanze per ricostruire un mondo multipolare, anche interspecie, non antropocentrico. Un discorso cresciuto molto in questi ultimi dieci anni e diventato più profondo e consapevole. Tra l’altro, un anno dopo quel viaggio sarebbe uscito La grande cecità di Amitav Ghosh, che richiama alla responsabilità di immaginare una letteratura capace di esprimere la crisi climatica. Oggi si trovano molti romanzi in cui è presente: basti pensare a Diluvio di Stephen Markley”.

La transizione ecologica è raccontata spesso come un sacrificio, una rinuncia, mentre in realtà è un modo per vivere meglio, con più qualità e meno disuguaglianze. Lo slogan dei gilet gialli francesi contrapponeva la fine del mondo alla fine del mese. Oggi sappiamo che non sono due problemi diversi: senza transizione ecologica diventa sempre più difficile arrivare alla fine del mese.

“I gilet gialli, in un certo senso, avevano ragione. Il governo francese aveva aumentato la tassa sui carburanti, come strumento per la transizione ecologica, dopo aver diminuito le corse dei treni nelle zone periferiche. Era giusto che chi era obbligato a usare l’auto si arrabbiasse. La transizione significa vivere meglio se si agisce al contrario: prima di intervenire sui prezzi dei carburanti, ci devono essere i mezzi pubblici che funzionano alla perfezione. A quel punto non usare l’auto non è un sacrificio se si può stare seduti su un treno comodo, che arriva in orario e ci porta a destinazione mentre leggiamo il giornale. Un altro esempio. Oggi il cibo sano è ancora estremamente elitario. Riscrivere completamente l’agrobusiness sarebbe un atto di redistribuzione della salute. Limitare gli allevamenti intensivi ci consentirebbe sia di respirare meglio sia di mangiare meglio. Occupano moltissimo spazio, mentre una percentuale altissima dei terreni nel mondo è coltivata a mangimi per il bestiame. Tutto quello spazio potrebbe essere destinato a un’agricoltura diversa, rigenerativa, che aiuterebbe la qualità dell’aria, il clima, la nostra salute”.

La transizione ecologica richiede soprattutto nuove tecnologie o, prima ancora, un cambiamento più profondo del nostro immaginario economico e culturale?

“Se pensiamo la transizione ecologica come una questione di rubinetti da chiudere e aprire, per cui ci limitiamo a passare dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili o addirittura al nucleare, manteniamo in realtà un modello di società che, come sappiamo già, non ci fa stare bene. La crisi climatica dovrebbe essere anche l’occasione per ripensare il nostro sistema di valori, prima di tutto economico, quello che Greta Thunberg all’Onu definì ‘la favola della crescita economica infinita’. Naturalmente bisogna intendersi su che cosa significhi crescita. Se la misuriamo in termini di istruzione, qualità delle relazioni sociali, salute degli ecosistemi o benessere delle foreste, allora è una crescita auspicabile. Anche la crescita economica è ancora necessaria in alcuni Paesi, ma non può essere un obiettivo universale e illimitato. L’economista Herman Daly parlava di ‘economia dello stato stazionario’: quando un’economia funziona e garantisce benessere, non ha bisogno di crescere all’infinito nella produzione, ma di trovare un equilibrio stabile. Un equilibrio che richiede pianificazione e non può essere lasciato completamente alle logiche del mercato”.