Come l’intelligenza artificiale influenza l’inflazione e i mercati finanziari
Ecco perchè l’AI è diventata una forza macroeconomica che sta trasformando crescita, azioni e obbligazioni
Immagina di essere sorseggiare un caffè in questa mattina di giugno 2026. Il giornale parla ancora di spread BTP, inflazione che non scende del tutto e di Wall Street che sembra vivere su un altro pianeta. Eppure, sotto la superficie, sta accadendo qualcosa di profondamente strutturale: centinaia di miliardi di dollari vengono investiti ogni anno nelle infrastrutture dell’Intelligenza Artificiale. Non si tratta più solo di “tecnologia innovativa”. L’AI è diventata una vera forza macroeconomica, capace di ridisegnare crescita, produttività, inflazione e i rapporti tra azioni e obbligazioni. Analizziamo dunque i numeri, gli investimenti record, le divergenze settoriali che questo sta creando e da ultimo le implicazioni concrete per chi investe oggi.
I dati macroeconomici degli Stati Uniti e dell’Europa della settimana hanno dipinto un quadro abbastanza chiaro: le economie resistono, ma l’inflazione torna a farsi sentire, soprattutto per colpa dell’energia. Negli Stati Uniti il CPI di maggio è salito al 4,2% annuo (dal 3,8% di aprile), con un balzo notevole guidato dall’energia (benzina in forte accelerazione). Anche il PPI ha mostrato una crescita molto forte e pari al +6,5% annuo, confermando le pressioni sui prezzi alla produzione. La produzione industriale è cresciuta solo dello 0,1% mensile, mentre il mercato del lavoro resta solido, con richieste di disoccupazione iniziali intorno alle 226 mila unità, un livello ancora basso che segnala resilienza.
In pratica, l’economia americana continua ad espandersi ad un ritmo decente nonostante le tensioni geopolitiche, ma l’inflazione “noisy” e trainata dall’energia crea preoccupazione e rende più complicato il lavoro della Fed. Nell’Eurozona l’inflazione HICP di maggio è salita al 3,2% annuo (dal 3,0%), il livello più alto da settembre 2023. Anche qui l’energia (+10,9%) è il principale colpevole, ma si nota un’accelerazione anche nei servizi, segno che le pressioni si stanno allargando. L’Europa appare un po’ più vulnerabile rispetto agli USA a questi shock energetici, con una crescita che resta modesta e un outlook per il 2026 inferiore all’1%. Il momento più atteso della settimana è stato ovviamente il meeting della Fed del 16-17 giugno, il primo presieduto dal nuovo Chairman Kevin Warsh. La decisione è stata unanime (12-0): tassi federal funds lasciati invariati nel range 3,50%-3,75%. Il tono però è stato chiaramente hawkish. Warsh ha messo al primo posto la stabilità dei prezzi, ha ridotto il forward guidance nel comunicato e ha annunciato una revisione degli strumenti di comunicazione (compreso il dot plot). Le proiezioni interne mostrano un’economia in espansione solida ma con inflazione più persistente, e alcuni membri vedono persino la possibilità di rialzi entro fine anno.
La settimana ha quindi confermato un’inflazione più “sticky” del previsto su entrambe le sponde dell’Atlantico, con l’energia come grande protagonista. La Fed con Warsh sembra voler essere più prudente e data-dependent, allontanando le speranze di tagli rapidi. L’Europa, nel frattempo, resta in una situazione più delicata tra crescita debole e prezzi in risalita. I mercati hanno reagito con una certa cautela, rendimenti in rialzo e volatilità. Ora l’attenzione si sposta sui prossimi dati (PCE statunitense su tutti) e, purtroppo,
sull’evoluzione della situazione in Medio Oriente che continua a pesare sui prezzi dell’energia.
Questa settimana Piazza Affari è stata decisamente positiva, soprattutto per il FTSE MIB, che ha continuato a macinare terreno e ha regalato belle soddisfazioni agli investitori. FTSE MIB che ha vissuto una settimana davvero forte, con un rialzo del 2,62% (+17,59% dall’inizio dell’anno). Settimana che ha spinto con decisione oltre i 53.000 punti, toccando nuovi massimi storici. Il momentum è stato spinto soprattutto dal settore bancario, legato sempre al risiko, dall’energia e da alcuni titoli industriali e della difesa. Si respira un bel ottimismo tra le large cap, con flussi che continuano ad arrivare sul mercato. Le mid-cap del FTSE Italia STAR, invece, hanno mostrato un andamento più cauto, chiudendo la settimana con un -1,47% (-1,41% dall’inizio dell’anno). Nel corso della settimana l’indice si è mosso intorno ai 49.500 – 50.000 punti, con qualche giornata di consolidamento verso la fine della settimana. Le micro e small cap del FTSE Italia Growth hanno invece fatto registrare una performance positiva a 1,19% (+7,01% dall’inizio dell’anno. Qui la
performance è stata più eterogenea, come sempre succede nel segmento growth, dove alcuni titoli brillano e altri restano indietro.
In sintesi, è stata una settimana dominata dalle blue chip. Il MIB ha fatto da locomotiva, confermando un ottimo momento di forma, mentre gli altri indici sono stati più riflessivi. Il mercato italiano nel complesso resta in un trend costruttivo di medio periodo, sostenuto da risultati aziendali solidi e da un contesto europeo ancora favorevole. Da sottolineare comunque che i mercati sono imprevedibili, soprattutto in questo periodo dove le notizie geopolitiche sembrano tenere banco.
Questa settimana il settore bancario ha decisamente dominato i rialzi sul FTSE MIB e tra i protagonisti assoluti ci sono Banco BPM, UniCredit e Banca Mediolanum. Tutti e tre hanno chiuso la settimana con performance molto forti, superiori al già ottimo andamento del listino principale. Banco BPM (+8,99%) è stato il migliore, continuando la sua striscia positiva (ottava seduta consecutiva di guadagni), spinto soprattutto dalle novità sul fronte del risiko bancario: l’offerta su MPS, le voci su possibili altri dossier (come BFF) e il momentum generale del settore. Gli investitori premiano la solidità dei conti recenti e la percezione che Banco BPM sia uno dei player più attivi e interessanti nel consolidamento del settore.
Secondo miglior titolo della settimana, UniCredit che ha messo a segno un ottimo +8,86%. Il titolo ha beneficiato della stessa onda positiva del settore, ma anche di notizie legate alla sua strategia internazionale (in primis l’operazione Commerzbank) e alla forza dei risultati trimestrali. UniCredit continua a dimostrare grande capacità di generazione di utili e di remunerazione degli azionisti e, in un contesto di tassi ancora sostenuti, resta uno dei titoli più apprezzati dagli investitori.
Terzo miglior titolo, Banca Mediolanum che ha registrato un rialzo del 7,29%, performando molto bene anche se leggermente sotto le altre due. Il titolo ha beneficiato del buon momento del settore wealth management e della raccolta, oltre alla solidità del suo modello di business focalizzato sui family banker. Dopo il trentennale di quotazione celebrato di recente, il mercato continua a premiare la crescita costante e l’alta redditività del gruppo.
È stata una settimana da ricordare per le banche italiane. Ovviamente il settore resta sensibile a notizie macro, tassi di interesse e sviluppi sul risiko, nel senso che la volatilità può tornare rapidamente. Mentre il FTSE MIB correva verso nuovi massimi grazie soprattutto alle banche, tre titoli hanno sofferto più degli altri, chiudendo la settimana in rosso: Avio, Stellantis e Tenaris. Avio ha registrato la peggiore perfomance della settimana lasciando sul campo l’11,48%. Dopo un periodo di forza legato al settore difesa e spazio, il titolo ha subìto prese di profitto e una certa rotazione settoriale. Alcuni investitori hanno realizzato guadagni dopo la corsa precedente, in attesa di aggiornamenti più concreti sul portafoglio ordini e sui lanci di Vega-C. Il comparto aerospaziale resta ovviamente sensibile alle notizie geopolitiche e ai ritardi nei programmi europei.
Secondo peggior titolo, Stellantis (-7,44%). Il titolo continua a risentire delle difficoltà del settore auto europeo: margini sotto pressione, transizione elettrica più lenta del previsto, concorrenza cinese aggressiva e vendite deboli in alcuni mercati chiave. Gli investitori restano cauti sui piani di ristrutturazione e sui target di medio termine, in un contesto di domanda debole per le auto tradizionali e ritardi sull’elettrico.
Terzo peggior titolo, Tenaris (-6,17%). Il titolo è penalizzato dal calo del prezzo del petrolio (Brent in discesa) e dalle preoccupazioni sul ciclo dell’oil&gas. Meno investimenti nelle estrazioni da parte delle majors si traducono in ordini più deboli per i tubi senza saldatura. Nonostante una posizione finanziaria solida, il mercato sta scontando un possibile rallentamento dell’attività nel settore energetico nei prossimi trimestri.
È stata una settimana di correzione per questi tre nomi, tutti legati a cicli economici o settoriali attualmente sotto pressione: aerospazio/difesa, auto e oil&gas. Mentre il mercato premia le banche e i titoli più difensivi o con storie di M&A, questi settori hanno sofferto di un sentiment più cauto e di prese di beneficio.
Immagina di essere seduto in un elegante caffè di Bergamo in una mattina di giugno 2026. Il giornale parla ancora di spread BTP, di inflazione che non molla del tutto e di una Borsa americana che sembra vivere su un altro pianeta. Eppure, sotto la superficie, sta accadendo qualcosa di profondo: centinaia di miliardi di dollari stanno venendo pompati ogni anno nelle infrastrutture dell’Intelligenza Artificiale. Non è più solo “tecnologia cool”. È diventata una vera e propria forza macroeconomica, capace di ridisegnare crescita, produttività, inflazione e allocazione di portafoglio tra azioni e obbligazioni.
Oggi ve ne voglio parlare come se stessimo chiacchierando, appunto davanti ad un buon caffè. Non un’analisi fredda, ma un ragionamento che parte dai numeri, tocca i rischi e arriva alle opportunità pratiche per chi investe.
Il boom del capex AI: numeri che fanno impressione
Nel 2026 i grandi hyperscaler americani – Amazon, Microsoft, Google (Alphabet), Meta, Oracle e gli altri – stanno guidando un ciclo di investimenti in capitale che, secondo le stime più aggiornate, supera i 600-700 miliardi di dollari solo per i top player. Alcuni analisti parlano di 725 miliardi per il gruppo allargato. Sono davvero tanti soldi e sono pure in aumento del 40% circa rispetto al 2025.
Giusto per capirci, questo flusso rappresenta circa il 2% del PIL americano e un contributo diretto alla crescita intorno all’1 – 1,5%. È come se un gigantesco piano di stimolo privato stesse sostituendo, o integrando, la politica fiscale e monetaria. I soldi vanno in data center giganti (alcuni da gigawatt), chip, reti, energia e software. Non è più sperimentazione: è costruzione industriale su scala.
Cosa significa questo per l’economia reale? Da un lato, forte sostegno alla domanda aggregata. Lavori edili, acciaio, trasformatori elettrici, semiconduttori e intere filiere che ne beneficiano. Negli USA la crescita 2025-2026 è stata sostenuta per una parte significativa proprio da questi investimenti. Dall’altro, crea una “K-shaped recovery” dentro l’economia stessa: pochi settori trainano, tanti altri guardano dal finestrino.
Energia, inflazione e produttività: il triangolo chiave
Uno dei temi più affascinanti – e sottovalutati all’inizio – è l’impatto sull’energia. I data center per AI stanno facendo esplodere la domanda di elettricità (più volte ne abbiamo parlato su queste righe). Stime IEA e altre parlano di un raddoppio o più del consumo dei data center entro il 2030, con gli USA che assorbono la fetta maggiore. Un singolo grande campus AI può consumare quanto centinaia di migliaia di case.
Questo crea ovviamente pressione sui prezzi dell’energia. Nel 2026 si parla di “inflazione elettrica” intorno al 6% in alcune aree, con effetti pass-through su costi aziendali e bollette dei consumatori. Non è inflazione generalizzata come nel 2022, ma “sticky” in settori specifici. La Fed e la BCE devono farci i conti. Crescita forte trainata da investimenti, mercato del lavoro non sempre bollente, inflazione energetica persistente. Il risultato? Tagli dei tassi più cauti del previsto.
E la produttività che fine fa? Qui sta il grande “IF”. Se l’AI si traduce in guadagni reali di efficienza diffusa – automazione di processi, scoperta scientifica accelerata, servizi migliori – allora il boom degli investimenti si giustifica ampiamente e potrebbe portare ad un decennio di crescita above-trend con inflazione bassa. Se invece i ritorni tardano (o restano concentrati in poche aziende), rischiamo una versione moderna della bolla dot-com. Rischiamo di vedere investimenti enormi, valutazioni alte, delusione quando i profitti non
arrivano proporzionalmente.
Personalmente credo che siamo più vicini al primo scenario, ma probabilmente con tempi più lunghi di quanto il mercato abbia prezzato nel 2025. L’adozione è già alta nelle grandi imprese, sta arrivando nelle PMI (anche in Italia, seppur più lentamente). Il potenziale è enorme.
Implicazioni per le azioni: concentrazione, rotazione e opportunità
Sul fronte azionario il quadro è chiarissimo e vede una forte divergenza. I titoli “AI-exposed” – hyperscaler e semiconduttori, software enterprise – hanno dominato per anni grazie a earnings growth elevatissimo. Ma nel 2026 la narrazione sta evolvendo. Gli investitori chiedono prove concrete di monetizzazione. Chi spende 100 – 200 miliardi di dollari l’anno in capex deve dimostrare che quei soldi generano fatturati e margini sostenibili.
Questo crea volatilità intra-settoriale. Rotazioni verso value, infrastrutture, energia tradizionale o rinnovabili “AI-enabled”, costruzioni, difesa e cybersecurity sono già visibili. In Europa e in Italia l’effetto è più indiretto ma reale. Fornitori di componentistica, aziende energetiche, ingegneria sono quelle in prima linea. Le small e mid cap europee potrebbero beneficiarne se la produttività diffusa si fa concreta, ma soffrono oggi di minore esposizione diretta.
Il consiglio pratico degli analisti è quello di non abbandonare il settore tech, ma diversificare gli investimenti all’interno della filiera. Occorre guardare chi beneficia della spesa (utility, materiali, semiconduttori “puri”) e chi invece rischia duna disruption senza aver investito abbastanza.
Obbligazioni: tassi, spread e duration
Sul fixed income il discorso è altrettanto interessante. Il boom di capex sta richiedendo sempre più finanziamenti. Molti hyperscaler stanno passando da cash-flow interni ad emissione di debito. Questo aumenta l’offerta di corporate bond investment grade, ma con bilanci ancora fortissimi il rischio credito resta contenuto.
Più rilevante è l’effetto sui tassi. La domanda forte di capitale per investimenti produttivi può tenere i rendimenti lunghi sotto pressione (soprattutto se crescita e inflazione energetica restano elevate). Questo significa che i credit spread nei settori energy-intensive o leveraged potrebbero allargarsi temporaneamente. Ci sono delle opportunità? Obbligazioni di utility e infrastrutture legate all’AI, inflation-linked bonds, o duration più corta in attesa anche di maggiore chiarezza delle mosse delle principali banche centrali.
Il debito sovrano europeo resta comunque sensibile a deficit fiscali. Se i governi devono investire in reti elettriche o incentivi AI, i BTP potrebbero risentirne (spread vs Bund attenti ai differenziali di crescita).
Il punto di vista italiano ed europeo
In Italia e in Europa il tema è duplice. Da un lato, rischiamo di restare indietro, visto che abbiamo minore capex privato, maggiore burocrazia e costi energetici più elevati. Dall’altro, ci sono però opportunità enormi nella filiera (componenti, energia, PNRR residuo, transizione green-AI). Le PMI che adottano l’AI possono guadagnare competitività, ma chi non lo fa rischia l’obsolescenza.
Ottimismo cauto e pensiero lungo
L’AI non è una bolla nel senso classico. C’è domanda reale, tecnologia che evolve rapidamente, soldi che entrano. Ma è un ciclo di investimenti intensivo di capitale con ritorni incerti nel timing. Il 2026 sarà l’anno della verifica nel quale si comincerà a vedere chi, tra gli hyperscaler, riesce a trasformare capex in profitti sostenibili, quanto velocemente l’energia si adegua e come la produttività si diffonde oltre i giganti. Chi investe con orizzonte di lungo periodo ha buone carte. Chi cerca guadagni rapidi rischia sbalzi violenti. Come sempre nei grandi cambiamenti tecnologici, la disciplina e la diversificazione premiano più dell’entusiasmo cieco.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


