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Il giudice Abate dispone l’espulsione degli atti patrimoniali acquisiti sul giornalista: “Coinvolgimento del terzo privo di presupposti e lesivo della privacy”

Il Tribunale di Como fa dietrofront sul caso che aveva coinvolto il giornalista del Tg5 Enrico Fedocci, sottoposto a sua insaputa ad accertamenti patrimoniali nell’ambito di una causa civile alla quale era completamente estraneo.

La vicenda era emersa pubblicamente nel novembre 2024, quando Fedocci aveva scoperto casualmente che, nell’ambito di un procedimento relativo agli obblighi di mantenimento di un minore, erano stati acquisiti dati riguardanti la sua situazione patrimoniale in quanto legato sentimentalmente ad una delle parti con la quale non aveva alcun vincolo giuridico. Gli accertamenti erano stati ordinati dalla giudice Nicoletta Sommazzi, titolare del fascicolo all’epoca dei fatti, ma successivamente trasferita a domanda proprio quando il caso esplose mediaticamente.

Dopo avere appreso incidentalmente dell’esistenza dell’indagine patrimoniale, il giornalista aveva contestato il provvedimento sostenendo che i propri dati fossero stati acquisiti e successivamente messi a disposizione delle parti senza che gli fosse mai stata riconosciuta la possibilità di opporsi all’acquisizione e senza neppure essere stato informato.

Ora il giudice Agostino Abate, subentrato nel fascicolo, ha accolto la richiesta di espulsione degli atti, prendendo una posizione che segna una netta discontinuità rispetto alla precedente decisione.

Nel provvedimento il magistrato osserva infatti che «i fatti dichiarati in udienza, e non contestati, smentiscono l’esistenza dei presupposti di fatto che avrebbero potuto determinare un coinvolgimento del terzo nel computo patrimoniale ai fini delle decisioni relative agli obblighi di mantenimento per cui è causa».

Secondo il giudice, dunque, mancavano gli elementi necessari per giustificare il coinvolgimento di Fedocci nelle valutazioni economiche del procedimento.

Ma non è tutto. Abate aggiunge che “i dati acquisiti a carico di Fedocci potevano essere introdotti nel giudizio con mezzi diversi” e sottolinea come il metodo utilizzato sia risultato “oggettivamente invasivo della riservatezza dei dati personali di una persona estranea alla causa, non coinvolta preventivamente nella stessa”.

Sulla base di queste considerazioni il Tribunale ha disposto «l’espulsione dal presente procedimento di ogni atto acquisito relativo a Enrico Fedocci», ordinando inoltre alle parti il segreto sul contenuto delle copie eventualmente in loro possesso e incaricando la Cancelleria di procedere alla materiale eliminazione dei documenti dal fascicolo digitale.

La vicenda è stata raccontata nei giorni scorsi anche dal Sole 24 Ore, che ha ricostruito come il giornalista fosse venuto a conoscenza dell’esistenza degli accertamenti soltanto in modo casuale. Lo stesso quotidiano evidenzia come il giudice Abate abbia riconosciuto l’oggettiva invasività dell’acquisizione di dati riferiti a un soggetto estraneo al procedimento e l’assenza dei presupposti che ne avrebbero potuto giustificare il coinvolgimento.

“Dopo oltre un anno viene finalmente riaffermato un principio che dovrebbe essere scontato in uno Stato di diritto: nessuno può essere sottoposto a un’indagine patrimoniale senza essere informato e senza avere la possibilità di difendersi”, commenta Fedocci.

Per il giornalista, tuttavia, la decisione non cancella quanto accaduto. “Si tratta di una vittoria morale importante, una battaglia che ho combattuto per altri, affinché non avvenga più, ma il danno per me si è già prodotto nel momento in cui quei dati sono stati acquisiti e messi nella disponibilità di persone estranee alla mia vita privata e familiare”.

Sul caso è attualmente aperto un fascicolo presso la Procura di Brescia. Fedocci risulta persona offesa, mentre una persona è stata iscritta nel registro degli indagati. Un elemento che il giornalista tiene a precisare: il procedimento non nasce da una sua denuncia o querela. Sarebbe stata infatti la stessa Procura ad individuare possibili profili di rilevanza penale e a informarlo successivamente dell’apertura del fascicolo e della sua posizione di persona offesa.

La decisione del Tribunale di Como riapre il dibattito sui limiti degli accertamenti patrimoniali nei procedimenti di famiglia e sul delicato equilibrio tra ricerca della verità processuale, diritto alla difesa e tutela della riservatezza dei soggetti estranei al giudizio. Un principio che, secondo il nuovo provvedimento, nel caso Fedocci non sarebbe stato adeguatamente garantito(sul tema aveva espresso più volte la sua opinione critica anche il giurista Arturo Maniaci, Professore di diritto privato all’Università degli Studi di Milano).

Un caso che ha fatto clamore a tal punto che l’Ordine degli Avvocati di Milano sul tema ha organizzato un convegno moderato dal giornalista del Sole 24Ore Alessandro Galimberti che per primo sul quotidiano di Confindustria denunciò l’accaduto.