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Mercoledì la casa circondariale cittadina ha voluto riavvolgere il nastro della memoria e rendere omaggio a oltre cinquanta appartenenti alla Polizia Penitenziaria che tra l’8 e il 9 marzo 2020 contribuirono a mantenere il controllo dell’istituto. A fine mese il ritorno della direttrice D’Onofrio, in ferie forzate da inizio marzo

Bergamo. “Lascio un carcere migliore di prima. Quando sono arrivata c’era un’atmosfera pesante, cupa e pessimista. Ma nel corso del tempo la situazione è migliorata: posso dire che ora riusciamo a lavorare bene”. Nelle parole di Ylenia Santantonio si coglie già una sottile vena di malinconia. Dallo scorso marzo ha assunto la guida reggente del carcere di Bergamo, chiamata a raccogliere il testimone in una fase particolarmente delicata per l’istituto. Il suo arrivo era seguito alle ferie forzate disposte dalla direttrice titolare, Antonina D’Onofrio, dopo le tensioni e le criticità che avevano segnato la vita interna del carcere. Tra pochi giorni, però, la parentesi bergamasca di Santantonio si chiuderà: il 29 giugno è infatti previsto il rientro in servizio di D’Onofrio.

“A Bergamo lascio il cuore, mi ha conquistata. Un’esperienza impegnativa, ma al tempo stesso passionale e sfidante: sono contenta di essere venuta qui. Faccio tesoro di tutto quello che ho vissuto”. E l’occasione per il saluto finale è stata una di quelle importanti. Era il marzo del 2020, l’Italia entrava nel lockdown e anche il carcere di Bergamo si trovava a fare i conti con la paura del Covid e con il rischio che la protesta dei detenuti potesse trasformarsi in qualcosa di molto più grave. Mercoledì 17 giugno la casa circondariale cittadina ha voluto riavvolgere il nastro della memoria e rendere omaggio a oltre cinquanta appartenenti alla Polizia Penitenziaria che tra l’8 e il 9 marzo 2020 contribuirono a mantenere il controllo dell’istituto in uno dei momenti più delicati della recente storia penitenziaria italiana. Una cerimonia partecipata, alla presenza di autorità civili e militari, rappresentanti delle forze dell’ordine e delle istituzioni del territorio, tra cui il presidente della Provincia Gianfranco Gafforelli e l’assessore alla Sicurezza del Comune di Bergamo Giacomo Angeloni.

Per comprendere il significato della giornata bisogna tornare a quelle ore convulse di marzo. La diffusione del virus e la sospensione dei colloqui con i familiari avevano alimentato tensioni in numerosi istituti italiani. Da nord a sud esplosero rivolte che in alcuni casi provocarono devastazioni, evasioni, feriti e vittime. Anche il carcere di Bergamo visse momenti di forte apprensione. Nella serata del 9 marzo centinaia di detenuti iniziarono a protestare battendo sulle sbarre e facendo sentire la propria rabbia e la propria paura. Le immagini provenienti da altri penitenziari italiani lasciavano presagire il peggio. A Bergamo, però, quella tensione non degenerò. Fu il risultato del lavoro di donne e uomini che continuarono a presidiare le sezioni in un momento in cui nessuno aveva certezze, mentre il virus avanzava e la città diventava il simbolo mondiale della pandemia.

“Questa giornata non rimane esclusivamente un momento di premiazione. Si tratta di dare un senso a quel vissuto e a quell’esperienza”, ha spiegato il commissario capo Vincenzo Occhipinti, comandante di reparto del carcere di Bergamo. “La pandemia è stata uno spartiacque nella vita di ciascuno di noi. Il Covid ha cambiato noi come persone e come lavoratori. Temi vecchi e problematiche nuove si sono intrecciati e proprio nel momento di maggiore criticità sono emerse risorse che hanno retto alla prova del tempo”.

Nel suo intervento Occhipinti ha invitato a leggere quanto accaduto non soltanto come una fase emergenziale ormai alle spalle, ma come un patrimonio di esperienza da custodire. “Il Covid ha cambiato il modo di vivere il carcere. La stagione pandemica ha aggravato certi aspetti, ma tutto è stato sorretto da spirito di collaborazione e sacrificio”, ha osservato, sottolineando il ruolo svolto dall’intero istituto. “La Polizia Penitenziaria è parte di un sistema complesso. Dobbiamo continuare a coltivare quella sinergia che ci permette di intervenire e migliorare una realtà che appartiene a tutti noi”.

Parole che hanno trovato una naturale prosecuzione nell’intervento della direttrice Santantonio. Il suo è stato un discorso molto personale, rivolto prima di tutto agli agenti e alle loro famiglie. “Sono trascorsi sei anni e la tentazione potrebbe essere quella di pensare che sia tardi, inutile o anacronistico riconoscere quanto accaduto. Invece il significato è enorme e vive nella divisa che indossate ogni giorno con orgoglio, fronteggiando insieme emergenze di qualunque natura esse siano”, ha affermato.

La direttrice reggente ha poi scelto di allontanarsi da ogni retorica, riconoscendo apertamente le difficoltà che caratterizzano il lavoro all’interno degli istituti penitenziari. “Nessuno – continua la donna – oggi dirà che va tutto bene, che il personale lavora in condizioni ottimali e che non ci sono problemi. Tante volte ci troviamo a scegliere la migliore soluzione tra pessime alternative”. Un contesto strutturalmente critico: il carcere bergamasco continua a registrare un forte sovraffollamento rispetto alla capienza regolamentare, una carenza di organico nella polizia penitenziaria e un aumento di detenuti con fragilità psichiatriche e problemi di dipendenza.

Santantonio si è poi rivolta ai premiati e a tutti coloro che ogni giorno si interfacciano con i detenuti: “Per ogni minaccia, ogni insulto, ogni sputo, ogni volta che siete stati aggrediti, ogni volta che avete affrontato situazioni difficili: ricordatevi che tutto questo non è mai passato inosservato”.

La reggente è poi ritornata sulla propria esperienza alla guida del carcere di Bergamo, incarico assunto in questi mesi in una fase di transizione per l’istituto. Lo ha fatto ricordando il momento del suo arrivo e le parole con cui era stata accolta, quando le dissero di essere stata “buttata in mare senza salvagente”. Una metafora che ha scelto di riprendere con il sorriso, spiegando di aver risposto con un semplice ma chiaro: “So nuotare”.

Dietro quella battuta si nasconde però il senso di un’esperienza che la stessa donna ha definito “sicuramente difficile, ma profondamente umana”. Un periodo che le ha consentito di conoscere da vicino il personale del carcere bergamasco, le sue fragilità ma anche la sua capacità di reagire nei momenti più complessi. “Questo lavoro ci ricorda quanto siamo capaci di esprimere potenzialità che spesso nemmeno immaginiamo di avere”, ha chiosato.

Sei anni dopo, il fragore delle sbarre appartiene ormai al passato. Forse. Sicuro rimane la consapevolezza che, in uno dei momenti più difficili della storia recente di Bergamo, anche dietro le mura del carcere ci fu chi contribuì a evitare che la paura e la poca lucidità prendessero il sopravvento.