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Claris, il dramma: “In casa nostra è sceso il silenzio”. De Simone: “Ho avuto paura, mi scuso per il male che ho fatto”

Il 26enne ucciso a due passi dallo stadio il 4 maggio 2025. Le testimonianze della madre e della sorella della vittima, poi le dichiarazioni spontanee dell’imputato. Si torna in aula il 1° luglio, possibile sentenza l’8 settembre

Bergamo. “Da quando mio figlio è morto, in casa è sceso il silenzio”.

Un silenzio fatto di stanze vuote e crisi d’angoscia, che s’interrompe solo quando una madre è costretta a spiegare alla figlia disabile perché il fratello non tornerà più.

È così dal 4 maggio 2025. Da quando Riccardo Claris, 26 anni, è stato ucciso da una coltellata che gli ha perforato un polmone e reciso l’aorta, al culmine di una lite nata in un bar per screzi di fede calcistica.

Un’altra terribile prova per questa famiglia bergamasca, già profondamente segnata dal lutto. Il padre nel 2023 si era tolto la vita lasciando tre figli. Tra loro Francesca, una ragazza affetta da una grave disabilità che da quel momento ha smesso progressivamente di parlare.

“Voleva sapere dov’era Ricky. Le ho detto che era andato in cielo con suo papà. Le ho spiegato che non poteva tornare e che non era stata una sua scelta. Non volevo che pensasse di essere stata abbandonata”.

È uno dei passaggi più toccanti della deposizione di Alessandra Feroldi, dirigente scolastica e madre di Riccardo Claris, costituita parte civile e assistita dall’avvocato Fabrizio Losito. Martedì 16 giugno le sue parole hanno aperto un’udienza straziante, davanti alla Corte d’Assise presieduta dalla giudice Donatella Nava.

La figlia, 31 anni, deve anche fare i conti con altre vicissitudini psichiatriche. “È simbiotica con me – spiega Alessandra Feroldi – Ho dovuto raccontarle cos’era successo perché assorbe ogni mia emozione. Percepisce il mio dolore”. Lo stesso che le ha provocato “un crollo psicofisico per cui sono ancora in cura farmacologica”.

Una sofferenza che si riflette sui volti e le espressioni dei familiari in aula, messi a dura prova quando viene ripercorsa la breve esistenza del giovane. Dalla laurea in Economia a Bergamo alla specializzazione in finanza in Lussemburgo. Nel mezzo la drammatica morte del padre. Una perdita che lo aveva “profondamente turbato. Per un periodo aveva sospeso gli esami, poi aveva ripreso il percorso laureandosi in tempo e con il massimo dei voti”.

Dopo quella tragedia, racconta la madre, il nucleo familiare si era stretto ancora di più. “Si era cementato. Insieme avevamo superato tante difficoltà”. Tant’è che nei fine settimana Riccardo tornava spesso in città.

Il lavoro da consulente finanziario, quello per cui aveva studiato, sembrava l’inizio di una nuova fase della sua vita. “Era stato assunto a tempo indeterminato in una società di Milano – ricorda la madre -. Pochi mesi dopo è stato ucciso”. Una frase che arriva dritta allo stomaco.

Dopo la morte del figlio sono subentrate altre emozioni. Rabbia e paura. Il 20 maggio, appena due settimane dopo il delitto, riceve dai carabinieri la notifica di un’indagine che coinvolge alcuni amici del figlio. Tra le carte legge nomi che conosce. Scopre che alcuni amici dell’imputato, Jacopo De Simone, 19 anni, accusato di omicidio volontario aggravato, vivono davanti all’abitazione della nonna di Claris. “Mentre io non avevo più mio figlio, vedevo quelle persone in giro come se nulla fosse”.

Definisce quello che ha vissuto “lutto ambientale”. Inizia a percepire il quartiere ostile. Vede gli adesivi in memoria di Riccardo tagliuzzati, storpiati con parole che ne sfregiano la memoria (da “Claris per sempre” a “Claris per sempre sottoterra”). “Hanno avuto il coraggio di offendere mio figlio anche da morto. Alla fine, io e mia madre ci siamo trasferite”.

Poi tocca alla sorella Barbara, a sua volta parte civile e assistita dall’avvocato Federico Merelli. Racconta un episodio. Un’immagine semplice, un compleanno e una torta. “Mi sono resa conto che per tagliarla avrei dovuto prendere in mano un coltello, ma quel giorno non ci sono riuscita. Quello che doveva essere un momento di festa si è trasformato in qualcos’altro”. Una manifestazione del trauma per la morte violenta del fratello.

Anche Barbara racconta delle provocazioni subite, in particolare sulla pagina Instagram “Giustizia per Riccardo Claris”. Una pagina commemorativa dove pubblica foto e video per ricordarlo, per continuare a parlargli. Anche lì, racconta, sarebbero comparsi messaggi offensivi e dai toni minacciosi. Uno, in particolare, le è rimasto impresso: “Ricorda, cara, che proprio come quella notte, il male che fai ti torna indietro”. Con grande tatto, la giudice Donatella Nava le fa presente che la Corte non può pronunciarsi su quelle presunte minacce, poiché non rientrano nell’oggetto del procedimento a carico dell’imputato. A quel punto la donna non riesce a trattenere il pianto: “Sì, ma capisce che forse qualcosa non ha funzionato”.

Ad inviare quel messaggio sarebbe stato un amico di Jacopo De Simone, l’assassino reo confesso attualmente detenuto nel carcere di Cremona e assistito dall’avvocato Luca Bosisio. Quando arriva il momento di ascoltare le dichiarazioni spontanee dell’imputato, la fidanzata di Riccardo Claris abbandona l’aula sbattendo quasi la porta. De Simone parla con voce flebile: “Per me non è facile”, esordisce. Dice di convivere ogni giorno con il peso di quella notte. “Con la consapevolezza di aver tolto la vita a un ragazzo che aveva tutta la vita davanti. Non c’è momento in cui non pensi al dolore che ho provocato. Alla sua famiglia e alle persone che gli volevano bene”.

Poi torna alla notte del 4 maggio, confermando sostanzialmente la versione resa ai carabinieri e alla pm Maria Esposito. Racconta di essere uscito con il fratello gemello e alcuni amici per andare al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina. Lì, sostiene, sarebbe nato il primo alterco con Claris dopo aver canticchiato un coro dell’Inter. “Mi ha messo una mano in faccia, mi ha insultato e minacciato”.

Secondo la sua ricostruzione, la tensione sarebbe proseguita all’esterno. Racconta di un gruppo numeroso che li osservava con ostilità. Poco dopo sarebbe iniziato l’inseguimento. “Ricordo il rumore delle catene che sbattevano sui pali. Le urla. Gli insulti”. La paura, racconta, sarebbe aumentata per l’assenza del fratello gemello, rimasto indietro ad attendere la fidanzata, rallentata dai tacchi che indossava.

Una volta a casa, De Simone avrebbe spiegato alla madre quanto stava accadendo. Poi, la decisione che ha stravolto tutto. “Non ho più ragionato, ho preso un coltello da cucina”. Dice di essere uscito con l’unico obiettivo di ritrovare il fratello gemello. “Non potevo accettare che non fosse lì con me, volevo solo che tornasse a casa. Non volevo fare del male a nessuno”.

Il 19enne riferisce di essere stato nuovamente inseguito e di essersi trovato faccia a faccia con il gruppo di atalantini, in particolare con Riccardo Claris: “Mi ha colpito con una catena e ho reagito per difendermi”. È in quei momenti che, secondo il suo racconto, avrebbe sferrato il colpo mortale. “Quando mi sono girato l’ho colpito”. Poi la fuga, il coltello spezzato, il giro della palazzina e l’incontro con il fratello.

Dice di essersi consegnato ai carabinieri non appena sentite le sirene. E di essersi assunto fin da subito le proprie responsabilità. “Non volevo che accadesse una cosa così grande”. Quindi si rivolge di nuovo alla famiglia Claris. “So che le mie parole possono non avere valore, ma sento il dovere di chiedere scusa”. Si rivolge anche alla propria famiglia e “a chi soffre per quello che è successo. Posso solo convivere con questo dolore per tutta la vita”.

Le sue parole chiudono un’udienza ad altissima carica emotiva. Il processo riprenderà il 1° luglio. In Corte d’Assise interverranno il pm Esposito, le parti civili e la difesa dell’imputato. La sentenza è attesa a settembre.