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Porte aperte nei negozi con l’aria condizionata, le grandi catene non rispettano l’ordinanza del Comune: “Ce lo impongono le aziende”
Via XX Settembre a Bergamo

In centro a Bergamo la sostenibilità può aspettare: fuori più di 30 gradi, in molti punti vendita condizionatori accesi e ingressi spalancati nonostante il divieto. E il pianeta, forse, lo salverà qualcun altro

Bergamo. Siamo a metà giugno e la prima vera ondata di caldo estremo dell’estate è alle porte: a Bergamo si dovrebbero raggiungere picchi di 34/35° C. Passeggiando per le vie del centro il copione è sempre lo stesso: vetrine patinate, slogan sulla sostenibilità, e – più spesso di quanto si immagini – una folata di aria gelida che ti investe sul marciapiede. Provenienza: la porta spalancata del negozio accanto, con il condizionatore che macina a pieno regime.

Un vero e proprio paradosso che non è solo estetico. Tenere le porte aperte con il climatizzatore acceso significa disperdere all’esterno l’aria raffreddata a caro prezzo, costringendo l’impianto a lavorare incessantemente per riportare la temperatura ai livelli impostati. Ne consegue, un inutile spreco di energia.

A Bergamo il divieto esiste già. Un’ordinanza comunale che risale all’amministrazione Gori impone a tutti gli esercizi commerciali, così come ai bar e alle attività artigianali, di mantenere le porte chiuse quando sono in funzione gli impianti di climatizzazione, con eccezioni ammesse solo per il tempo strettamente necessario all’entrata e all’uscita dei clienti o situazioni di eccessivo affollamento. Si tratta, tra l’altro, dello stesso provvedimento che vale d’inverno con riscaldamento acceso. Non un suggerimento, ma un obbligo con tanto di sanzioni previste. Basta una passeggiata in via XX Settembre per rendersi conto di come la regola venga spesso infranta.

Lo scorso ottobre Palazzo Frizzoni ha rinforzato il provvedimento posticipando l’accensione dei caloriferi e anticipandone lo spegnimento in entrambi i casi di una settimana, ma anche esplicitando l’obbligo di chiusura delle porte anche quando è presente la cosiddetta lama d’aria, un dispositivo che posizionato sopra le porte separa gli ambienti riducendo la dispersione termica.

“Una barriera ancora più energivora – osserva l’assessora alla Transizione Ecologica Oriana Ruzzini -. La norma è stata ben recepita dai commercianti locali, mentre le grandi catene oppongono ancora una certa resistenza. Serve aumentare la consapevolezza: non possiamo più permetterci sprechi di calore e energia”.

I commercianti oppongono spesso la stessa obiezione: la porta chiusa scoraggerebbe l’ingresso dei clienti, specialmente nei mesi estivi. “La porta aperta è commercialmente un invito a entrare – osserva il direttore di Confcommercio Bergamo, Oscar Fusini -. Come Confcommercio non abbiamo mai visto di buon occhio il divieto perché molti negozi sono stati progettati con un sistema che prevede il ricambio d’aria tramite la porta d’ingresso, non attraverso pompe di calore, per garantire il giusto livello di umidità e il ricambio dell’aria interna”.

Proprio perché la porta deve restare aperta per ragioni tecniche legate all’impianto, si crea un conflitto: l’aria condizionata raffredda l’interno, ma con la porta aperta il freddo ‘scappa’ verso l’esterno, sprecando energia. “L’invito – aggiunge Fusini – è abbassare l’aria condizionata e evitare un raffrescamento eccessivo”.

Il vicesindaco con delega al Commercio, Sergio Gandi, non ha risposto alle richieste di commento. Sul piano nazionale al momento non esiste una regolamentazione chiara: l’adozione di pratiche per rendere più sostenibile l’uso dei condizionatori sono incoraggiate ma non obbligatorie per tutti. Un po’ come per limitare gli affitti brevi, interventi più stringenti sono stati presi ‘a macchia di leopardo’: come Bergamo, anche altre città – Milano, Bologna, Novara e Trento su tutte – hanno adottato in passato provvedimenti specifici.

Una voce pragmatica arriva da Nicola Viscardi, direttore del Distretto Urbano del Commercio cittadino, che non si sottrae al tema: “Le bollette del mio negozio sono alle stelle: mi assicuro di tenere le porte ben chiuse e invito tutti a fare lo stesso, al di là della sostenibilità ambientale”. Alla base, osserva, c’è una questione di sostenibilità economica dell’attività e anche Viscardi rimarca la distinzione tra categorie: “Sono i negozi di catena più che quelli di vicinato a tenere le porte aperte”.

Un rapido sopralluogo in via XX Settembre lo conferma: le porte aperte sono quasi tutte quelle delle grandi catene. Swatch, Golden Point, Yamamay, Tezenis, Weekend Max Mara, Falconeri, Intimissimi: tutte con l’ingresso spalancato e il condizionatore acceso. Una dipendente della boutique Swatch è esplicita: la porta aperta non è una scelta del negozio, ma un’indicazione che arriva direttamente dall’azienda. “Avevamo proposto di esporre un cartello all’esterno per indicare che siamo aperti, ma dalla sede centrale non è mai arrivata risposta”. Nel frattempo, il condizionatore gira.

Analoga la posizione di Max Mara: chiudere la porta significherebbe, secondo una dipendente, ridurre drasticamente il flusso di potenziali clienti. “L’unica condizione che potrebbe farci chiudere la porta sarebbe avere parcheggi nelle vicinanze – spiega -. Una risorsa che è stata progressivamente tolta dal centro negli ultimi anni”.

Da Falconeri la sintesi è ancora più netta: “Abbiamo anche ricevuto multe, ma la direzione aziendale è questa”. Una frase che restituisce bene la situazione: l’ordinanza esiste, le sanzioni scattano, eppure la politica commerciale del gruppo prevale. Il costo della multa, evidentemente, è considerato inferiore a quello di una porta chiusa.

Da Intimissimi il quadro è più sfumato. Una dipendente segnala che il negozio ha installato una lama d’aria, convinta che questo bastasse a rispettare l’ordinanza senza sapere che, da ottobre, il Comune ha esplicitamente esteso il divieto anche a questi dispositivi. Sul fronte ambientale, l’azienda ha dato indicazione di non scendere sotto i 23-24 gradi, evitando il classico effetto ‘frigorifero’. “Una soluzione sarebbero le porte scorrevoli automatiche – osserva la dipendente -. Ma il locale è piccolo e ricavato in un edificio storico: significherebbe probabilmente perdere le vetrine”.

Non è solo una questione di principio. La scorsa estate Bergamo aveva vissuto in diretta le conseguenze di questo spreco collettivo. Il 1° luglio 2025 un maxi blackout colpì gran parte della città nel pomeriggio lasciando al buio e senza corrente intere aree anche per sei ore consecutive. E-Distribuzione aveva spiegato che un sovraccarico alla rete, causato anche dai tanti condizionatori collegati contemporaneamente e aggravato dalle temperature roventi di quei giorni, aveva spinto i componenti della rete oltre i limiti progettuali.

Dopo il blackout la sindaca Carnevali aveva chiesto l’impegno di tutti – cittadini e commercianti – nell’usare l’energia in modo più responsabile e aveva indicato esplicitamente la chiusura delle porte dei negozi con il condizionatore acceso come una “semplice ma importante regola di buon senso”, annunciando nuovi controlli della polizia locale.

“In estate i black out sono ormai all’ordine del giorno – sottolinea Ruzzini -: la rete fatica a sostenere la potenza necessaria per raffrescare tutti i luoghi”. Viscardi invita comunque alla prudenza: “Il black out non era stata colpa dei negozi, ma l’attenzione all’ambiente resta un aspetto da tenere in considerazione”.

Un anno dopo, l’ormai ciclica scena si ripete identica: alcune porte restano aperte mentre il condizionatore gira. Il pianeta, forse, lo salverà qualcun altro.