Cristina Mostosi: “Il femminicidio esiste. Negarlo è parte del problema”
“Affermare che “… il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri…” significa non tenere conto della realtà e della storia italiana – aggiunge Cristina Mostosi
“Per parlare di Vannacci credo che si debba contestualizzarlo velocemente” afferma Cristina Mostosi, sorella di Paola che è stata sequestrata e strangolata a soli 24 anni da un camionista di Verdellino nel 2002. Da quella tragedia è nata l’associazione “Le iris di Trebecco”, con l’intento di trasformare un dolore insopportabile in una risposta gentile: resilienza e rispetto.
“Vannacci fa parte di quel gruppo di persone che ritiene di ragionare come la Maggioranza – prosegue Mostosi -. Ma negli ultimi anni la società si sta modificando a ritmi vertiginosi, incontrollabili: nulla è più sotto controllo. Dobbiamo sforzarci e continuare senza mai fermarci ad aggiornare il nostro modo di comprendere e di codificare il mondo. Il nostro punto di vista deve essere continuamente aggiornato. Vannacci vorrebbe ritornare ad un punto in cui ci si sentiva più tranquillizzati, dove si credeva che tutto fosse sotto controllo. Vannacci con i suoi proclami fa presa sulle persone che non sono attente alla realtà, persone che si sentono marginalizzate e si sentono sofferenti per questo motivo. Il mondo è andato avanti e loro sono rimaste indietro, e sono consapevoli ora di ragionare come la minoranza”.
“Affermare che “… il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri…” significa non tenere conto della realtà e della storia italiana – aggiunge Cristina Mostosi -. Ci sono infatti reati che sono accomunati da una parola il movente, la causa (per esempio: infanticidio, fratricidio, genocidio, parricidio e femminicidio). In caso di femminicidio la donna viene uccisa in quanto appartenente ad un genere femminile in quanto donna che si è sottratta al possesso al controllo di un uomo. Un femminicidio non è solo un lutto per la famiglia della vittima, ma è un dolore e al contempo un allarme per tutta la società. È un fallimento collettivo che ci deve fare riflettere su tutti noi. È un richiamo a non abbassare la guardia, a non accettare la violenza come una fatalità. La sorella di una donna vittima di femminicidio dico che cancellare la parola “femminicidio” sarebbe come non riconoscere più questo problema sociale. Vorrebbe dire mancare di rispetto a tutte quelle donne uccise da chi diceva di amarle e rispettarle, ha le loro famiglie di origine e ai loro figli rimasti orfani. La violenza sulle donne non è un affare privato. Ritengo che la prima forma di rispetto sia chiamare ogni cosa con il proprio nome. Tanto più quando quel nome è stato sancito da una legge italiana: la legge 2 dicembre 2025, n.181″.



