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Valentina Sarto, il killer a giudizio immediato: “Pochi giorni prima di ucciderla la chiamò 99 volte”

Questa la valutazione della Procura per il 49enne accusato di aver assassinato la moglie con 19 coltellate al culmine di una spirale di controllo, gelosia e violenza. La prima udienza il 15 settembre: contestate tre aggravanti

Sono passati ormai quasi tre mesi da quel tragico 18 marzo in via Pescaria, a Bergamo, dove Valentina Sarto, 41 anni, venne uccisa all’interno della villetta in cui viveva con il marito Vincenzo Dongellini. Un delitto che sconvolse la città e che oggi si avvia verso una nuova fase giudiziaria. La Procura di Bergamo ha, infatti, richiesto il giudizio immediato per il 49enne, accusato di aver assassinato la moglie con 19 coltellate al culmine di una spirale di controllo, gelosia e violenza che andava avanti da settimane.

La prima udienza è stata fissata per il 15 settembre. L’inizio di un processo che a Bergamo corrisponderà a un momento storico dal punto di vista giuridico. Quello di Dongellini sarà, infatti, il primo caso in provincia in cui troverà applicazione il nuovo reato autonomo di femminicidio introdotto dalla Legge 181 del 2025. Il nuovo articolo 577-bis del codice penale punisce con l’ergastolo chi uccide una donna “in quanto donna”, cioè per motivi di odio, dominio, controllo o rifiuto della relazione affettiva. Non si tratta più di un omicidio aggravato, ma di un reato autonomo, con margini molto più stretti per attenuanti e riduzioni di pena.

La richiesta è stata formulata dalla Procura di Bergamo, rappresentata dal pubblico ministero Antonio Mele, e accolta dal giudice per le indagini preliminari Federica Gaudino. Una scelta che non rappresenta soltanto un passaggio procedurale, ma fotografa la convinzione degli inquirenti di trovarsi di fronte a un quadro accusatorio particolarmente solido.

Il giudizio immediato è infatti un rito speciale previsto dal codice di procedura penale che consente di saltare l’udienza preliminare e di approdare direttamente al dibattimento. Viene utilizzato quando gli elementi raccolti durante le indagini vengono ritenuti sufficientemente chiari e consistenti da sostenere immediatamente l’accusa davanti al tribunale. Diversamente da altri riti alternativi, non comporta alcuna riduzione della pena in caso di condanna. Dongellini, assistito dall’avvocata Stefania Battistelli, potrà comunque disporre della richiesta di giudizio abbreviato nei termini previsti dalla legge.

A motivare la richiesta della Procura vi è quella che viene definita l’evidenza della prova. L’indagato è stato infatti interrogato in più occasioni: il giorno del delitto, durante l’udienza di convalida dell’arresto e a fine maggio, all’interno del carcere di Monza, dove è detenuto.


La vicenda

Secondo la ricostruzione, il delitto si consumò tra la tarda serata del 17 marzo e le prime ore del giorno successivo. Valentina Sarto si trovava nella camera da letto della villetta di via Pescaria. Era sdraiata sul letto e stava guardando la televisione. Fu lì che, sempre secondo l’accusa, venne raggiunta da 19 fendenti inferti con un coltello da cucina lungo 32 centimetri.

La donna, originaria di Bologna, e Dongellini, stavano insieme da circa dieci anni e si erano sposati nel maggio del 2025. Ma proprio dopo il matrimonio il rapporto avrebbe iniziato a deteriorarsi. Le indagini hanno delineato una relazione sempre più segnata da possessività, sospetti e atteggiamenti ossessivi da parte dell’uomo, incapace di accettare la volontà della moglie di interrompere il matrimonio e di intraprendere un nuovo percorso di vita.


Le aggravanti contestate

Accanto all’accusa di femminicidio, la Procura contesta tre aggravanti che contribuiscono a delineare il contesto nel quale, secondo gli inquirenti, maturò il delitto. La prima riguarda il reato di maltrattamenti. Per l’accusa, infatti, l’omicidio sarebbe stato il tragico epilogo di una serie di condotte vessatorie e persecutorie che Dongellini avrebbe messo in atto nei confronti della moglie nelle settimane precedenti alla sua morte. Le indagini descrivono una gelosia divenuta via via più ossessiva dopo che Valentina aveva deciso di allontanarsi dal marito e aveva iniziato una nuova frequentazione. L’uomo avrebbe controllato i suoi spostamenti, monitorato le comunicazioni telefoniche, preteso spiegazioni continue sulle persone che frequentava, rivolgendole inoltre insulti, minacce e, in almeno due occasioni, anche violenze fisiche. Emblematico, secondo la Procura, quanto accaduto l’11 marzo, quando Dongellini arrivò a contattare la moglie ben 99 volte nell’arco della stessa giornata. Un numero impressionante di telefonate che, nella ricostruzione accusatoria, rappresenterebbe la misura di un controllo ormai divenuto asfissiante. Soltanto due giorni dopo, nella notte tra il 13 e il 14 marzo, avrebbe effettuato una ventina di chiamate nell’arco di circa un’ora. A questo si sarebbero aggiunti pedinamenti, controlli sul luogo di lavoro, minacce di morte, episodi di violenza fisica e persino la simulazione di intenti suicidari con il solo scopo di fare leva sul senso di responsabilità della donna e impedirle di interrompere definitivamente la relazione.

La seconda aggravante è invece legata al rapporto che univa autore e vittima. Secondo la contestazione formulata dalla Procura, il femminicidio sarebbe stato commesso nei confronti della coniuge convivente. Un elemento che il legislatore considera particolarmente grave perché il delitto sarebbe maturato proprio all’interno di quel rapporto affettivo e familiare che dovrebbe garantire protezione, fiducia e sicurezza.

Pesa infine la contestazione della minorata difesa. Gli inquirenti ritengono che Dongellini abbia approfittato delle circostanze di tempo, di luogo e delle condizioni in cui si trovava la moglie al momento dell’aggressione. Il delitto, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stato consumato tra la tarda serata del 17 marzo e le prime ore del 18 marzo all’interno della camera da letto della villetta di via Pescaria, un ambiente ristretto e privo di agevoli vie di fuga. Valentina era sola, sdraiata sul lato sinistro del letto mentre guardava la televisione. Una situazione che, per la Procura, avrebbe ridotto drasticamente le possibilità di difendersi o sottrarsi all’aggressione, consentendo all’uomo di agire approfittando di una condizione di particolare vulnerabilità della vittima.


Il particolare del carabiniere

Nelle carte dell’inchiesta emerge anche un elemento che, col passare delle settimane, ha assunto un peso sempre maggiore nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Valentina.

Il 14 marzo, appena quattro giorni prima dell’omicidio, la donna si era recata alla stazione dei carabinieri di Almenno San Salvatore accompagnata da Moris Panza, l’uomo che aveva conosciuto al Baretto, il locale situato di fronte allo stadio e dove la donna lavorava, con il quale aveva intrapreso una frequentazione. Panza era a conoscenza delle difficoltà che Valentina stava vivendo, così come ne erano informate alcune amiche e la madre della quarantunenne.

Le forze dell’ordine le avrebbero consigliato di sporgere denuncia, ma la donna avrebbe rifiutato, convinta che il marito non le avrebbe fatto del male.

Nella relazione del 19 marzo il carabiniere che l’ha incontrata riporta che non erano emerse violenze fisiche e che le era stato comunque consigliato di denunciare e di non rientrare a casa. L’indagine non riguarda un’omissione nell’intervento, ma una possibile discrepanza tra quanto riferito durante l’incontro e quanto scritto nella relazione, che per la Procura potrebbe risultare riduttiva. Convocato in Procura, il militare coinvolto si era avvalso della facoltà di non rispondere.