Serial Minds
Cape Fear su Apple TV: quando il remake funziona davvero
Dopo un romanzo e due film di culto, l’ex galeotto inquietante che fu Robert De Niro diventa Javier Bardem su Apple TV
Se dovessimo giudicare la questione guardando solo i commenti più rumorosi su internet, il verdetto sarebbe chiarissimo: alla gente non piacciono i remake. E non piacciono perché l’idea di fondo, più o meno esplicita e più o meno consapevole, è sempre la stessa: perché devi rifare una cosa che funzionava già, facendola quasi sicuramente peggio?
Ecco, il meccanismo psicologico-nostalgico che guida questa percezione è abbastanza intuitivo, ma in realtà nasconde una sostanziale, anche se spesso inconscia, ipocrisia: considerando quanto il concetto di remake sia radicato nella storia del cinema, potete stare abbastanza sicuri che, se chiedete a una persona di presentare la propria top ten dei film preferiti di ogni tempo, almeno uno sarà un remake. Anche se magari, banalmente, la persona non lo sa, perché l’originale si perde nella notte dei tempi. E potrete stare certi che il suo film preferito, pur essendo magari un remake, sarà migliore dell’originale, nonché migliore di tutte le brutte copie successive. Insomma, avete capito come funziona il nostro cervello.
Ebbene, partendo da queste consapevolezze, può essere particolarmente istruttivo guardare i primi due episodi di Cape Fear, nuova serie di Apple TV, che è la prima versione a episodi di una storia che ha già fatto da base a un romanzo e due film, tutti di buon successo. Allo stesso tempo, è pure un remake seriale che, se guardiamo la faccenda senza pregiudizi, ha tutto il senso di esistere.
In origine fu The Executioners, in italiano “Il Promontorio della Paura”, un romanzo di John D. MacDonald del 1957. Quel libro venne adattato a film nel 1962, con Cape Fear, in italiano sempre “Il Promontorio della paura”, che vedeva fra i protagonisti Gregory Peck e Robert Mitchum. Passano quasi trent’anni e arriva Martin Scorsese, che dirige un nuovo Cape Fear (e in italiano a sto punto vengono tenuti entrambi i titoli con “Cape Fear – Il Promontorio della Paura”), in cui i protagonisti del vecchio film tornano in parti minori, sostituiti per i personaggi più importanti da Robert De Niro e Nick Nolte.
La storia di base è sempre la stessa, quella di un detenuto che esce di prigione e comincia a perseguitare in vario modo la famiglia di un avvocato legato al suo vecchio caso, e che lui ritiene colpevole di averlo fatto finire in galera. Poi però cambiano numerosi dettagli, che non staremo a elencare tutti. A titolo di esempio, nel romanzo l’avvocato era un testimone, mentre nei film è effettivamente l’avvocato difensore del condannato; cambia il numero dei figli dell’avvocato, a seconda delle versioni; cambiano le ambientazioni, con il fiume Cape Fear (realmente esistente) che non c’era nel romanzo e viene inserito nel primo film; cambiano i toni e l’approfondimento psicologico, con il primo film molto più dritto, un normale thriller di quegli anni, diventato poi una versione molto più oscura, morbosa e sfaccettata nella visione di Scorsese.
E poi arriviamo al 2026, dove la storia diventa seriale, e quindi più lunga e articolata, l’avvocato diventa un’avvocatA (Amy Adams), e il cattivo ha il volto di Javier Bardem, che eredita da Robert De Niro una certa immancabile complessità psicologica, a cui si aggiungono però altri segreti familiari, un figlio in più (Nick Nolte aveva solo Juliette Lewis, mentre su Apple TV i figli sono due), e altri dettagli che servono a dare respiro a una storia che al cinema era molto immediata, e che qui deve coprire più episodi.
La domanda iniziale, comunque, ce la si può legittimamente porre: questo remake aveva senso?
Secondo me sì.
Sapete perché aveva senso? Perché per quanto ci piaccia pensare il contrario, non esistono prodotti che non invecchiano mai, in alcun modo. Che non vuol dire che non possano essere apprezzati per tanto tempo, né significa che non ci siano persone che, per gusto loro, guardano con più piacere film, serie e libri che percepiscono come “vintage”.

Io però vi invito a rivedere con occhio il più possibile neutro il film di Scorsese del ’91. Un film che, sia chiaro, io per lavoro programmo pure in prima serata sui miei canali, quindi non solo non ho nulla contro di lui, ma spero pure che trovi sempre pubblico a cui piacere.
Ebbene, quel film, che pure ha ancora le sue intuizioni, i suoi attori di spessore, i suoi momenti iconici, è comunque invecchiato molto. È una questione di tecniche narrative, visive, di scelte di atmosfera. Certe inquadrature con i colori in negativo, certi zoom sui volti nei momenti di maggior tensione, certe scelte di pura e semplice messa in scena, con attori mascherati da donne e sguardi intensi sul pelo dell’acqua: ecco, sono tutte cose che oggi suonano vecchie, viste e straviste, a tratti perfino un po’ cringe.
Soprattutto, sono scelte che non riescono più, col pubblico di oggi venuto su con film e serie degli ultimi trent’anni, a fare lo stesso effetto di una volta: la tensione non è la stessa, la paura idem, le sorpresa non ne parliamo.
So che qualcuno sentirà il bisogno di respingere queste “accuse”, perché magari è il suo film preferito, ma non c’è contraddizione: riconoscere il valore di un film nel tempo in cui è stato prodotto e nella nostra memoria, non esclude la possibilità di notare la progressiva inefficacia delle sue tecniche narrative e visive.
Per questo, per me, il remake ha senso. Ha senso come ce l’aveva al tempo di Scorsese, che prese il film degli anni Sessanta, mantenne la storia e la struttura generale, incluse alcune scelte molto specifiche (tipo il famoso fiume Cape Fear), ma lo trasformò in qualcosa di più adatto all’inizio degli anni Novanta: più oscuro, più morboso, più disturbante (per l’epoca).
Al momento di scrivere questa recensione abbiamo visto solo due episodi della nuova Cape Fear di Apple TV, e un giudizio definitivo è difficile darlo. Di nuovo, però, vediamo un percorso di aggiornamento e di adattamento, che naturalmente non riguarda solo il cambio di genere di uno dei protagonisti (per quanto, a ben guardare, pure questo faccia un sacco 2026).
Per esempio, questa Cape Fear è molto più sanguinolenta, ai limiti del fastidioso (in senso buono, consapevole), e l’allargamento al formato seriale permette di costruire uno spessore diverso intorno al personaggio “buono”, per il quale metto le virgolette: se già Nick Nolte era una versione meno moralmente integerrima rispetto a Gregory Peck, ora Amy Adams nasconde proprio dei segreti inconfessabili di cui ancora non sappiamo nulla, ma che evidentemente rappresentano una delle impalcature della trama.
Il bello è che, comunque, il rispetto per il passato esiste eccome, nel continuare a tessere un filo rosso che, come abbiamo visto, prosegue da quasi settant’anni.
Per esempio, la serie inizia proprio con quei colori al negativo che oggi ci suonano effettivamente stravaganti, ma che rappresentano una citazione apprezzabile del film precedente (su cui poi però, si evita di insistere).
Stesso discorso per altri espedienti registici (anche qui ci sono un po’ di zoom e movimenti di macchina non sempre “contemporanei”, ma che vengono amalgamati con altri strumenti più attuali), e anche per la colonna sonora, che rispetto alla media delle serie tv che guardiamo oggi ha una presenza più forte e un tono effettivamente un po’ vintage.
Sono tutti omaggi che hanno proprio la funzione di non rinnegare un passato nobile (ci sarà pure una quota di paraculaggine, ovviamente), ma che tentano di costruire su di esso un racconto nuovo, che possa camminare sulle sue gambe.
E naturalmente questa capacità di avere una propria identità passa dal tratteggio dei due protagonisti, il cattivo ex galeotto, inquietante e tatuato, e l’avvocato diventato avvocata, che si trova a dover tenere insieme un sacco di problemi personali, a cui si aggiunge una minaccia arrivata dal passato.
Javier Bardem deve molto a De Niro in termini di approccio complessivo (rispetto al film del 1962, quanto meno), ma mentre l’attore italo-americano dava vita a un Max Cady piuttosto ciarliero e molto istruito, che produceva un’inquietudine crescente nel corso del film, Bardem compie il percorso opposto: si presenta fin da subito come un potenziale “mostro”, con questo volto così duro e lo strano colore degli occhi, entrando sulla scena con il volto oscurato dalle ombre, e poi però sembra voler imporre una visione di sé molto più innocua e ragionevole.
Intendiamoci, il fatto che sia pericoloso non è un’informazione che desumiamo solo dalle vecchie versioni della storia, perché la serie ce lo dice subito, con una scena iniziale piuttosto disturbante che non stiamo a dettagliare qui. Il fatto è che poi ci troviamo di fronte una serie tv che ha più tempo da spendere, e che quindi non ha bisogno fissare direttrici chiarissime già dopo venti minuti. Ha invece il tempo di costruire una tensione più ampia, che metta in crisi i personaggi pian piano, e che aumenti il margine di indecidibilità sulle loro azioni e sui segreti che possono rivelare.
I primi due episodi di Cape Fear sono buoni. Non sono rivoluzionari, né rispetto al loro passato né rispetto al mondo seriale presente, però sono episodi solidi, con un cast di livello, che partono da una storia di vendetta e ossessione che tocca corde profonde e che, queste sì, sono probabilmente immortali perché strutturalmente umane.
Il citazionismo, specie nei confronti del film di Scorsese, è una furba ma apprezzata strizzata d’occhio ai nostalgici, anche se il vero banco di prova per la serie è proprio la sua lunghezza: nessuna versione, finora, aveva richiesto una così profonda iniezione narrativa, per reggere lo spazio di racconto fisicamente cresciuto, e dovremo vedere se, effettivamente, Cape Fear saprà restare fresca e interessante fino alla fine, senza ripetersi troppo e senza aggiungere elementi troppo collaterali.
Al momento, comunque, vale la pena di scoprirlo.
Perché seguire Cape Fear: Aveva senso produrre un remake di questa storia, e si sono impegnati per darle un corpo nuovo pur rimanendo rispettosi del passato.
Perché mollare Cape Fear: se vi piacciono i film originali, questo potrebbe apparire un po’ brodo allungato

Diego Castelli nasce a Milano nel 1982 e non ha memorie d’infanzia che non siano legate a film, serie tv, romanzi, videogiochi. Da oltre quindici anni costruisce palinsesti a Mediaset in qualità di Channel Manager. Nel 2010 fonda serialminds.com, sito di riferimento per gli appassionati di serie tv. Per Bergamonews cura una rubrica di recensioni sui nuovi prodotti dell’industria.


