MindFit Clinic: salute e benessere
“Se non scrivo io non ci sentiamo mai”: e se il problema fossero le nostre aspettative?
Ci aspettiamo che l’altro si muova secondo la nostra aspettativa, la nostra idea. E quando questo non accade, sperimentiamo una profonda delusione, sentendoci rifiutati, non pensati, usati
Viviamo immersi nei social. Lo sappiamo, è così da anni e non manca mai qualcuno che ce lo ricordi. Pure le nostre relazioni nascono, si colorano, si intensificano attraverso i social: coltiviamo amori a distanza e stringiamo amicizie con persone che non abbiamo mai visto. E in questo ecosistema di reperibilità perenne, chi non ha mai pensato: “Se non mi faccio vivo io, tu non mi chiedi mai di uscire” oppure “Ti scrivo sempre io, se non lo faccio sparisci” o ancora “Se ci tenessi davvero, faresti questo gesto senza che io debba chiedertelo”?
Possiamo estendere questi pensieri ad un partner, un amico, un familiare, chiunque. Ma in ogni caso, questo è uno dei cortocircuiti più frequenti: ci aspettiamo che l’altro si muova secondo la nostra aspettativa, la nostra idea. E quando questo non accade, sperimentiamo una profonda delusione, sentendoci rifiutati, non pensati, usati.
Vi invito a provare a cambiare prospettiva: questo malessere, quasi sempre, non descrive la qualità dell’affetto dell’altro, ma descrive la rigidità delle nostre mappe mentali.
Secondo l’approccio costruttivista in psicologia, non esiste una realtà oggettiva nelle relazioni. Ordiniamo, interpretiamo e diamo significato all’esperienza solo attraverso i nostri costrutti personali, cioè griglie di lettura che si strutturano a partire dalle nostre prime relazioni di attaccamento nell’infanzia e definiscono i nostri temi più personali che ci accompagneranno per tutta la vita.
Il problema nasce quando trasformiamo il nostro modo di funzionare nell’unica legge universale valida e applicabile, firmando da soli -senza tenere a mente l’altro, che necessariamente ha a che fare con noi- un contratto implicito e pretendendo che l’altro lo rispetti senza averlo mai condiviso.
Ma l’altro non è un corpo passivo programmato per validare le nostre aspettative. Ha una coscienza autonoma che, per quanto possa infastidire, a volte si distanzia totalmente dalla nostra.
Facciamo un esempio: per Sara, cresciuta in un ambiente familiare aperto, molto comunicativo, il costrutto di “affetto” coincide con la presenza e la frequenza del contatto. La sua regola interna è: “Se mi pensi, mi cerchi attivamente”. Marco invece è cresciuto in un sistema che valorizzava l’autonomia e il rispetto degli spazi. Per lui, “volersi bene” significa stabilità nel tempo, ovvero dare per scontato che il legame sia solido anche senza un continuo scambio di messaggi. Quando Marco non scrive per tre giorni, Sara non vive una semplice dimenticanza, ma una vera e propria disconferma personale. Il suo sistema cognitivo traduce quel silenzio con il costrutto: “Non mi ha in mente, non valgo per lui”. Questo errore di attribuzione causale ignora il fatto che Marco sta semplicemente funzionando in base alla propria coerenza interna, non per fare un dispetto a lei. Possiamo volerci bene in modo profondo, ma stare in relazione secondo modalità strutturali completamente differenti. Due modi diversi di volersi bene e di stare in relazione che entrano in rotta di collisione non per mancanza d’amore, ma per analfabetismo delle rispettive differenze.
Quando rimaniamo incastrati nel conteggio rigido dei messaggi inviati e ricevuti, siamo focalizzati solo sul comportamento dell’altro, restando ciechi rispetto al nostro funzionamento interno. Se invece approcciamo con curiosità il modo di entrare in relazione, il comportamento altrui ci rimanda informazioni preziose su di noi. Ad esempio, il silenzio dell’altro può generare un’ansia intollerabile in me che ci svela quanto la stabilità emotiva dipenda da continue conferme esterne, anziché da un’autoregolazione interna. Oppure, il bisogno che l’altro mi cerchi e mi scriva nasce dalla mia volontà di sopprimere quella solitudine e quella noia che diversamente non saprei colmare. O ancora, magari l’altro non propone mai nulla semplicemente perché io occupo già il 100% dello spazio decisionale. Se il mio sistema è proattivo e organizzatore, l’altro non avrà possibilità di spazio per prendere l’iniziativa.
Uscire da questa polarizzazione rigida richiede lo sviluppo di una competenza psicologica complessa: la capacità di validare l’alterità dell’altro, accettando che la sua realtà soggettiva ha la stessa dignità -e a volte rigidità- della nostra.
Dobbiamo smettere di pretendere che l’altro utilizzi il nostro stesso canale comunicativo. Proviamo ad allargare la prospettiva:
1) In quali altri modi questa persona mi sta segnalando la sua presenza? Magari non invia il messaggio che mi piacerebbe, ma esprime la sua disponibilità offrendo un aiuto concreto nel momento del bisogno, o mostrando un ascolto profondo e focalizzato quando siamo insieme. Apprezzare nuovi aspetti dell’altro significa integrare la sua mappa nella nostra.
2) “Ora non lo cerco per una settimana e vedo se se ne accorge”. Questo comportamento, per quanto facilmente attuabile in alcuni momenti, è una trappola che serve solo a confermare le proprie ipotesi negative. I bisogni emotivi vanno esplicitati in positivo, evitando la svalutazione: invece di lanciare frecciatine, che potrebbero attivare solo risposte di attacco-fuga nel sistema nervoso dell’altro, funziona molto meglio una richiesta diretta: “Ho voglia di fare due chiacchiere. Ci prendiamo un caffè giovedì? Mi farebbe piacere vederci”.
3) Accettare la coesistenza di mondi diversi. Una relazione sana non è un sistema statico in cui le aspettative coincidono al millimetro, ma un processo dinamico in cui due mondi diversi si perturbano a vicenda, costringendosi ad ampliare le proprie interpretazioni della realtà.
Consentire a se stessi di vedere l’altro per ciò che è realmente, e non per come lo abbiamo idealizzato, è l’unico vero atto terapeutico all’interno di una relazione.
Rinunciare alla pretesa che gli altri debbano decodificare il mondo esattamente con le nostre stesse lenti cognitive è un passaggio evolutivo faticoso, perché ci costringe a prenderci la responsabilità delle nostre insicurezze. Diventa però l’unico modo per liberare l’altro dal peso delle nostre aspettative e concedere a noi stessi la possibilità di scoprire un mondo diverso dal nostro.

Dott.ssa Michela Berta
Psicologa ad orientamento cognitivo-costruttivista
Master in Sessuologia clinica e Consulenza di coppia
Master in Psicotraumatologia clinica


