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Che cosa succede a bambini e ragazzi tra l’8 giugno e il 14 settembre?

Tre mesi di estate: il calendario scolastico che aumenta le disuguaglianze

In Lombardia la scuola primaria e secondaria chiuderà l’8 giugno e riaprirà il 14 settembre. Novantotto giorni dopo.

Quasi cento giorni. Un’eternità nella vita di un bambino. Ancora di più in quella di un adolescente.

Ogni anno, quando si avvicina la fine delle lezioni, il dibattito si concentra soprattutto sugli adulti. Le famiglie fanno i conti con ferie insufficienti, nonni disponibili a giorni alterni o sempre più anziani, centri estivi da prenotare e costi da sostenere. Una corsa a ostacoli che puntualmente si ripete.

Ma forse stiamo guardando il problema dalla prospettiva sbagliata.

La vera domanda non è come arrivare a settembre.

La vera domanda è che cosa succede a bambine, bambini, ragazze e ragazzi tra giugno e settembre.

Per quasi tre mesi la principale istituzione educativa del Paese interrompe la propria attività. E da quel momento in poi il percorso di crescita delle giovani generazioni dipende in larga misura dalle opportunità che le famiglie riescono a mettere loro a disposizione.

C’è chi frequenta camp sportivi, laboratori creativi, corsi di lingua, esperienze culturali. E c’è chi trascorre l’estate con molte meno occasioni di crescita. Non per mancanza di volontà. Semplicemente perché le possibilità economiche, sociali e familiari non sono uguali per tutti.

In questi anni il mercato, molto più rapidamente della politica, ha saputo intercettare questo bisogno, offrendo un numero crescente di proposte. E per fortuna, visto che ha risposto a una domanda reale di opportunità. Il problema nasce quando l’accesso a queste opportunità dipende quasi esclusivamente dalle risorse economiche disponibili, quando diventa un ulteriore discriminazione tra chi può e chi non può.

È qui che il calendario scolastico smette di essere una questione organizzativa e diventa una questione di disuguaglianza.

Perché il tempo non è neutrale. E quasi cento giorni di differenza nelle opportunità educative, relazionali e culturali producono effetti reali.

Naturalmente nessuno sostiene che la scuola debba occupare ogni minuto della vita di bambini e ragazzi. Né che l’estate si debba trasformare in una lunga prosecuzione delle lezioni. Ma è difficile ignorare un dato: il calendario scolastico italiano continua a riflettere un’organizzazione sociale che appartiene a un altro tempo. Non più all’Italia delle famiglie in cui spesso lavorano entrambi i genitori, delle famiglie monoparentali, delle fragilità educative e delle profonde differenze economiche che attraversano il Paese.

Per fortuna, a Bergamo e in provincia, esiste una rete straordinaria che da decenni cerca di colmare questo vuoto: gli oratori. Migliaia di volontarie e volontari, educatori, animatori, sacerdoti si mobilitano ogni estate per offrire a bambini e ragazzi non solo un luogo dove stare, ma un’esperienza significativa di comunità, amicizia, responsabilità e crescita. Senza di loro, molte famiglie sarebbero davvero nei guai.

Ma proprio perché gli oratori svolgono un ruolo prezioso, non possiamo continuare a considerare risolto il problema grazie alla loro generosità.

La questione resta aperta. E riguarda tutti.

Non interessa individuare colpevoli. Non serve uno scontro tra insegnanti e genitori, tra scuola e famiglie, tra pubblico e privato. Serve piuttosto prendere atto che il calendario scolastico italiano non appare più adeguato alla società di oggi.

La politica dovrebbe avere il coraggio di farne una priorità.

Nel frattempo, però, qualcosa si può fare. I Comuni, le istituzioni più vicine ai cittadini, possono favorire l’incontro tra scuole, associazioni sportive, realtà culturali e Terzo Settore per costruire opportunità educative accessibili e di qualità, capaci di raggiungere anche chi oggi rischia di rimanere ai margini. Non si tratta di inventare nulla: in Emilia-Romagna – grazie a una scelta lungimirante della Regione – si stanno già sperimentando forme di maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche nei periodi di chiusura delle scuole. Al di là delle singole soluzioni, il punto è il metodo: considerare il tempo extrascolastico non come un problema privato delle famiglie, ma come una responsabilità educativa condivisa dalla comunità.

Perché la vera domanda resta quella iniziale.

Che cosa succede ai nostri bambini e ragazzi tra l’8 giugno e il 14 settembre?

La risposta, oggi, dipende troppo spesso dal reddito della famiglia in cui vivono. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.