Dio salvi la corona, i Beat riportano in scena i King Crimson degli anni Ottanta
I BEAT rappresentano una rarità nel panorama contemporaneo: un progetto che guarda al passato senza limitarsi a replicarlo. Belew, Levin, Vai e Carey non stanno semplicemente riproponendo vecchi successi; stanno dimostrando quanto quella musica, scritta oltre quarant’anni fa, continui a suonare moderna, complessa e sorprendente
Quando nel settembre 2013 Robert Fripp annunciò la reunion dei King Crimson ebbi una sensazione agrodolce. Perché se vale l’assunto secondo cui “non esistono Crimson al di fuori di Bob”, a quell’ultima incredibile formazione della band – tre batterie, due chitarre, basso, e fiati – mancava a mio avviso un elemento fondamentale e unico.
Nato nel 1949 a Covington, Kentucky, Adrian Belew inizia la sua carriera suonando la batteria prima di passare alla chitarra. Da autodidatta, sviluppa fin da giovane un approccio anticonvenzionale allo strumento, cercando deliberatamente di evitare i cliché del rock. Negli anni, Belew si guadagna un posto nell’olimpo delle sei corde, non come l’ennesimo guitar hero da mille note al secondo, ma per il suo apporto all’uso innovativo della chitarra elettrica. La sua peculiarità, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, è quella di trasformare lo strumento in una sorgente inesauribile di suoni, rumori e colori timbrici. Motori, sirene, cinguettii e barriti sono diventati parte integrante del suo linguaggio musicale.
Il nome di Belew inizia a circolare nel 1977, quando viene notato da Frank Zappa che lo ingaggia come suo primo “stunt guitarist”, ruolo che negli anni a seguire sarà ereditato da Steve Vai e Mike Keneally. Entrare nella band di Zappa significa intraprendere uno dei cursus honorum più impegnativi in ambito rock, e Belew dimostra immediatamente di possedere creatività, versatilità e una musicalità fuori dal comune. Nel bel mezzo dell’esperienza con Zappa, il suo talento attira l’attenzione di David Bowie, che lo vuole nella propria band durante il tour di Stage e successivamente nelle registrazioni di Lodger. L’incontro con Bowie lo porta al centro della scena internazionale.
Subito dopo, collabora con i Talking Heads, contribuendo alla realizzazione di “Remain in Light”, uno degli album più influenti degli anni Ottanta. Le sue linee di chitarra imprevedibili si integrano perfettamente con l’estetica innovativa della band di David Byrne. Per molti appassionati, però, Adrian Belew è soprattutto la voce, chitarra e paroliere dei King Crimson, riformatisi nel 1981 a seguito di otto anni di silenzio. Con loro registra tre dischi fondamentali: Discipline (1981), Beat (1982) e Three of a Perfect Pair (1984). In questi album il vocabolario rock viene reinventato attraverso influenze new wave, ritmi africani, sperimentazioni elettroniche e linee melodiche composte da ostinati di chitarra su metriche irregolari. L’apporto di Belew rende il gruppo più accessibile e meno pretenzioso, senza sacrificarne la complessità artistica. La partnership Fripp–Belew, in cui la mente geometrica del primo incontra l’immaginazione istintiva del secondo, trova la sua esaltazione nel successivo Thrak (1994), per poi raggiungere la sintesi definitiva nell’ultima accoppiata in studio, The ConstruKction of Light (2000) e The Power to Believe (2003).

Dicevamo, quindi, che nell’ultima incarnazione del Re Cremisi, soprannominata “il mostro a sette teste”, la mancanza di Adrian Belew aveva lasciato per molti un grande vuoto. Quel vuoto è stato colmato nel 2024, quando lo stesso Belew ha annunciato la nascita di un quartetto che riunisce alcuni dei musicisti più influenti degli ultimi decenni con l’obiettivo di celebrare e reinterpretare il repertorio anni Ottanta dei King Crimson, quel tris di assi che dal 1981 al 1984 ha infiammato i cuori di tanti progheads. Sul palco, oltre a Belew, troviamo l’altro ex crimsoniano Tony Levin al basso e stick, insieme a due innesti d’eccezione: il virtuoso della chitarra Steve Vai e Danny Carey, batterista e cofondatore dei Tool.
Quello che sulla carta parrebbe l’ennesimo supergruppo dedito alla più classica delle operazioni-nostalgia, in realtà è il risultato di una formula che per molti sembrava irrealizzabile. Come si può riportare sul palco una delle incarnazioni più sofisticate e rivoluzionarie dei King Crimson senza Robert Fripp? La risposta è arrivata dallo stesso Fripp, il quale non solo ha dato la propria benedizione all’intero progetto, ma ne ha anche scelto il nome: BEAT (tutto in maiuscolo, per i duri d’udito). L’idea, spiega il quartetto, non è quello di creare una semplice tribute band, ma reinterpretare creativamente quel repertorio mantenendone intatta la complessità e lo spirito pionieristico.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il ruolo di Steve Vai nelle vesti di “viceré”. Il chitarrista ha raccontato di essersi chiesto inizialmente se fosse davvero in grado di affrontare i celebri fraseggi di Robert Fripp, considerati tra i più complessi mai scritti. I suoi dubbi sono stati dissipati dallo stesso Fripp che con la sua proverbiale laconicità ha dichiarato: “Vai è l’unico chitarrista in grado di suonare le mie parti”. Fine della discussione. Sin dall’annuncio, la risposta dei fan è stata entusiastica. Sui forum gli appassionati hanno definito questo come uno degli eventi prog più importanti degli ultimi anni. Le date del tour oltreoceano hanno ricevuto recensioni lusinghiere anche da parte della critica più esigente, che ha elogiato l’intesa tra i musicisti e la capacità di reinterpretare i classici senza tradirne l’essenza.
I BEAT rappresentano una rarità nel panorama contemporaneo: un progetto che guarda al passato senza limitarsi a replicarlo. Belew, Levin, Vai e Carey non stanno semplicemente riproponendo vecchi successi; stanno dimostrando quanto quella musica, scritta oltre quarant’anni fa, continui a suonare moderna, complessa e sorprendente. Per molti fan dei King Crimson, assistere a un loro concerto significa rivivere uno dei periodi più innovativi della storia del rock progressivo. Per le nuove generazioni invece è l’occasione di scoprire un repertorio che ha influenzato artisti di ogni genere, dal prog metal al pop più sperimentale. E forse è proprio questo il più grande successo della band: ricordare che i capolavori non appartengono solo al passato.
Il quartetto si esibirà il 30 giugno 2026 all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera, in occasione di uno degli appuntamenti musicali più attesi dell’estate, il festival Tener-a-mente, giunto quest’anno alla sua quindicesima edizione. Le suggestioni evocate dall’Anfiteatro del Vittoriale offriranno la cornice ideale per un concerto di questa portata. La data di Gardone sarà una delle cinque tappe italiane del tour europeo dei BEAT (che a luglio suoneranno anche a Pompei, Bari, Perugia e Udine), confermando l’importanza della località gardesana nel circuito dei grandi eventi musicali internazionali.


