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Medici di famiglia, Marinoni: “Riforma arenata? Meno male, sarebbe stata un disastro”

Il presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo commenta la frenata al disegno di legge per il riordino della medicina del territorio

“Meno male che questa riforma si è arenata. Se fosse andata in porto sarebbe stata un disastro: avrebbe avuto conseguenze rovinose sia a livello del servizio offerto sia in termini economici. Evidentemente qualcuno nella maggioranza se n’è reso conto e si è adoperato per evitare una debacle”. Così il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo, commenta le notizie sulla frenata del disegno di legge presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci per il riordino della medicina del territorio.

A pesare sarebbero stati forti dubbi espressi da più parti, ma anche resistenze delle forze politiche del centrodestra, soprattutto da Fratelli d’Italia e Forza Italia, specialmente in merito alla trasformazione del medico di famiglia in un dipendente del Servizio Sanitario Nazionale.

Abbiamo intervistato il dottor Marinoni chiedendogli un parere su questo stop e su come si potrebbe intervenire per rafforzare la medicina del territorio.

Cosa pensa della frenata alla riforma Schillaci?

Meno male che si è arenata. Se fosse andata in porto sarebbe stata un disastro: avrebbe avuto conseguenze rovinose sia a livello del servizio offerto sia in termini economici. Evidentemente qualcuno nella maggioranza se n’è reso conto e si è adoperato per evitare una debacle: questo disegno di legge avrebbe creato così tanti problemi che ne sarebbe bastata la metà, almeno stando al testo che era circolato. Di fatto si trattava di una bozza che conteneva parecchie criticità e faticava a reggere sotto molti aspetti, a cominciare dal profilo giuridico.

In che senso?

Credo che un decreto debba coordinarsi con le varie disposizioni di legge e non cambiarle come di fatto avveniva in questa bozza. Il testo presentava varie criticità giuridiche e ordinamentali, legate principalmente alla transizione dei medici di Medicina generale verso un rapporto di dipendenza e al potenziale conflitto con i principi costituzionali di concertazione: se qualcuno avesse presentato ricorso probabilmente avrebbe avuto ragione. Entrando nel merito delle questioni, nell’ipotesi di un rapporto di dipendenza dei medici nelle Case della comunità, la riforma introduceva la possibilità di accedere agli incarichi di assistenza primaria da parte di specialisti in Medicina interna e Geriatria, generando un’equipollenza tra queste specializzazioni e la Medicina generale che ha proprie peculiarità essendo orientata alla continuità della cura, alle cronicità e al rapporto fiduciario con il paziente. Senza togliere nulla alle altre specialità, perché sono tutte differenti, si sarebbe venuto a creare uno scenario in cui qualsiasi specialista di un’area vagamente internistica avrebbe potuto fare il medico di famiglia. Ma non è tutto, perché l’equipollenza sarebbe andata a svantaggio della Medicina generale: si sarebbe accentuata la tendenza per cui per un giovane avrebbe costituito un piano b rispetto ad altre specializzazioni che gli avrebbero permesso maggiori opportunità di carriera e le ripercussioni sarebbero state molteplici.

Quali?

Da un lato quella situazione avrebbe disincentivato ancora di più i giovani a diventare medici di Medicina generale e dall’altro il passaggio alla dipendenza avrebbe creato condizioni per cui il costo del lavoro sarebbe aumentato a fronte di una riduzione della retribuzione netta percepita dai medici. In prospettiva, inoltre, il significativo spostamento delle risorse dall’area della convenzione a quella della dipendenza avrebbe penalizzato la prima a beneficio della seconda con il rischio concreto di mandare in crisi l’Enpam, l’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri, che sta andando bene ma togliendogli la contribuzione non avrebbe potuto che trovarsi in difficoltà. Un’altra criticità, ormai nota, riguarda gli effetti del passaggio dei medici di famiglia a un regime di dipendenza dal Servizio Sanitario Nazionale.

Ricordiamoli

Lavorando come dipendenti all’interno delle Case della Comunità, i medici di famiglia avrebbero svolto funzioni autorizzative come se fossero funzionari a scapito della parte clinica prestata sul territorio. Se il problema era quello di integrare le loro attività con quella delle Case della comunità, nell’accordo collettivo nazionale è già stato previsto che svolgano alcune ore in queste strutture coordinandosi con gli infermieri e gli altri specialisti che vi lavorano. Da noi non si riesce a fare perché i medici di famiglia seguono già un numero di pazienti superiore al massimale: in genere arrivano a 1.800 assistiti, quindi non riescono a dedicare tempo alle Case della Comunità. Se nella provincia di Bergamo sono stati banditi 511 posti per il corso di formazione in Medicina generale e hanno accettato solamente in 13 bisogna interrogarsi sull’attrattività della professione e su come sia possibile accrescerla. In un mondo ideale con 511 nuovi medici e la presenza di un medico ogni 1.200 pazienti ci sarebbero spazi per prestare ore nelle Case della comunità, ma di certo non sono l’etichetta da dipendente e la sottrazione di ore al lavoro in ambulatorio a rendere più attrattiva la professione.

E che cosa farebbe?

Per rendere più attrattiva la professione bisogna far sì che risulti più flessibile, meno rigida ed evitare di creare continuamente confusione sul futuro di chi decide di intraprenderla. Sicuramente se un giovane non sa che lavoro andrà a svolgere facendo il medico di famiglia difficilmente sceglierà di diventarlo. Inoltre, sarebbe utile creare aggregazioni di medici di famiglia, con ambulatori diffusi sul territorio condivisi da quattro, cinque o sei dottori e dotati di segretaria e infermiere a supporto. In poche parole, va favorito tutto ciò che è flessibile e vicino alla realtà.

In questo scenario qual è il ruolo delle Case della Comunità?

Le Case della Comunità sono una presenza preziosissima ma devono funzionare senza togliere risorse alla medicina del territorio e depotenziare i medici di famiglia. Dovrebbero fungere da centrali dell’assistenza domiciliare integrata, delle consulenze specialistiche e delle attività di telemedicina, ma anche dell’orientamento dei pazienti con gli infermieri di famiglia che ne potrebbero intercettare i bisogni e coordinarsi con i medici di famiglia per dare risposte efficaci alle loro esigenze. Inoltre, al loro interno si potrebbero ricavare spazi per i consultori, eseguire valutazioni multidimensionali per le invalidità civili e redigere i progetti di vita dei pazienti con disabilità. Come si è osservato diverse volte, invece, non dovrebbero essere sede delle cure di prossimità, anche perché ce n’è una ogni 50mila abitanti. Se si volesse pensar male, lo scenario che sarebbe scaturito dalla riforma avrebbe rappresentato un assist agli erogatori privati sia low cost sia accreditati che avrebbero potuto stipulare convenzioni con le Regioni. In questa prospettiva, avrebbero avuto ampi spazi per sostituire i medici di famiglia: se un cittadino avesse voluto farsi visitare da un medico o avere un parere per sapere se viene seguito correttamente, avrebbe potuto rivolgersi a loro per avere il servizio a pagamento.