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Oltre il pregiudizio degli adulti: la consapevolezza sui social

La tecnologia corre veloce, ma la nostra capacità di controllarla e di restare padroni del nostro tempo deve correre ancora di più. Alla fine, il tasto per spegnere lo schermo è sempre a portata di pollice: basta solo decidere di premerlo

C’è un grande malinteso che viaggia di generazione in generazione, ed è per questo che vorrei parlarne in questa sezione. Se ascolti gli adulti – che siano genitori, professori o opinionisti in TV – i social network sono il male assoluto. Ne parlano come di un mostro moderno che ci sta manipolando il cervello, convinti che noi ragazzi siamo una massa di zombie digitali, totalmente ignari dei pericoli che stiamo correndo. Io personalmente però, ritengo che noi ragazzi, o per lo meno la maggior parte, sappiamo benissimo dove siamo.

Il punto di partenza che i “grandi” non riescono a cogliere è che quasi tutti noi ragazzi siamo perfettamente a conoscenza delle due facce della medaglia. Non siamo ingenui. Sappiamo cosa c’è di buono: I social sono una piazza enorme. Ci permettono di rimanere in contatto con amici lontani, di scoprire musica, di informarci su temi di cui a scuola non si parla, di trovare persone che condividono le nostre stesse identità o passioni. Per noi sono uno spazio di libertà e di espressione. Ma sappiamo benissimo anche cosa c’è di tossico: Sappiamo cosa significa l’ansia da prestazione quando vediamo corpi perfetti e vite idealizzate su Instagram. Conosciamo la trappola della FOMO (la paura di essere tagliati fuori) e sappiamo che lo scroll infinito su TikTok è studiato a tavolino per rubarci tempo.
Sentiamo l’impatto dei commenti d’odio e il peso della dipendenza da notifiche.

La differenza tra noi e come ci descrivono è che noi queste cose le viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. Non siamo vittime inconsapevoli. Se quindi la consapevolezza c’è, dove sta il vero nodo della questione? Sta nel singolo ragazzo e in chi lo controlla (soprattutto nel caso di ragazzi più piccoli). I social non sono una bacchetta magica e nemmeno un virus incurabile: sono uno strumento. E come tutti gli strumenti, dipende tutto da come decidi di usarli. Oggi la vera sfida non è vietare o demonizzare, ma l’educazione e l’autocontrollo. Sta a ciascuno di noi essere abbastanza maturo da darsi dei limiti. Sta al ragazzo capire quando è il momento di chiudere l’applicazione perché quel feed sta iniziando a fargli male, o stare attento ai pericoli reali (come le truffe, i profili falsi o il cyberbullismo) e sta al genitore controllare il figlio. Essere digitalmente educati significa capire che la propria salute mentale e la propria sicurezza valgono più di un po di like. Io stessa, ad esempio, ho dovuto darmi un limite, in quanto mi sono resa conto che passavo due ore di fila su TikTok prima di andare a dormire, facendo fatica ad addormentarmi e svegliandomi stanchissima. Ho dovuto fare un discorso a me stessa, impostare il limite di tempo sull’app e costringermi a posare il telefono.

È stata una mia scelta, un atto di autocontrollo necessario per la mia salute. In conclusione, il messaggio che vorrei lanciare agli adulti è semplice: non pensate a noi ragazzi come delle persone senza cervello nelle mani di piattaforme online. Il vostro compito, non è farci i discorsi retorici su “ai miei tempi si giocava a pallone in cortile”. Il vostro vero ruolo è un altro: osservateci. Invece di demonizzare lo smartphone a prescindere, cercate di controllare davvero i vostri figli, di ascoltarli e di cogliere i segnali quando c’è qualcosa che non va sul serio e togliete il telefono se è necessario, ma fatelo per proteggerci, non per punirci o per pigrizia. Allo stesso tempo, però, questo pezzo vuole essere anche un promemoria per noi stessi. Sapere che i social hanno dei lati negativi non basta se poi non facciamo nulla per difenderci.

La tecnologia corre veloce, ma la nostra capacità di controllarla e di restare padroni del nostro tempo deve correre ancora di più. Alla fine, il tasto per spegnere lo schermo è sempre a portata di pollice: basta solo decidere di premerlo e, nel caso in cui fossimo in un momento troppo fragile per farlo, chiedere aiuto a chi ci circonda per uscirne fuori incolumi e il più veloce possibile.


Perché il titolo “Cronache dal Futuro” per questa serie di articoli. Perché saranno articoli scritti da ragazze e ragazzi di sedici anni o poco più e, come sempre diciamo, loro sono il futuro e soprattutto vedono il futuro con occhi diversi. Noi adulti, a volte anziani, tendiamo a vederli per come si mostrano in questa società dove l’omologazione è l’elemento necessario per “fare parte”. Stavolta è stato chiesto loro di essere se stessi, senza inibizioni, anzi la parola esatta è “disinibiti”, senza limiti o censure, spesso autoimposte.
Non scriveranno articoli per prendere un bel voto. Scriveranno le loro pulsioni, i loro problemi, le loro ansie e aspettative più recondite senza che nessuno li fermerà. Per questo devo dire grazie a Davide Agazzi che ha lasciato che questa serie prendesse forma e sostanza nelle pagine del suo giornale. Non è di tutti i giorni, e non è sovente che ragazzi di questa età vengano pubblicati su una testata giornalistica importante con un articolo di loro scelta come tema e contenuti. Per me è stato un privilegio incontrarli e un privilegio leggere i loro articoli, mi auguro catturino l’attenzione anche dei lettori di BergamoNews.