Luzzana, non ce l’ha fatta il 15enne che si era tuffato nella cascata
Ibrahima Ndaw, di origini senegalesi e residente a Pedrengo è morto all’ospedale Papa Giovanni. Mercoledì scorso si era tuffato nella pozza ai piedi della cascata del Parco del gigante restando sott’acqua oltre dieci minuti
L’ultimo barlume di speranza rimasto si è spento dopo giorni di attesa. Non ce l’ha fatta Ibrahima Ndaw, il 15enne di origini senegalesi che mercoledì scorso si era tuffato senza più riemergere nel torrente della cascata del Parco del Gigante a Luzzana, in Val Cavallina. Trasportato in elisoccorso e ricoverato nella terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo in condizioni disperate, è morto nel pomeriggio di lunedì 1 giugno.
La notizia ha colpito la comunità di Pedrengo, dove viveva con la famiglia. Frequentava la prima superiore e studiava per diventare operatore elettrico all’Abf di Trescore Balneario. “Spiace davvero tanto, ci speravo”, sono le prime parole della sindaca Simona d’Alba dopo aver appreso la notizia.
“Sono veramente rattristato – aggiuge il collega di Luzzana, Ivan Beluzzi, che mercoledì si era recato sul posto dopo la tragedia -. Pur non conoscendo la famiglia mi stringo a loro e a tutti quanti sono intervenuti per i soccorsi. Sono triste e dispiaciuto: queste cose non devono succedere. Noi ci prodighiamo con ordinanze, avvisi e tanto altro ancora. Poi si arriva a questo. Ancora tutta una vita da scrivere, spezzata da una leggerezza che in questo caso gli è stata fatale. Non potrò mai dimenticare il suo viso”.
Il quindicenne aveva trascorso la mattinata al campo sportivo di Entratico insieme ai compagni di classe per una festa di fine anno organizzata dalla scuola con i professori. Nel pomeriggio, complice il caldo e la voglia di stare insieme, il gruppo si era spostato nell’area del Parco del Gigante, dove si trova la pozza ai piedi della cascata, meta molto frequentata durante l’estate.
Qui si sarebbe tuffato da una un’altezza di circa tre metri. Dopo essere entrato in acqua, però, non sarebbe più riemerso. Le prime ricostruzioni parlano di una permanenza sott’acqua compresa tra i dieci e i quindici minuti.
A lanciare l’allarme sono stati gli amici, le cui grida sono state sentite da un residente che abita a poche centinaia di metri dall’ingresso del parco. L’uomo è accorso insieme alla moglie, infermiera di professione. È stato lui a ritrovare il corpo del ragazzo sotto la cascata, a circa tre metri di profondità. Una volta riportato a riva, la moglie ha iniziato immediatamente le manovre di rianimazione prima dell’arrivo del personale sanitario.
Sul posto erano intervenuti anche i carabinieri di Trescore. Nonostante i tentativi di soccorso e il ricovero in ospedale, le condizioni del 15enne erano rimaste gravissime fino al decesso avvenuto poche ore fa.
A tenerlo temporaneamente in vita è stato l’Ecmo, il sistema di ossigenazione extracorporea utilizzato nei casi più critici quando cuore e polmoni non riescono più a funzionare da soli. Una tecnologia avanzata che permette di ossigenare il sangue all’esterno del corpo e reimmetterlo in circolo, sostituendo temporaneamente il lavoro degli organi vitali.
È stata una corsa contro il tempo, sospesa tra la tecnologia e la speranza. E mentre l’Ecmo teneva in equilibrio il fragile confine tra la vita e il silenzio, attorno a quel letto non si è mai smesso di credere che un battito, anche il più flebile, potesse ancora diventare futuro.




