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La Repubblica ha il volto di donna
Anna Iberti - Festa della Repubblica - Ottant'anni dal voto alle donne - Foto da Wiki - Wikipedia

Il 2 Giugno l’Italia festeggia la nascita della Repubblica sancita nel 1946 dal Referendum istituzionale. Ma quest’anno la festa raddoppia il suo valore: sono 80 anni da quella scelta fondamentale, sono 80 anni dal primo voto femminile

Il 2 Giugno l’Italia festeggia la nascita della Repubblica sancita nel 1946 dal Referendum istituzionale. Ma quest’anno la festa raddoppia il suo valore: sono 80 anni da quella scelta fondamentale, sono 80 anni dal primo voto femminile: non concesso, ma conquistato da milioni di donne che, dopo un secolo di lotte, di guerre, di responsabilità quotidiane avevano maturato il diritto di agire nella cosa pubblica.

Il numero degli iscritti alle liste elettorali superava 28 milioni: quella domenica dal clima tiepido, ma dalle aspettative brucianti e appassionate, quasi 25 milioni di italiani si recarono alle urne: 13 milioni le donne, 12 gli uomini. Quel voto, chiamato “suffragio universale”, aveva il soffio di una nuova libertà negata dal fascismo, desiderata come le donne sanno fare: con il corpo scarnito dalle privazioni della guerra, con lo spirito che non si era arreso alle perdite, con la mente instancabile che aveva prodotto idee, immaginato già il futuro per le figlie e le generazioni a venire. Mente la Storia continuava a ignorarle come soggetti politici, avevano partecipato attivamente alla lotta partigiana, avevano sostenuto un’economia familiare disperata, nei momenti definitivi c’erano sempre state. E nel 1944, quando le sorti del Paese erano ancora incerte, fondarono l’Unione Donne Italiane per rendere unitaria la campagna per il raggiungimento dei diritti. Ma poiché l’UDI si collocava a sinistra, le donne cattoliche diedero vita a una organizzazione di ispirazione cristiana, il Centro Italiano Femminile. Insieme commissionarono a Laura Lombardo Radice la scrittura di un testo intitolato “Le donne hanno diritto al voto” L’attivismo di migliaia di donne impegnate raggiunse i partiti: il comunista Palmiro Togliatti e il democristiano Alcide De Gasperi, per innato senso della real politik, compresero che l’elettorato femminile sarebbe stato fondamentale per l’avanzata dei rispettivi schieramenti. Il 30 gennaio 1945, a margine di un Consiglio dei ministri, la maggioranza dei partiti (esclusi liberali, azionisti e repubblicani) si dichiarò a favore: il 1° febbraio il decreto legislativo n.23 conferì il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni: ancora una volta erano stati gli uomini a decretare la nostra maturità e capacità di scegliere il governo e i suoi rappresentanti. Ma la nuova disposizione non contemplava l’eleggibilità delle donne: che dovettero impegnarsi ancora e ancora e attendere il decreto 74 del 10 marzo 1946 per considerarsi cittadine con diritto ad essere votate, purché avessero 25 anni.

La lunga marcia verso il voto cominciata nel 1849 dalla Repubblica Romana di ispirazione mazziniana è durata un secolo sostenuta dalle donne che avevano voce per farsi ascoltare. Nel 1864 la giornalista Anna Maria Mozzoni, attivista dei diritti civili e pioniera del movimento di emancipazione femminile, incitava le donne a “protestare contro la loro attuale condizione, a chiedere il diritto elettorale.” Nel 1906 Maria Montessori le invitava a candidarsi nelle liste dal momento che nessuna legge lo vietava. Nel 1909 Grazia Deledda si presentò, unica donna, nel collegio di Nuoro col Partito Radicale Italiano: ottenne 34 preferenze, 31 delle quali contestate anche a mezzo stampa dal giornalista Giuseppe Piazza che scriveva: “Anziché un’adeguata preparazione a presiedere una Commissione di bilancio ha impiegato la vita a scriver romanzi e a partorire ottimi figlioli. Due cose, soprattutto l’ultima, è troppo grande per darle tempo e volontà di essere femminista e deputata.” Deledda è passata alla storia per aver vinto il Nobel per la letteratura nel 1926, l’improvvido Piazza è stato sepolto sotto i suoi pregiudizi. Anche Anna Kuliscioff si batteva nel Partito Socialista a favore del suffragio, ma nel 1910 il marito Filippo Turati, socialista come lei, era convinto che non fosse ancora il momento di concederlo. Nessun maschio seduto in Parlamento all’epoca aveva compreso che un’onda ribelle si diffondeva in tutta Europa, dall’Inghilterra attraversava l’Atlantico fino agli Stati Uniti e non si sarebbe fermata fino al raggiungimento del diritto di voto: le suffragette finivano in carcere e venivano processate in tribunali presieduti da uomini arroccati ai loro privilegi, esponenti di un patriarcato che le nuove generazioni erano intenzionate a sradicare. La strada dei diritti come quella dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, di battaglie irrinunciabili, di sconfitte che non sono mai diventate disfatte. Ci abbiamo riprovato ogni volta che le nostre mozioni sacrosante venivano bocciate, convinte che prima o poi avremmo piegato l’ottusità dei maschi di governo e quando la cartolina del voto è stata indirizzata a “nostro nome” nelle famiglie che avevamo salvato dalle bombe, eravamo pronte: dopo un’attesa durata un secolo. Convinte come eravamo della nostra dignità femminile, stanche di guerra e ancora colme di fiducia, abbiamo impugnato il magico documento che ci rendeva cittadine in grado di esprimere idee e preferenze e il 2 Giugno 1946, ci siamo riversate nei seggi di tutto il Paese come andassimo a un appuntamento inevitabile con la Storia, desiderato a lungo, ancor più dell’amore. E come racconta così bene il film di Paola Cortellesi C’è ancora domani abbiamo scelto liberamente il nostro destino: la Repubblica, che da quel giorno ha un volto di donna. Di nonne e madri che ci hanno creduto, di tutte noi che godiamo il privilegio di votare, di tutte le ragazze, oggi come allora più numerose dei maschi, che depositano nelle urne messaggi per il futuro, consapevoli che il destino è nelle loro mani, perché come scriveva Simone de Beauvoir “Basta una crisi per cancellare tutte le nostre conquiste”.