Mastrojeni: crisi ecologica e conflitti si alimentano a vicenda. “La sostenibilità non è un costo: conviene”
Il diplomatico e saggista, ospite il 5 giugno in città alla Notte Bianca dell’Ambiente, riflette sul legame tra riscaldamento globale, tensioni geopolitiche ed economia. “La perdita di stabilità dei cicli naturali rischia di disgregare società e mercati”. E sulla transizione: “Serve un cambiamento culturale, non soltanto tecnologico”
“Sostenibile conviene”: superare la narrazione della transizione ecologica come un insieme di rinunce e sacrifici per leggerla, invece, come una leva di crescita e benessere condiviso. Ambiente, pace, sviluppo e diritti umani non sono ambiti separati, ma dimensioni intrecciate e coinvolte dalle stesse trasformazioni. Di questo si parlerà il 5 giugno alle 20,30, sul palco davanti a Palazzo Frizzoni, nell’ambito della Notte Bianca dell’Ambiente e del Festival dell’Ambiente organizzato dall’associazione Climarte in
collaborazione con l’Assessorato alla Transizione Ecologica, Ambiente e Verde del Comune di Bergamo. Ospite della serata sarà Grammenos Mastrojeni, una delle voci più autorevoli della diplomazia climatica internazionale, docente e saggista, oggi coordinatore per la cooperazione allo sviluppo nel Mediterraneo del Ministero degli Esteri. Autore di “Effetto serra, effetto guerra” (con Antonello Pasini), “Effetti farfalla” e “Vola Italia”, Mastrojeni lavora da anni sul legame tra crisi ecologica e climatica, conflitti, migrazioni, sicurezza globale e sarà intervistato da chi scrive.
“La nostra organizzazione sociale – spiega – dipende dall’esistenza di cicli naturali prevedibili. Se, a causa del cambiamento climatico, questi cicli perdono prevedibilità, il rischio è entrare in una fase accelerata di degrado generale. Le tensioni aumentano. Per questo non è né saggio né utile affrontare la transizione come una somma di
rinunce o come il sacrificio di un singolo settore: serve, invece, una trasformazione condivisa. Servono anche ‘strutture di pace’ che prevengano i conflitti, mentre oggi assistiamo al ritorno dell’equilibrio di potenza, che amplifica le crisi invece di fermarle. Il futuro dipenderà dalla nostra capacità di cambiare cultura prima ancora che tecnologia”.
Nell’ultimo rapporto sui rischi globali del World Economic Forum, per i prossimi dieci anni ai primi posti troviamo eventi climatici estremi, crisi della biodiversità e collasso degli ecosistemi, cambiamenti critici dei sistemi terrestri, scarsità di risorse naturali: la crisi ecologica è percepita come il principale fattore di instabilità globale del XXI secolo. Eppure, sembra uscita dal centro del discorso politico e mediatico.
“Papa Leone ha osservato un aspetto molto importante: purtroppo in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi della transizione ecologica sono stati molto rallentati. Questo mi porta a descrivere un circolo vizioso, che è anche il tema del libro a cui sto lavorando. In ‘Effetto serra, effetto guerra’, con Pasini abbiamo spiegato come il degrado ambientale e il cambiamento climatico sospingano i conflitti. Ora ci stiamo accorgendo dell’opposto. Si crea un circolo vizioso, destinato a interagire con altri che stanno già accelerando. Il rischio è entrare in una fase esponenzialmente accelerata di degrado generale, che sembra ambientale ma si riflette anche nella
strutturazione delle società, delle economie e così via. Il problema maggiore non sono gli eventi climatici estremi su cui il Forum di Davos punta l’attenzione, ma la perdita della prevedibilità dei cicli naturali, la base dell’organizzazione delle economie e delle società. La biodiversità stessa declina perché saltano i sincronismi tra le specie, visto che il clima è l’orologio della natura. Mentre ci illudiamo di essere al di sopra della natura grazie alla tecnologia, scopriamo quanto la nostra organizzazione economica e sociale dipenda dalla sua stabilità”.
La transizione ecologica è raccontata spesso come un elenco di sacrifici, rinunce, divieti e obblighi. Il suo messaggio è l’opposto: “Sostenibile conviene”.
“Conviene perché fa guadagnare di più e crea meno tasse. Del resto, l’Ocse ha certificato che le imprese continuano, in silenzio e nonostante i nuovi trend retorici, a puntare sulla sostenibilità proprio perché, semplicemente, conviene, non al giardino del cuore ma al portafoglio”.
Lei scrive che non è né saggio né efficace scaricare tutta la trasformazione su un unico comparto, quello dei combustibili fossili.
“Sì, per due ragioni. La prima è spiegata dalla teoria dei ‘cunei di sostenibilità’. Se si indica un solo settore come responsabile, chiedendogli di trasformarsi radicalmente in pochi anni o annullarsi, subirà uno shock e reagirà con tutti gli anticorpi immaginabili. Se, invece, si assegna a ciascun settore, agricoltura, energia, trasporti, la
sua parte di riduzione delle emissioni, si arriva allo stesso risultato senza shock trasformativi. L’altra ragione: dire che tutta la colpa è dei combustibili fossili significa non interrogarsi sulle ragioni per cui consumiamo così tanta energia. Forse dipende da bisogni artificiosi se non nocivi. Pensiamo alla fast fashion, un modello di consumo che intossica le nostre vite e genera enormi impatti ambientali e sociali. La domanda allora è: dobbiamo limitarci a cambiare combustibile oppure chiederci perché siamo così voraci di energia, qualunque sia la sua fonte?”.
Che cosa pensa allora della recente conferenza in Colombia con 57 Paesi di tutto il mondo per rilanciare il percorso di transizione dai combustibili fossili, già indicato alla conferenza sul clima di Dubai, la Cop del 2023?
“Ne condivido lo spirito di mobilitazione, che è da valorizzare. Ma ci sono anche abbagli, come l’idea che sia tutta una questione tecnologica legata al tipo di combustibile. Ricordo che, quando si è deciso di ricorrere ai biocombustibili senza considerare bene gli impatti sull’agricoltura, si è creata una delle cause delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente chiamate Primavere arabe. La bacchettata alla lentezza del processo delle conferenze dell’Onu sul clima con una mobilitazione esterna è salutare. Ma non bisogna illudersi che le Cop risolvano il problema: il loro compito è coordinare gli Stati. Il cambiamento reale nasce dai comportamenti collettivi, il vero motore della trasformazione è culturale: capire che cosa genera davvero benessere”.
“Effetto serra, effetto guerra” spiegava che la crisi climatica agisce come moltiplicatore di instabilità.
“Ora il problema è il sommarsi dei cicli cumulativi. L’incertezza dei servizi ecosistemici destabilizza le società e crea conflitti: pensiamo al Sahel e alle tensioni tra agricoltori e pastori. In Italia stanno nascendo problemi tra il settore assicurativo e gli imprenditori per gli obblighi di polizze contro i rischi catastrofali. Le assicurazioni si basano sull’incertezza del rischio. Come si assicura contro eventi estremi, alluvioni e incendi, ormai certi? Tutto questo ha un forte effetto disgregante. Assistiamo all’inizio di una situazione di autoaccelerazione del riscaldamento globale, dovuta a cicli cumulativi interni all’ecosistema, come la fusione del permafrost, la diminuzione dell’albedo e altri fenomeni di questo tipo. Questi cicli si stanno amplificando a vicenda, preludendo a un’accelerazione esponenziale. A questo si aggiunge la necessità di adattamento delle società, spesso attraverso soluzioni che finiscono per peggiorare il problema. Più fa caldo, più uso il condizionatore; più uso il condizionatore, più produco emissioni; più produco emissioni, più farà caldo. Oppure: più il mare si innalza, più costruisco muraglioni di cemento per contenerlo; più costruisco muraglioni, più produco emissioni e distruggo la biodiversità, peggiorando ulteriormente la situazione. Sono circoli viziosi. Una delle forme di questo ciclo adattativo disfunzionale è: più fa caldo, più entro in conflitto; più entro in conflitto, più produco emissioni e più disgrego la società; quindi, più entrerò in conflitto e più farà caldo.
È quanto iniziamo a vedere, per ora soprattutto a livello di conflittualità tra settori economici, ma che sta già facendo capolino anche sul piano internazionale, in un’epoca segnata dal ritorno ai canoni geostrategici classici dell’equilibrio di potenza, riassunti dal principio ‘si vis pacem, para bellum’. Ci stiamo dimenticando che, al prezzo delle sanguinose sofferenze della Prima e della Seconda guerra mondiale, si era arrivati a capire che questi strumenti non erano sufficienti e ne servivano altri, mirati non a gestire il conflitto ma a prevenirlo. Sono quelli incorporati dalle Nazioni Unite quando hanno deciso di dedicarsi, per il loro obiettivo di mantenere la pace, alle questioni che riguardano la dignità umana, la salute, l’infanzia, cioè a tutte le condizioni che impediscono di precipitare nei conflitti. Questo approccio è stato sviluppato, fin dal 1963, nell’enciclica ‘Pacem in terris’ di Giovanni XXIII con il nome di ‘strutture di pace’.
Oggi, però, si sta tornando verso lo strumento geostrategico dell’equilibrio di potenza. Basandoci solo su quello, finiremo per amplificare le ragioni dei conflitti invece di frenarle. È necessario un massiccio ritorno alle strutture di pace: è l’unica geostrategia che non amplifica le ragioni per cui i conflitti stanno accelerando”.
Oggi è sempre più evidente come senza ecosistemi stabili non possa esserci neppure autentico sviluppo economico. La lezione espressa dal Club di Roma già nel 1972: non può esistere una crescita infinita in un mondo dalle risorse finite. Eppure, continuiamo a misurare la crescita solo con il Pil.
“Non tanto. L’economia reale si è accorta che orientare l’impresa verso la sostenibilità conviene. Se guardiamo i numeri, anche se nel dibattito pubblico non è una notizia molto valorizzata, l’economia sostenibile sta progredendo. C’è la consapevolezza che, senza una relazione corretta e costruttiva con il proprio territorio, ci si taglia le gambe dal punto di vista della competitività. È vero che alcuni settori vedono l’urgenza della transizione come un problema di investimenti non sostenibili nel breve periodo. Ma c’è anche un fatto fisiologico: i progressi hanno sempre avuto un andamento ondivago, sinusoidale, da un estremo all’altro. Quando è stato annunciato il Green Deal europeo, sull’onda dell’entusiasmo si è accelerato in direzioni che forse non erano realistiche. Come spesso accade, la reazione è stata di segno opposto. Poi arriverà una nuova fase più equilibrata, finché questa sinusoide si restringerà assumendo l’andamento di una linea verso qualcosa che appare ormai ineluttabile. Anche perché, dal punto di vista della singola impresa, la transizione può sembrare una sfida difficile da sostenere in questo momento. Ma, se guardiamo al livello globale, gli Stati che hanno
puntato più decisamente sulla valorizzazione del territorio sono anche quelli che mostrano le migliori performance economiche”.


