“Dolci da indagare prima”, la difesa contesta le date. ‘Firme’ e profilo del profanatore, la relazione dei carabinieri psicologi
I legali dell’impresario di Sant’Omobono: alcune prove raccolte dopo il 26 marzo sarebbero inutilizzabili. Le indagini: i video del cimitero ai raggi X e l’identikit dell’autore
Bergamo. Non solo video e telefoni, adesso tra Francesco Dolci e la Procura è battaglia anche sui tempi dell’inchiesta. La difesa considera errata la tempistica dell’iscrizione nel registro degli indagati del 41enne impresario di Sant’Omobono. Secondo gli avvocati Eleonora Prandi e Isabella Colombo avrebbe dovuto essere notificata già il 26 marzo e non il 5 maggio. Per questo, i legali hanno avanzato richiesta al gip affinché venga retrodatato l’atto. Un eventuale accoglimento non avrebbe solo valore formale: potrebbe incidere in modo significativo sul quadro processuale rendendo potenzialmente inutilizzabili alcune attività investigative svolte successivamente.
La questione è finita sul tavolo del tribunale del Riesame venerdì 30 maggio, nell’ambito del ricorso presentato contro il decreto di sequestro eseguito nella proprietà dell’impresario di Sant’Omobono, unico indagato per il vilipendio della 29enne uccisa a Milano il 14 ottobre dall’ex fidanzato Gianluca Soncin. Le parti si erano già scontrate sulla validità della perquisizione effettuata nella casa di Francesco Dolci, quando i carabinieri avevano preso due telefonini, un coltello, del mastice, altro materiale edile, un book fotografico di Pamela, alcuni scontrini e un manoscritto.
Nel corso di quest’ultima udienza le parti hanno esposto le rispettive argomentazioni. Presente in aula anche il pubblico ministero Giancarlo Mancusi, mentre il collegio giudicante si è riservato la decisione. Il fascicolo era stato aperto contro ignoti. L’individuazione di Dolci sarebbe arrivata, secondo la ricostruzione della difesa, a seguito dell’analisi dei filmati al cimitero tra il 16 e 23 marzo, nei quali gli investigatori avrebbero rilevato comportamenti ritenuti significativi ai fini dell’inchiesta. Per questo, dicono, andava indagato prima. Il Riesame potrebbe pronunciarsi nelle prossime ore sul sequestro, mentre per la richiesta di retrodatazione si prevede un iter più lungo. Almeno due settimane.
I video al cimitero ai raggi X
Nel frattempo sono stati diffusi alcuni dei video che riprendono Dolci all’interno del piccolo cimitero di Strozza. Ma che cosa fa, esattamente? La procura gli contesta una serie di accessi avvenuti sia nel periodo immediatamente precedente alla scoperta della profanazione, sia in quello successivo.
Il 16 marzo la Opel Adam di Dolci viene rilevata dal sistema di lettura targhe alle 17.38. Alle 17.41 parcheggia l’auto. Dolci si avvicina al cancello. Trova il cimitero chiuso per i lavori di estumulazione, guarda all’interno attraverso le grate, osserva un cassone per la raccolta delle macerie e si allontana alle 17.44.
Il 18 marzo torna in orario notturno, alle 2.15. Si avvicina al cancello e rimane nelle vicinanze fino alle 2.24. Si allontana, torna un minuto dopo e va via alle 2.27. Una visita singolare che, secondo gli investigatori, potrebbe essere stata finalizzata a verificare l’attività degli operai impegnati nel cimitero da circa quarantotto ore. Lui, invece, dice che era “ubriaco” e che si trovava lì in tardo orario solo per stare vicino a Pamela.
Il 20 marzo Dolci entra nel cimitero intorno alle 18.30. Si ferma davanti al loculo di Pamela, estrae un cero e torna all’auto, forse per recuperare un accendino. Rientra, accende il cero, lo colloca davanti alla lapide e lascia il cimitero alle 18.35.
Il 21 marzo entra nel cimitero insieme alla madre, alle 12.20. La visita dura appena due minuti, poi esce e si fa il segno della croce.
Il 22 marzo, alle 14.53, la Opel Adam di Dolci è parcheggiata davanti al cimitero. Lui entra e si dirige verso la lapide. Secondo gli investigatori, osserva più volte la parte superiore, dove sono presenti elementi ritenuti collegati alla profanazione, per poi chinarsi ripetutamente verso la parte inferiore destra. Alle 15 lascia il cimitero.
Il 23 marzo le onoranze funebri scoprono la manomissione del loculo e il terribile segreto che custodisce: la testa di Pamela non c’è più. Quel giorno Dolci arriva alle 17.43. Le immagini lo riprenderebbero mentre osserva ancora la parte superiore della lapide e, secondo la Procura, ne tocca il bordo sinistro. Si china, mentre alle 17.45 estrae il cellulare per scattare una fotografia che consegnerà ai carabinieri. Un minuto dopo si allontana.
I carabinieri collegano il comportamento di Dolci alla presenza, sulla parte superiore della lapide, di un tassello con rondella, di un fischer (in edilizia nome comunemente utilizzato per indicare il tassello a espansione da muro) e di una macchia scura di silicone grigio.
Il personale delle onoranze funebri ha spiegato che né il tassello né il fischer erano stati applicati dall’impresa. Questi elementi sarebbero stati quindi la ‘firma’ di chi ha materialmente realizzato il vilipendio.
Le fotografie della lapide a disposizione degli inquirenti consentono di collocare l’apposizione di questi elementi estranei tra il 27 ottobre e il successivo 2 novembre. Il 27 ottobre, giorno della sepoltura, gli elementi non erano presenti; compaiono invece in una fotografia del 2 novembre consegnata dai familiari di Pamela. La violazione del sepolcro, dunque, si collocherebbe all’interno di questo breve lasso temporale.
Alla luce di questi elementi, gli investigatori attribuiscono particolare rilevanza alla costante attenzione che Dolci sembra riservare alla parte superiore della lapide, ossia alla zona in cui erano presenti il tassello e il silicone aggiunto successivamente.
Secondo la Procura, il 41enne apparirebbe ripetutamente interessato a quell’anomalia già prima che si diffondesse la notizia dell’accaduto. Gli inquirenti osservano inoltre che, pur essendosi sempre mostrato molto attento ai dettagli della vicenda di Pamela Genini e in costante contatto con i carabinieri, non segnalò questi particolari fino al successivo 5 aprile.
Dolci replica: “Toccavo la lapide per fare capire a Pamela che ero lì, per farle capire che non era sola. Semmai guardavo le montagne di fronte, dove io e lei andavamo a camminare”. E aggiunge: “Il giorno 23 non è vero che guardavo il fischer. Me ne sono accorto soltanto a Pasqua. Ho notato, invece, che al loculo mancavano due tasselli nella parte inferiore. Ero felice perché pensavo che stessero per installare la lapide in marmo”.
Dolci respinge l’interpretazione degli investigatori e sostiene che quei gesti fossero semplicemente espressione del legame affettivo che lo univa a Pamela: “I miei non sono nient’altro che i comportamenti di una persona che prega per una persona cara, i comportamenti di una persona particolarmente devota e coinvolta. Non volevo controllare nulla, solo far sentire a Pamela tutto il mio affetto”. Quindi conclude: “Se lei fosse viva mi difenderebbe, invece indagano me al posto delle persone che le hanno veramente fatto del male. Gli ambienti in cui cercare la verità sono altri”.
Il profilo del profanatore
Un soggetto aggressivo, capace di alternare freddezza e improvvisi scatti di violenza, con una forte motivazione criminale e una spiccata capacità di controllo. È il profilo che emerge dalla relazione degli esperti del Racis (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche) sull’episodio di vilipendio di cadavere di Pamela Genini, secondo cui l’azione sarebbe stata tutt’altro che estemporanea.
Il movente viene ricondotto a una possibile esigenza di dominio e controllo, in un contesto relazionale che avrebbe avuto come obiettivo simbolico il mantenimento del legame con la vittima, fino a una forma di possesso protratto oltre la morte.
Dal punto di vista operativo, la relazione ipotizza un soggetto dotato di buona sicurezza personale, poco incline a deviare dai propri obiettivi e in grado di gestire imprevisti senza interrompere l’azione. Una capacità che, secondo gli inquirenti, suggerirebbe anche una certafamiliarità con l’ambiente in cui il fatto è avvenuto. In particolare, viene ritenuto plausibile che l’autore conoscesse il cimitero di Strozza, dove il cancello notturno risultava chiuso ma aggirabile tramite un meccanismo interno azionabile dall’esterno attraverso una fessura.
Sul piano fisico e materiale, gli accertamenti sottolineano come le operazioni compiute — dallo spostamento della bara, del peso superiore ai 100 chili, fino al taglio dell’involucro metallico con probabile utilizzo di un flessibile a batteria e alla successiva sigillatura con silicone — richiedano una significativa capacità manuale e una notevole forza fisica. Elementi che, secondo la relazione, sarebbero più compatibili con uno o più soggetti strutturati e con competenze tecniche specifiche.
La ricostruzione non esclude infatti la possibilità di una pluralità di autori, con ruoli distinti: un soggetto con funzioni di ideazione e uno o più complici con compiti esecutivi e materiali. L’autore principale sarebbe potenzialmente legato alla vittima da conoscenze pregresse e avrebbe operato, almeno in parte, con l’ausilio di soggetti appartenenti alla propria sfera personale o a quella della vittima stessa.

