il disturbo comune
Malattia emorroidaria: sintomi, cause e quando rivolgersi allo specialista
Le emorroidi non sono qualcosa di “strano” o patologico, ma una parte naturale del nostro corpo. Il problema nasce quando questi cuscinetti si alterano: : si dilatano, si congestionano, si lesionano, si infiammano oppure scivolano verso il basso
Le emorroidi sono uno dei disturbi più comuni in assoluto, eppure continuano ad essere circondate da imbarazzo, disinformazione e falsi miti. Il primo da sfatare è questo: il termine emorroidi non indica esso stesso una patologia, le emorroidi sono strutture anatomiche normalmente presenti in tutti gli individui. Si tratta di piccoli cuscinetti vascolari situati all’interno del canale anale con un ruolo importante:
– aiutano la continenza, cioè il controllo di gas e feci
– contribuiscono alla chiusura ermetica del canale anale
– proteggono i tessuti della parete rettale durante il passaggio delle feci in fase espulsiva
In poche parole: non sono qualcosa di “strano” o patologico, ma una parte naturale del nostro corpo. Il problema nasce quando questi cuscinetti si alterano: si dilatano, si congestionano, si lesionano, si infiammano oppure scivolano verso il basso. In questo momento si parla di malattia emorroidaria che è contraddistinta da un corredo sintomatologico che può condizionare anche significativamente la qualità di vita. Proprio di questo aspetto parliamo con il Dr. Riccardo Pirovano, chirurgo di Habilita.
Quali sono i sintomi più comuni?
“Trattandosi di una condizione patologica che spesso si instaura in modo lento e progressivo nel tempo, frequentemente alcuni sintomi o segni della malattia sono interpretati come ‘normalità’ da molte persone. I sintomi più frequenti sono:
– Lieve sporadico sanguinamento rosso vivo, spesso rilevato sulla carta igienica o nel wc in fase post-evacuativa
– Prurito anale frequentemente anche lontano dalle scariche;
– Bruciore o senso di irritazione
– Sensazione di peso o ingombro
– Dolore durante la defecazione o lontano da essa,
– Percezione di prolasso, ovvero la fuoriuscita delle emorroidi all’esterno durante o dopo l’evacuazione
– Difficoltà a stare seduti o fastidio continuo
– Perdite liquide anali
– Tenesmo ovvero la sensazione di dover defecare in assenza di materiale fecale da espellere effettivamente”.
Quali sono le cause principali ed i fattori di rischio?
“La malattia emorroidaria è quasi sempre multifattoriale, tra le concause più frequenti vi sono sicuramente:
– Stipsi con conseguente ‘sforzo’ durante l’evacuazione: spingere con forza aumenta la pressione nel canale anale e nei plessi emorroidari, favorendo gonfiore, congestione e prolasso;
– Sosta protratta sul WC: uno dei ‘mali del secolo’, un’abitudine diffusissima è l’utilizzo dello smartphone durante l’evacuazione, pratica che prolunga in modo sensibile i tempi di stazionamento in una postura deleteria per il tono muscolare del pavimento pelvico, direttamente implicato nell’insorgenza della malattia emorroidaria;
– Diarrea cronica o evacuazioni frequenti: le irregolarità alimentari ed in particolar modo diete povere di fibre portano frequentemente ad ottenere un alvo polideposto con multiple evacuazioni giornaliere di feci semiformate e conseguente maggiore tempo di traumatismo locale;
– Scarsa idratazione: i tempi frenetici dettati dalla nostra società, spesso ci portano in modo involontario ad assumere molti meno liquidi rispetto al nostro fabbisogno giornaliero: bere poco contribuisce a rendere le feci più disidratate e aumenta lo sforzo evacuativo;
– Sedentarietà: muoversi poco rallenta il transito intestinale e favorisce stasi venosa e stitichezza;
– Gravidanza e parto: l’aumento di pressione addominale e le modificazioni ormonali rendono la malattia emorroidaria frequente in gravidanza e nel post-partum;
– Sovrappeso e obesità: il maggiore carico pressorio sull’addome e sul pavimento pelvico può favorire il disturbo;
– Predisposizione familiare: in alcune persone i tessuti di sostegno del comparto muscolare del pavimento pelvico sono più fragili o la suscettibilità è maggiore;
– Inevitabile invecchiamento tissutale: con l’età, i legamenti e il tessuto connettivo che mantengono le emorroidi in sede possono cedere più facilmente.
È un disturbo molto diffuso?
“La malattia emorroidaria è una delle patologie proctologiche più diffuse nel mondo, circa il 30-40% della popolazione adulta presenta sintomi ascrivibili alla malattia emorroidaria almeno una volta nella vita. Risulta statisticamente più rilevante nelle persone oltre i 40 anni di età con un picco tra i 45 ed i 65 anni, senza sensibile distinzione tra sesso maschile e femminile con maggiore diffusione nei paesi occidentali a causa del regime alimentare più ricco, spesso con minore apporto di fibre. Interessante notare come però tali dati in parte sottostimino l’entità reale della diffusione della malattia emorroidaria, perché trattandosi di patologia delicata e con evoluzione spesso graduale, alcune volte il paziente giunge all’osservazione del medico dopo molti anni dall’esordio per vergogna o perché interpreta come normalità alcuni segnali iniziali della malattia stessa”.
Quando rivolgersi al medico senza rimandare?
“Rivolgersi al medico per malattia emorroidaria è importante quando i sintomi non sono più occasionali o iniziano a interferire con la qualità di vita. Molte persone tendono a rimandare, ma alcuni segnali meritano valutazione specialistica:
– sanguinamento: se noti sangue rosso vivo sulla carta igienica, nelle feci o nel WC dopo l’evacuazione, è bene farsi controllare. Non sempre dipende dalle emorroidi: il sanguinamento va sempre inquadrato, soprattutto dopo i 40 anni o se compare spesso;
– dolore intenso improvviso: le emorroidi semplici spesso danno fastidio più che dolore. Se compare dolore forte, improvviso, gonfiore duro o nodulo molto sensibile, può trattarsi di trombosi emorroidaria una complicanza acuta della malattia emorroidaria;
– prolasso o sensazione di ‘massa’ che protrude dall’ano: se senti qualcosa che fuoriesce durante evacuazione o sforzo, soprattutto se devi reinserirlo manualmente, è indicata visita specialistica;
– prurito, bruciore o secrezioni persistenti: sintomi continui possono indicare irritazione importante, dermatite locale, ragade o altre patologie anorettali;
– sintomi che durano oltre i 10 giorni: se creme, igiene locale e correzione dell’alvo non bastano, serve una valutazione;
– alterazioni intestinali associate: stitichezza di nuova insorgenza; diarrea persistente perdita di peso; anemia; sensazione di incompleto svuotamento dopo l’evacuazione; muco o cambiamento della conformazione delle feci
Consiglio di effettuare una valutazione urgente se è presente un sanguinamento abbondante o ripetuto durante la giornata; un dolore persistente non responsivo a terapia antalgica; un senso di blocco con impossibilità alla evacuazione; febbre; pus/secrezione importante; astenia. Inoltre bisogna tenere ben presente che spesso molti disturbi attribuiti alle “emorroidi” possono in realtà essere riconducibili a ragadi, fistole, polipi, infiammazioni intestinali o altre condizioni che meritano diagnosi corretta”.
Come si arriva alla diagnosi?
“Si arriva alla diagnosi di malattia emorroidaria attraverso un percorso semplice, rapido e spesso esclusivamente ambulatoriale. La diagnosi corretta è fondamentale perché spesso i sintomi che vengono interpretati come emorroidi, sono in realtà riconducibili ad altre affezioni proctologiche che pertanto necessitano di approcci diagnostici e terapeutici totalmente differenti. La valutazione prevede:
– colloquio clinico ed anamnesi: il medico raccoglie informazioni sulla storia clinica generale, sui segni e sintomi relativi al problema in essere;
– ispezione locale: si osserva la regione anale esterna alla ricerca di caratteristiche morfologiche patologiche;
– esplorazione rettale: il medico introduce delicatamente un dito all’interno del canale anale per valutare tono sfinterico, presenza di masse aggettanti e localizzazione del dolore;
– anoscopia: è spesso l’esame chiave. Con un piccolo strumento si visualizzano il canale anale ed il retto inferiore potendo valutare visivamente il tono vascolare; la flogosi mucosa; eventuali lesioni aggettanti, segni riconducibili a patologia proctologica quali orifizi interni, tumefazioni ascessuali, lesioni ragadiformi…
Sono necessari esami specifici?
“Nel caso in cui la valutazione proctologica e l’anoscopia non fossero dirimenti, in base al sospetto diagnostico esistono diversi accertamenti a volte indicati, che vengono suggeriti dal proctologo tra cui: colonscopia; esami ematochimici con marker; risonanza magnetica addome inferiore; ecografia transrettale; indagini defecografiche“.
Quali sono oggi le terapie?
“Le terapie oggi disponibili per la malattia emorroidaria dipendono da grado, sintomi e impatto sulla qualità di vita. Oggi il trattamento è spesso progressivo: si parte dal meno invasivo e si sale solo se necessario. Spesso la classica terapia topica in crema suggerita da non specialisti od autosomministrata da parte dei pazienti, non sortisce i risultati sperati perché non è bilanciata sulla patologia in essere. La terapia conservativa, indicata nei casi iniziali, può comprendere: aumentare assunzione di fibra alimentare; mantenere un correttoapporto di liquidi con la dieta; evitare sforzo evacuativo prolungato; non restare troppo tempo sul WC; eseguire attività fisica regolare; trattare stipsi o diarrea. La terapia farmacologica iniziale prevede: creme e pomate locali (uso limitato e mirato); lavaggi tiepidi / semicupi; antidolorifici se necessari; flebotonici in alcuni casi selezionati. Lo specialista, dopo la valutazione, in base al grado di malattia, può inoltre proporre procedure ambulatoriali mininvasive come la rubber band ligation e/o la scleroterapia iniettiva. Nei casi più avanzati lo specialista invece può porre indicazione chirurgica maggiore: emorroidectomia tradizionale; mucoprolassectomia; resezione mediante stapler. In linea di massima non esiste una terapia unica per tutti i casi. Fondamentale è che la terapia proposta sia perfettamente indicata e bilanciata alla patologia in essere e la stessa a volte può essere anche combinata”. (es. farmacologica + chirurgica).
L’intervento chirurgico è sempre necessario?
“La maggior parte dei casi lievi o moderati di malattia emorroidaria si controlla con la regolarizzazione dell’alvo, la riduzione dello sforzo evacuativo, l’utilizzo di terapie locali o farmacologiche, procedure ambulatoriali mini-invasive. In linea di massima la chirurgia entra il gioco quando
– il prolasso è importante e persistente
– emorroidi di III-IV grado
– sanguinamenti frequenti o anemia
– dolore ricorrente / complicanze
– fallimento delle terapie conservative
– peggioramento della qualità di vita
Oggigiorno l’approccio corretto indicato dallo specialista proctologo prevede: diagnosi precisa; terapia mirata meno invasiva possibile; chirurgia solo se davvero indicata in casi selezionati.”
Dopo il trattamento ci sono rischi di recidiva?
“Sì. Dopo il trattamento della malattia emorroidaria esiste un rischio di recidiva, cioè che il problema possa ripresentarsi nel tempo. Dipende però molto dal tipo di terapia eseguita, dal grado di malattia e dalle abitudini successive. In linea di massima il rischio di recidiva di malattia si può ridurre mantenendo feci morbide, con una dieta ricca di fibre, un’idratazione adeguata, un’attività fisica regolare e tempi di stazionamento ridotti sul WC”.

