L'intervista
|Magnifica humanitas: l’intelligenza artificiale è la nuova questione sociale della Chiesa
Il presidente di ADAPT e docente a contratto all’Università di Bergamo, tra i più dinamici studiosi italiani dei cambiamenti del lavoro e delle trasformazioni portate dal digitale sull’enciclica di Papa Leone XIV, che mette l’IA al centro della riflessione sociale della Chiesa
Quale impatto avrà l’intelligenza artificiale sul lavoro e sulla dignità delle persone? È una delle domande centrali di Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, che mette l’IA al centro della riflessione sociale della Chiesa.
Un testo che richiama idealmente la Rerum Novarum di Leone XIII e che invita a guardare all’intelligenza artificiale non soltanto come a una trasformazione tecnologica, ma come a un cambiamento destinato a incidere sul rapporto tra persona, lavoro, comunità e responsabilità.
Ne parliamo con Francesco Seghezzi*, presidente di ADAPT e docente a contratto all’Università di Bergamo, tra i più dinamici studiosi italiani dei cambiamenti del lavoro e delle trasformazioni portate dal digitale.
Professor Seghezzi, Magnifica humanitas è la prima enciclica che mette l’intelligenza artificiale al centro della riflessione sociale della Chiesa. Che passaggio rappresenta?
È un passaggio molto importante, anche simbolicamente. Papa Prevost ha scelto di chiamarsi Leone XIV proprio richiamandosi a Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, l’enciclica che alla fine dell’Ottocento affrontò la questione sociale aperta dalla rivoluzione industriale. Non a caso Magnifica humanitas è stata firmata il 15 maggio, anniversario dell’enciclica del 1891: un gesto che collega idealmente due grandi trasformazioni storiche. Oggi la Chiesa riconosce che stiamo vivendo una nuova rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale, e più in generale del digitale, che cambia il rapporto tra persona, lavoro, responsabilità e comunità. Non è un documento tecnico sull’IA, ma un testo che si interroga sulle conseguenze umane e sociali di questa trasformazione.
Nel dibattito pubblico si oscilla spesso tra entusiasmo e paura per l’intelligenza artificiale. Che posizione emerge in Magnifica humanitas?
L’enciclica va oltre a una semplicistica collocazione tra ottimisti e pessimisti, propone una lettura più profonda e complessa. Ricorda anzitutto che il lavoro non è soltanto reddito: è sostentamento, certo, ma anche esperienza, relazione, disciplina del tempo, contributo alla comunità, costruzione di sé. Per questo la questione non si esaurisce nel numero dei posti di lavoro che resteranno. Una società capace di produrre beni e servizi con il lavoro di una minoranza rischierebbe comunque di generare inattività forzata, perdita di responsabilità, impoverimento umano e culturale. Allo stesso tempo, però, il testo dice chiaramente che molti lavori sono stati e sono ancora duri, ripetitivi, insicuri e malpagati, e che nessuna retorica della dignità può trasformare lo sfruttamento in vocazione.
Che cosa significa allora, concretamente, “lavoro dignitoso” nell’epoca dell’IA?
L’enciclica prova a dare una definizione molto concreta di dignità del lavoro. Un lavoro è dignitoso quando permette alla persona di esprimere capacità, apprendere, partecipare e vedere riconosciuto il proprio contributo. La dignità non viene evocata come principio astratto o moraleggiante, ma come criterio per giudicare l’organizzazione economica e tecnologica. La domanda decisiva è questa: l’intelligenza artificiale serve a migliorare il lavoro umano oppure viene usata solo per comprimere costi, intensificare i ritmi, sorvegliare le prestazioni e scaricare il rischio sui singoli? È sulla risposta a questa domanda che si misura davvero la dignità della persona.
Lei insiste spesso sul fatto che ogni scelta tecnologica è anche una scelta sociale e politica. Perché?
Perché la tecnologia non è mai neutrale, siamo assuefatti da una visione deterministica delle trasformazioni digitali, come se fossero un destino segnato in ogni sua forma. Ma l’introduzione dell’automazione o dell’IA decide chi guadagna produttività, chi ne sopporta i costi, chi viene formato, chi partecipa agli usi e chi invece resta indietro. L’enciclica invita a non considerare l’innovazione tecnologica come qualcosa che semplicemente accade. Dietro ogni scelta tecnologica ci sono decisioni economiche, organizzative e istituzionali. Per questo il tema non riguarda soltanto gli ingegneri o le imprese tecnologiche, ma anche la politica, la scuola, le parti sociali e il modo in cui vogliamo costruire il lavoro e la società dei prossimi anni.
Magnifica humanitas non si limita a lanciare un allarme, ma indica anche alcuni criteri concreti per governare la transizione dell’intelligenza artificiale. Quali sono, secondo lei, i più importanti?
L’aspetto interessante dell’enciclica è che prova a uscire dalle dichiarazioni di principio e propone criteri molto concreti per valutare ogni introduzione significativa di automazione e IA: l’impatto sull’occupazione, i piani di riqualificazione delle persone, il coinvolgimento dei lavoratori, la redistribuzione dei guadagni di produttività, la tutela rispetto a decisioni algoritmiche opache. Il testo ci dice che la questione dell’intelligenza artificiale non si misura soltanto nel numero degli occupati, ma nella qualità del lavoro che resta e di quello che nascerà e occorre quindi giocare d’anticipo. E suggerisce anche un metodo: affrontare questa trasformazione insieme. Il richiamo biblico a Neemia — la figura che si adoperò per ricostruire Gerusalemme distrutta e scoraggiata — è molto significativo: la città rinasce perché ciascuno contribuisce a ricostruire un tratto di muro, condividendo paure e unendo gli sforzi. È un invito a non lasciare la transizione dell’IA soltanto al mercato o alla tecnologia, ma a viverla come una responsabilità condivisa.
*Francesco Seghezzi è presidente di ADAPT e docente a contratto all’Università degli Studi di Bergamo. Si occupa di sociologia del lavoro e relazioni industriali, con particolare attenzione all’impatto delle trasformazioni tecnologiche e digitali sul lavoro, sulle competenze e sui corpi intermedi. È stato visiting fellow alla Cornell University e alla University of Chicago. Svolge attività di ricerca, divulgazione e analisi sui temi del lavoro e del cambiamento sociale ed è editorialista per diverse testate. Il suo ultimo libro è Disintermediare stanca (Franco Angeli, 2026).


