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Trump e Putin in visita a Pechino: la Cina nuovo perno della diplomazia globale?
Putin con Xi Jinping durante la sua visita a Pechino. Foto Getty Images 20 maggio 2026

Tra equilibri energetici, conflitti e rivalità strategiche, Pechino consolida il proprio ruolo di arbitro globale

Il mese di maggio ha visto in rapida successione due dei principali protagonisti delle attuali vicende geopolitiche, Trump e Putin, recarsi in visita in Cina, nell’ambito di incontri carichi di aspettative economiche e geopolitiche. Non sfugge ai più che entrambi i leader sono in questo momento coinvolti in due conflitti (nei quali tra l’altro la Cina gioca un ruolo chiave dietro le quinte) di difficile risoluzione, che stanno generando conseguenze problematiche non solo nei teatri di guerra direttamente interessati, ma anche all’interno dei rispettivi paesi, erodendo consenso e gettando le basi per crescenti difficoltà di tipo economico. Proprio per queste ragioni, la visita in successione quasi immediata dei due leader a Pechino non lascia indifferenti: è un segnale tangibile del nuovo ruolo che la potenza cinese si è ritagliata nello scacchiere globale.

Il 13 maggio è cominciata la visita di Donald Trump. Sin dalle prime battute si è notato un atteggiamento di grande apertura da parte del presidente americano nei confronti dell’omologo cinese, e per utilizzare le parole di Ja Ian Chong (Professore di scienze politiche all’Università di Singapore) riportate dal Financial Times “sembrava che Trump volesse chiedere qualcosa, che avesse bisogno di qualcosa con tutte quelle lodi non corrisposte al presidente cinese”. Dal canto suo il presidente cinese ha mantenuto una linea più neutrale, un combinato di cortesia istituzionale e fermezza sulle questioni di interesse pratico.

Da un punto di vista simbolico, la visita di Trump segna un precedente importante: erano 9 anni che un presidente americano non si recava in Cina per una visita, ed è la prima volta che l’incontro non è stato preceduto da una tappa nei paesi alleati della regione (Giappone, Australia, Filippine o Sud Corea): se è vero che in politica la forma è sostanza, questa circostanza ribadisce la centralità di Pechino e l’importanza secondaria attribuita dall’amministrazione americana alla rete di alleanze internazionali. Sempre in tema di simboli, non può sfuggire l’ennesimo richiamo alla trappola di Tucidide evocata da Xi Jinping: il presidente cinese ripropone la necessità di evitare le stesse dinamiche conflittuali che nell’antica Grecia portarono all’apertura delle ostilità tra Atene e Sparta, nel momento in cui la potenza dominante dell’epoca (Sparta) assunse un atteggiamento aggressivo per contenere l’ascesa della potenza emergente (Atene), portando all’accendersi di una guerra che si sarebbe potuta evitare con maggiore lungimiranza strategica.

Considerando la dimensione geopolitica dell’incontro, le questioni chiave ruotavano intorno a due conflitti in essere (in Iran ed Ucraina) ed alla contesa potenziale relativa all’isola di Taiwan. Nei primi due casi è emersa una posizione cinese di equidistanza strategica, nell’ambito della quale la Cina auspica de-escalation e cessazione delle ostilità ma non si spinge ad ottemperare alle richieste di Washington per quanto riguarda sanzioni unilaterali all’Iran e ribadisce una sorta di “neutralità filorussa” per il conflitto russo-ucraino. Con riferimento alla questione di Taiwan, il presidente cinese si spinge in un esercizio ancora più chiaro di fermezza, che, unito alla professione di neutralità sulle altre questioni, ci dà la misura della nuova consapevolezza del peso cinese che alberga nelle sale del potere a Pechino: viene ribadito che ogni errore nella gestione della questione taiwanese può fungere da innesco per un conflitto sino-americano, e che la Cina è pronta a difendere i propri interessi. Le parole del presidente cinese su questo punto sono chiare, e si discostano dal linguaggio felpato dei sottintesi, al punto che Trump, interrogato da un giornalista al rientro dalla missione, afferma di non aver ancora deciso se autorizzare o meno la vendita, già pianificata, di 14 miliardi di dollari di armamenti a Taiwan.
La Cina proietta dunque al mondo l’immagine di una potenza equidistante, ferma, consapevole di un crescente peso nello scacchiere internazionale ma desiderosa (per lo meno nelle dichiarazioni) di non ripetere gli errori della storia, e ce lo comunica citando proprio un passaggio chiave della nostra storia classica.

Per quanto riguarda la dimensione economica dell’incontro, nonostante il parterre dei Ceo giunti a Pechino fosse del massimo livello, non si rileva la stipula di accordi di grande rilevanza, il valore della visita risiede probabilmente nella sua dimensione politica e simbolica.

Poco meno di una settimana dopo la ripartenza di Trump, Pechino accoglie la seconda visita chiave di questo mese: quella di Vladimir Putin. Una visita più breve, due giorni, una delegazione di 40 partecipanti tra ministri e figure chiave dell’economia e la necessità di ribadire nei confronti del mondo un’amicizia definita dai due leader “senza limiti” poco prima dello scoppio del conflitto in Ucraina.

Se da un lato la premura di Putin è quella di rinforzare la percezione del legame strettissimo che permane tra Russia e Cina (nonostante la dichiarata neutralità, lo sforzo bellico russo viene sostenuto da Pechino acquistando forniture energetiche e fornendo componenti), dall’altro la visita del presidente russo aveva un obiettivo molto concreto: la chiusura dell’accordo relativo al gasdotto Power of Siberia 2, che dovrebbe collegare direttamente i giacimenti della Siberia al territorio cinese, garantendo forniture di gas e relativi corrispettivi economici nel lungo periodo. Sebbene vi fosse un’intesa sugli aspetti tecnici di costruzione, nessun accordo era stato raggiunto con riguardo agli aspetti economici (volumi e prezzi), che negli auspici di Mosca si sarebbero dovuti sancire nell’ambito di questa visita. Anche in questo caso, Pechino, forte di una posizione negoziale privilegiata in quanto maggiore acquirente di petrolio russo, mantiene una posizione di fermezza e la chiusura dell’accordo viene rimandata, nonostante il rapporto di strettissima alleanza. Anche Putin ritorna da questa visita senza aver centrato i propri obiettivi, certificando come già accaduto in precedenza la subalternità del proprio paese in questo rapporto di partenariato strategico.

Il filo rosso che congiunge gli incontri di questo mese disegna quindi un ruolo della Cina diverso rispetto al passato: si certifica in modo più chiaro il nuovo peso che Pechino esercita nelle relazioni internazionali, coerente con il passaggio da un sistema unipolare a trazione americana ad un mondo multipolare nel quale Pechino, provando a coagulare il consenso del Sud Globale, si propone con sempre maggiore chiarezza come un interlocutore paritetico rispetto agli Stati Uniti, sebbene ancora in posizione secondaria per potenza economica, militare e tecnologica. La postura cinese che si evince da questi incontri (fermezza, dichiarata neutralità, definizione delle linee rosse da non oltrepassare) non lascia spazio a dubbi in merito alla nuova consapevolezza di sé che caratterizza il Dragone.

Il mese di maggio vede dunque Xi Jinping manifestare il proprio ruolo di interlocutore chiave per le partite internazionali, rappresentante di una potenza in ascesa che in pochi giorni mantiene le proprie posizioni sia con il principale competitor che con l’alleato chiave, alla luce di una nuova coscienza del proprio peso politico. Mentre l’Europa è spettatrice degli eventi, non resta che augurarsi che i richiami alla necessità di evitare la trappola di Tucidide siano da un lato veritieri, e dall’altro accolti. L’ottimismo in questo caso è d’obbligo, in fondo la storia non si ripete mai per identità perfette.


Alessandro Somaschini

*Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.

In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.

È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.

Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.