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Entriamo nei locali dove ogni anno vengono eseguiti circa 6 milioni di esami, grazie a un Total Laboratory Automation che alla massima capacità può gestire anche 7.000 provette al giorno. Avanza anche la digitalizzazione dei vetrini istologici che apre a una rete provinciale di analisi e a prospettive di collaborazione senza confini

Lungo i 50 metri di binari che scorrono senza sosta, 7 giorni su 7, 24 ore su 24, possono viaggiare fino a 900 provette contemporaneamente, circa 3.500 al giorno ai ritmi attuali, cifra che a pieno regime e sotto stress potrebbe potenzialmente raddoppiare: campioni che, con un preciso grado di priorità, arrivano direttamente dai reparti di degenza, dal pronto soccorso e dai centri prelievi, interni o dislocati sul territorio, e che dal maggio dello scorso anno sbarcano tutti a bordo del nuovo sistema di Total Laboratory Automation installato nel laboratorio di Patologia clinica dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Un sistema di trasporto monoprovetta ad aria compressa e ad alta velocità che automatizza i flussi di lavoro unico del suo genere in Europa, con un solo gemello installato a Barcellona, esemplare “zero”: qui, al secondo piano della Torre 6, lavora a supporto di un team composto da una cinquantina di tecnici specializzati e tredici dirigenti laureati ai quali sono affidati i compiti di valutazione e validazione dei risultati elaborati.

Ad avere una corsia preferenziale assoluta sono i campioni in arrivo dal Pronto Soccorso e dai reparti di Terapia Intensiva che bypassano il vecchio sistema a posta pneumatica e vengono presi direttamente in carico dal sistema di automazione: “Le prime valutazioni ci dicono che dal momento del prelievo alla ricezione in laboratorio, il cosiddetto Turn Around Time si è ridotto del 20-25% rispetto a prima – sottolinea il direttore del laboratorio di Patologia Clinica, Roberto Marozzi – Parliamo di 5-7 minuti, che possono sembrare pochi, ma in casi di estrema urgenza possono fare la differenza”.

Anche durante le sei settimane di installazione (due per il montaggio, quattro per il collaudo), l’attività del laboratorio non si è mai fermata. Anzi. La novità ha richiesto un preciso aggiornamento anche a tutti i tecnici impegnati, che hanno dovuto familiarizzare con le nuove procedure: “Un neo assunto arriva alla autonomia gestionale in sei mesi di formazione sul campo, affiancato da un tecnico già esperto – prosegue il dottor Marozzi – Sono figure che si fa fatica a trovare e, anche se ad oggi siamo a organico completo, in passato siamo stati spesso in deficit. La nostra forza è quella di mettere a disposizione uno dei sistemi più evoluti a livello mondiale e confrontarsi con questa realtà, che porta un bel bagaglio di esperienza, è uno stimolo in più”.

Il sistema automatizzato, ideato per evitare i picchi di lavoro che potevano verificarsi in precedenza, viaggia a una velocità frenetica: tempi morti aboliti, altissima efficienza, ottimizzazione di qualsiasi procedura. A manovrare le provette e a introdurre nel primo tratto del nastro trasportatore sono dei bracci robotizzati in grado di riconoscerne posizionamento e orientamento: una volta “pinzate”, vengono riposte con precisione millimetrica sugli appositi carrier che le conducono alla zona di smistamento e alle centrifughe, all’interno delle quali la parte corpuscolata del sangue viene separata da quella liquida.

Ogni campione è tracciato in ogni fase della lavorazione e tutto il materiale prelevato viene sfruttato al meglio: in una fase successiva le provette madri vengono sottoposte ad aliquotatura, così da poter far proseguire contemporaneamente il campione lungo più linee analitiche e settori differenti.

“Il sistema si compone di tre aree di validazione tecnica, dove vengono gestiti e valutati i risultati analitici – spiega Marozzi – I tecnici possono controllare a video lo stato delle apparecchiatura, ma valutano anche gli esiti a livello tecnico prima di passare il tutto alla valutazione finale dei dirigenti laureati che li interpreteranno in base a quesito diagnostico, caratteristiche del paziente e specifico ambito clinico”.

Anche dopo essere stato analizzato, la vita del campione non si esaurisce: le provette al termine del loro viaggio automatizzato vengono stoccate in un maxi frigorifero (ne può contenere fino a 11mila) che ne mantiene intatte le proprietà nel caso in cui si rendano necessari successivi approfondimenti clinici o la ripetizione di alcune analisi.

Laboratorio patologia clinica ospedale di bergamo papa Giovanni xxiii

Ma non è l’unica novità tecnologica approdata di recente all’ospedale di Bergamo. Grazie all’intervento filantropico dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà e dell’Accademia della Guardia di Finanza, affiancate da Banca Mediolanum, l’Asst è stata in grado di acquistare un innovativo sistema di digital pathology integrato con l’intelligenza artificiale che si compone di un software dedicato e scanner di ultima generazione che consente di “fotografare” i vetrini istologici trasformandoli in immagini digitali ad altissima risoluzione.

Una rivoluzione per chi ha sempre lavorato sull’analisi analogica dei vetrini, come il dottor Andrea Gianatti, direttore del Dipartimento Medicina di Laboratorio e Laboratorio di Anatomia patologica: “La digitalizzazione di quelle immagini è la nuova frontiera della disciplina – evidenzia – Sono strumenti che ci faranno fare un grandissimo salto in avanti, con il primo evidente vantaggio di poter avere a disposizione un file condivisibile con chiunque nel mondo. Penso alle collaborazioni con altre strutture o esperti del settore, per un confronto dei risultati e per dare una omogenizzazione della diagnostica a livello provinciale. In questo modo ogni struttura può essere messa sullo stesso piano, con l’obiettivo di migliorare la gestione dei pazienti. La messa in rete di queste tecnologie e delle informazioni a disposizione non può che essere un valore aggiunto per la medicina territoriale”.


Guarda la nona puntata integrale di “Dietro le quinte” nel video in apertura di articolo. Riprese e montaggio di Maurizio Bonfanti.