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Tornare a vivere, non solo a muoversi: chi è il terapista occupazionale e perché può cambiare la vita delle persone

Il mese di Maggio, in occasione della Giornata Nazionale del Terapista Occupazionale, è il momento giusto per conoscere una figura professionale ancora troppo poco conosciuta dal grande pubblico, eppure fondamentale per la qualità della vita di molte persone

È mattina. Maria ha settantadue anni e da quando ha avuto l’ictus, sei mesi fa, non riesce più a prepararsi il caffè da sola. Non perché le manchi la forza, ma perché quell’insieme di gesti (aprire il barattolo, versare l’acqua, girare la moka) è diventato un rebus impossibile. Qualcuno, però, sta lavorando con lei proprio su questo. Non su come camminare meglio, non su come parlare più chiaramente: su come tornare a fare il caffè. Quella persona si chiama terapista occupazionale.

Il mese di Maggio, in occasione della Giornata Nazionale del Terapista Occupazionale, è il momento giusto per conoscere, o riscoprire, una figura riabilitativa  ancora troppo poco conosciuta, eppure fondamentale per la qualità della vita di molte persone.

“Ma cosa fa, esattamente?”

È la domanda che i Terapisti Occupazionali si sentono più spesso fare. E la risposta, in fondo, è contenuta nel nome stesso della professione: il terapista occupazionale lavora attraverso le occupazioni. Ma attenzione! Nel linguaggio della terapia occupazionale, “occupazione” non significa lavoro nel senso stretto del termine, ma significa qualcosa di molto più ampio e profondo.

Un’occupazione è qualsiasi cosa che una persona fa e che per lei ha significato come prepararsi da mangiare, vestirsi al mattino, andare a fare la spesa, prendersi cura dei nipoti, coltivare l’orto, suonare uno strumento, lavorare a maglia, uscire con gli amici. Sono le attività che costruiscono la nostra identità quotidiana, che ci danno un ruolo nel mondo, che ci fanno sentire utili, autonomi, vivi.

Quando una malattia, un incidente, una disabilità o semplicemente il passare degli anni ci privano di queste occupazioni, non perdiamo solo delle capacità fisiche,  perdiamo una parte di noi stessi. Il Terapista Occupazionale è la figura professionale che lavora proprio per aiutarci a recuperarle o per trovare nuovi modi per continuare a farle.

Uno degli aspetti più innovativi della Terapia Occupazionale è il suo punto di partenza: non la malattia, ma la persona. Prima ancora di valutare le limitazioni fisiche o cognitive, il Terapista Occupazionale chiede: Cosa le piace fare? Cosa faceva prima? Cosa le manca di più?” Sono domande semplici, ma fondamentali, perché spostano l’attenzione dalla malattia alla persona: non si parte dai limiti, ma da ciò che per il paziente ha valore e che desidera continuare a fare nella propria quotidianità.

Questo significa che due persone con la stessa diagnosi possono ricevere interventi completamente diversi. Per un artigiano che ha subito un trauma alla mano, recuperare la capacità di usare gli strumenti del suo mestiere potrebbe essere l’obiettivo centrale. Per un giovane ragazzo che ha avuto un trauma cranico e ha difficoltà di coordinazione e movimento, tornare a usare il controller della console e ad allenarsi con gli amici potrebbe diventare un obiettivo terapeutico fondamentale, perché legato alla sua autonomia, socialità e qualità di vita.

Un lavoro di squadra

Come per tutti i professionisti sanitari, anche per il Terapista Occupazionale è fondamentale il lavoro di squadra.

Può collaborare con il Medico, il Fisioterapista, il Logopedista, l’Assistente Sociale o il Neuropsicologo. Ma questi sono solo alcuni esempi.

Inserirsi in un’équipe multiprofessionale è importante per acquisire informazioni dai colleghi, ma anche per portare uno sguardo unico sulle occupazioni quotidiane come strumento e obiettivo terapeutico.

In questo gioco di squadra il Terapista Occupazionale porta anche una competenza specifica su ausili e tecnologie assistive: non si tratta solo di scegliere una sedia a rotelle o un deambulatore, ma di valutare quali strumenti possono davvero restituire autonomia. Un cucchiaio con il manico adattato, un software di comunicazione aumentativa alternativa, un bagno modificato: ogni soluzione è calibrata sulle competenze ed esigenze della persona.

Ma l’aspetto più importante è che al centro di questa squadra c’è il paziente con la sua storia personale, le sue abitudini e la sua rete familiare.

Chi può beneficiarne: più persone di quante si pensi!

Uno degli stereotipi più diffusi sulla Terapia Occupazionale è che riguardi solo persone anziane o con disabilità gravi. In realtà, l’ambito di intervento è molto più ampio.

In età pediatrica il Terapista Occupazionale aiuta il bambino a diventare più autonomo nelle attività quotidiane, a scuola e nel gioco, partendo dai suoi interessi e bisogni. Interviene anche sull’ambiente scolastico e familiare proponendo strategie e ausili per facilitare le attività e ridurre le difficoltà.

In ambito neurologico può lavorare con persone che hanno avuto problematiche cognitive, motorie e sensoriali. Interviene per esempio quando si ha avuto un ictus, una lesione midollare o un trauma cranico, oppure se si hanno malattie neurodegenerative.

In ambito ortopedico supporta il recupero dopo interventi chirurgici o fratture, ponendo l’attenzione sulla ripresa delle attività quotidiane e lavorative.

In salute mentale aiuta le persone a ristrutturare la propria routine e a ritrovare un senso di competenza e appartenenza sociale.

E questi sono solo alcuni dei diversi ambiti in cui il Terapista Occupazionale può portare la sua professionalità.

C’è poi l’ambito della prevenzione e dell’invecchiamento attivo, nel quale il Terapista Occupazionale può giocare un ruolo importante nel mantenere le persone autosufficienti più a lungo, riducendo il rischio di cadute, isolamento e dipendenza.

Un’identità che merita di essere conosciuta

La Terapia Occupazionale nasce oltre un secolo fa, con radici nella convinzione che fare sia terapeutico, che coinvolgere le persone in attività significative non sia un accessorio della cura, ma la cura stessa. All’epoca era un concetto rivoluzionario, oggi è supportato da decenni di ricerca e letteratura.

Eppure, nonostante una formazione universitaria specifica e un albo professionale riconosciuto, il Terapista Occupazionale resta una figura poco visibile al grande pubblico.

La Giornata Nazionale del Terapista Occupazionale è allora anche un invito a scoprire che accanto ai percorsi di cura più noti esiste una professione che pone come focus il “fare” con l’obiettivo di recuperare e/o mantenere le proprie occupazioni.

Maria, nel frattempo, ha ripreso a farsi il caffè. Ci vuole ancora un po’ più di tempo del solito e usa alcune piccole accortezze che ha appreso nelle ultime settimane. Ma ogni mattina, quando sente il profumo salire dalla moka, sorride. Non è un dettaglio. Per lei è tutto.