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L’auto sulla folla a Modena e il volto migliore dell’umanità

Perché come sempre il bene non fa quasi mai notizia, non fa like e anche nei discorsi a tavola non attira l’attenzione. Ci sono le persone per bene, che non hanno magari la cittadinanza italiana, ma qui lavorano, creano una famiglia e una nuova vita

Mancano una manciata di minuti alle 17 di sabato 16 maggio quando un’auto, una Citroen C3, si lancia a 100 chilometri orari contro i pedoni in viale Martiri della Libertà, nel centro di Modena. La folle corsa si conclude violentemente contro la vetrina di un negozio. L’uomo scende dalla vettura, ha un coltello in mano, grida qualcosa, farnetica, viene fermato da un passante e da altre persone che sono nella via. A terra ci sono i feriti: sette, quattro sono in gravi condizioni.

Viktoriya Prudka, infermiera ucraina, ha appena terminato il turno in ospedale. E a passeggio con la figlia ventenne quando sente le urla. Tutti fuggono nella sua direzione. Lei no. Decide di voltarsi e di andare controcorrente. Vede a terra una donna ferita, sanguinante, l’auto fuori controllo le ha tranciato di netto le gambe. Viktoriya si abbassa su di lei, chiede se qualcuno ha una cintura elastica per fermare l’emorragia. Un militare in licenza, in sella alla sua bicicletta, apre lo zaino e le passa un laccio emostatico. Viktorina lo stringe ai fianchi della donna ferita. Le sorride, le parla: bisogna tenere sveglia quella donna fino all’arrivo dei soccorsi, le impedisce di sollevare la testa e di vedere il suo corpo mutilato. La medicina sostiene che quando subisci un taglio netto degli arti, si pensa di averli ancora attaccati al corpo. Così Viktoriya parla alla donna, la tranquillizza, le dice di essere un’infermiera. La donna con le gambe amputate è tedesca, ha 69 anni e mastica un po’ di italiano, le sorride e le risponde: “Anch’io”. La donna a terra dice a Viktoriya di essere in vacanza in Italia e che le era piaciuto il Duomo di Modena che aveva appena visitato. In quell’inferno inizia un dialogo che è una lezione di umanità. Due donne, infermiere, un’ucraina e una tedesca, distese sull’asfalto in mezzo ad una pozza di sangue, che combattono per la vita parlando d’arte tra loro in italiano.

Intanto l’uomo che era alla guida dell’auto è stato fermato in un vicolo laterale di via Martiri della Libertà. L’autore del folle gesto è Salim El Koudri, 31 anni, di origine marocchina nato a Seriate ma residente a Ravarino, nel modenese. A bloccarlo è Luca Signorelli aiutato da Osama Shalaby, egiziano di 56 anni da trenta in Italia, lavora come muratore, e da suo figlio Mohammad, 20 anni. Con loro anche alcuni commercianti pakistani che gestiscono locali nella via e che sono accorsi sul posto.

L’istantanea sui dettagli dei protagonisti ci insegna qualcosa. Al di là dei commenti razzisti che sono seguiti a questo grave fatto di cronaca. Insulti che non sono mancati anche sui social di Bergamonews. Perché è facile ridurre tutto ai “maranza”, alle “risorse”, al “rimandiamoli a casa loro”, al “non sono italiani”.

C’è una cultura del bene anche in mezzo a quella che poteva essere una strage. Un’umanità che non ha nazionalità e certificati di cittadinanza. Un’umanità che non fugge, ma va controcorrente, interviene e fa ciò che sa fare meglio. Senza clamore.

Perché come sempre il bene non fa quasi mai notizia, non fa like e anche nei discorsi a tavola non attira l’attenzione. Ci sono le persone per bene, che non hanno magari la cittadinanza italiana, ma qui lavorano, creano una famiglia e una nuova vita. Parlano la nostra lingua e senza aver letto I Promessi Sposi conoscono nel profondo la parola Provvidenza, ammirano i secoli di arte che ci circondano nelle meraviglie architettoniche e ne fanno oggetto di discussione in un momento in cui la vita è appesa ad un crinale.

C’è una lezione di umanità che abbatte tantissime barriere fisiche e mentali. E ci dimostra quanto il bene sia profondo e bello. Non è buonismo: è cronaca della realtà.