La diplomazia climatica riparte dagli ‘ambiziosi’: “L’Accordo di Parigi sopravvive al caos geopolitico”
La crisi climatica accelera mentre il dibattito politico e mediatico la marginalizza. L’analisi di Jacopo Bencini, presidente di Italian Climate Network
La crisi climatica continua ad accelerare, ma è marginalizzata dal dibattito politico e mediatico internazionale. Eppure, gli ultimi dati confermano che il pianeta sta vivendo il periodo più caldo mai registrato: la media globale della temperatura nel triennio 2023-2025 ha oltrepassato la soglia di 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale, mentre i primi mesi del 2026 confermano la tendenza al superamento dell’obiettivo migliore dell’Accordo di Parigi.
In questo scenario, mentre la geopolitica mondiale appare dominata da guerre, tensioni commerciali, ritorno dei nazionalismi, la diplomazia climatica prova a riattivarsi. In aprile la conferenza di Santa Marta, in Colombia, ha rilanciato la transizione dai combustibili fossili attraverso una nuova alleanza di Paesi “ambiziosi”.
Il 20 maggio l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a larga maggioranza la risoluzione sulle responsabilità climatiche dei governi, sulla scia dello storico parere espresso dalla Corte internazionale di giustizia. Ne parliamo con Jacopo Bencini, ricercatore ed esperto di negoziati internazionali sul clima, “research associate” all’Istituto Universitario Europeo e presidente di Italian Climate Network: dalla nuova fase della diplomazia climatica agli effetti internazionali virtuosi del Green Deal sotto attacco, dal Piano italiano di adattamento ancora non finanziato al ruolo dell’informazione in un contesto sempre più polarizzato.
A Santa Marta si è tenuta dal 24 al 27 aprile una conferenza, organizzata da Colombia e Paesi Bassi, con 57 Paesi di tutto il mondo per proseguire nel percorso di transizione dai combustibili fossili, già indicato alla conferenza sul clima di Dubai, la Cop28 del 2023. L’Italia era presente con il suo inviato speciale per il clima. Si apre una nuova fase?
Santa Marta costituisce il primo passo della nuova fase di implementazione dell’Accordo di Parigi del 2015. La Cop30 del novembre scorso a Belém ha chiuso la fase, lunga dieci anni, del negoziato sulle regole su come concretizzare la storica intesa. Purtroppo, in Brasile non si è partiti col piede giusto, per via della clamorosa assenza nel testo finale dei riferimenti ai combustibili fossili. Ma la conferenza di Santa Marta segna un primo passo in questa nuova direzione, probabilmente caratterizzata da una diplomazia del clima per gruppi di Paesi ambiziosi al di fuori della sala negoziale globale. Si cercano accordi per spingere l’ambizione verso il prossimo Global Stocktake (la valutazione globale dell’azione climatica, ndr) del 2028 e i prossimi Ndc (impegni climatici determinati a livello nazionale, ndr) del 2030. L’Accordo di Parigi e le sue tempistiche sopravvivono al caos geopolitico attuale.
A Santa Marta quali sono stati gli esiti? Quali le prossime tappe?
La conferenza di Santa Marta si è chiusa con la dichiarazione dei Paesi partecipanti, compresi alcuni di quelli che sembravano aver bloccato l’inserimento dei combustibili fossili nel testo finale di Belém. Non solo: c’è stata anche la conferenza scientifica che ha preceduto il vertice vero e proprio. Molto interessante che si sia iniziato a parlare di ‘roadmap’ dei Paesi verso l’uscita dai combustibili fossili, già presentata dalla Colombia e, un po’ a sorpresa, dalla Francia. Credo che l’esito più importante di questo processo sia proprio il processo in sé. Proseguirà nella seconda metà dell’anno e porterà nel 2027 a una nuova conferenza guidata da Irlanda e Tuvalu.
L’Assemblea generale dell’Onu ha adottato a larga maggioranza la risoluzione sulle responsabilità climatiche dei governi, sulla scia dello storico parere espresso dalla Corte internazionale di giustizia.
La risoluzione è stata approvata con 141 voti favorevoli, incluso quello dell’Italia che ne è stata tra i 90 Paesi co-sponsor. Nessun Paese europeo ha votato contro, mentre la sola Repubblica Ceca si è astenuta. Da notare l’astensione della Turchia, che ospiterà la prossima Cop31, e la decisione di due governi progressisti, Regno Unito e Australia, di non co-sponsorizzare la risoluzione. Tra i pochissimi contrari figurano Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Iran, in un’inedita contro-coalizione, non coordinata ma dettata da differenti interessi nazionali. Per questo tipo di risoluzione, che rimane legalmente non vincolante, era sufficiente una maggioranza semplice in Assemblea. Ma il segnale politico forte sta proprio nell’ampiezza del consenso, raccolto su un testo che allarga la copertura del pronunciamento della Corte internazionale di giustizia dell’anno scorso. L’approvazione non modifica la natura giuridica di quel testo, ma gli conferisce un diverso radicamento politico. Può avere effetti limitati sulle scelte dei singoli Stati, ma a livello internazionale ogni nuovo precedente legale può diventare un elemento condizionante nelle discussioni future.
La temperatura media globale nel triennio 2023-2025 ha oltrepassato la soglia di 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale, mentre i primi mesi del 2026 confermano la tendenza al superamento dell’obiettivo migliore dell’Accordo di Parigi. Nella prossima estate si sommeranno gli effetti del Niño, il fenomeno naturale legato al riscaldamento periodico dell’Oceano Pacifico tropicale, sul sistema climatico già surriscaldato a causa dei gas serra. L’obiettivo di restare entro il grado e mezzo è ancora credibile?
Assolutamente sì. Ci sono circostanze specifiche annuali, una combinazione di fattori che determinano le temperature nelle singole aree. Ciò che davvero conta è il trend pluriennale: sappiamo di essere già all’inizio dell’overshoot (superamento, ndr) del grado e mezzo, che si spera sia temporaneo. Dovrebbe essere mitigato, nei prossimi anni, da una riduzione drastica delle emissioni climalteranti di CO2 e metano, per un rientro di questa traiettoria sotto il margine accettato. Il problema non è solo di fisica dell’atmosfera e di impatti sulla biosfera, ma anche politico. Affermare che l’obiettivo del grado e mezzo sia perso sta già generando una dinamica politica negativa, che a valanga va a travolgere tutti gli obiettivi di riduzione delle emissioni pianificati per restare entro il grado e mezzo, basati sulla scienza e perseguiti dalle imprese. Il superamento, peraltro previsto, non può indurre a mollare gli obiettivi e guardare esclusivamente a restare al di sotto dei due gradi o non più ad alcun obiettivo. Questo è il rischio più forte. Il superamento del grado e mezzo è da osservare su una media pluridecennale, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono da raggiungere entro fine secolo. Nel discorso pubblico si deve sottolineare come, di fronte al superamento della soglia, si debba ancora lavorare per ridurre questo incremento e farlo rientrare. Dobbiamo farcela.
Jacopo BenciniIl cambiamento climatico è stato marginalizzato nel dibattito politico-mediatico, approfittando degli scenari geo-politici. Donald Trump non si è limitato a uscire, per la seconda volta, dall’Accordo di Parigi: oggi negli Stati Uniti è vietato persino parlare di cambiamento climatico. La transizione energetica resiste grazie all’impegno di Stati e città? L’Unione europea resta l’area più avanzata sul clima anche se il Green Deal è sotto attacco?
In modo un po’ provocatorio direi che questo momento di tensione sulle politiche della transizione energetica e climatica arriva proprio come risultato del loro successo negli ultimi anni. Perché ora, com’era prevedibile, si arriva al margine dei settori dove è difficile abbattere le emissioni in termini di costi e tecnologie. Molte imprese, già alle prese con altri fattori esogeni, politici e legati al drammatico contesto internazionale, si confrontano con costi di transizione crescenti. Purtroppo, in modo miope non previsti, perché una corretta pianificazione avrebbe potuto creare uno scenario diverso. Penso ai trasporti, dall’automotive alla decarbonizzazione, nei prossimi dieci anni, del settore aereo. Allo stesso tempo, assistiamo negli Usa al movimento ‘We Are Still In’, cioè Stati e città che continuano la transizione energetica. L’Unione europea, al netto delle tensioni interne al Parlamento e alla Commissione, ha confermato l’obiettivo della riduzione del 90% delle emissioni climalteranti al 2040 rispetto al 1990, con la possibilità di utilizzare crediti internazionali per coprire fino al 5% del target. Anche se fosse l’85% al 2040, resta l’obiettivo più ambizioso del mondo. Aggiungerei un’altra nota positiva: grazie al modo in cui l’Unione europea sta portando avanti il Green Deal, in particolare tramite l’applicazione della tassa sul carbonio alla frontiera per le importazioni, la maggior parte dei Paesi sta cominciando a costruire propri sistemi. Constatano che per i propri beni arrivati in Europa devono pagare per il carbonio contenuto nella produzione. Se non hanno un proprio sistema, quella tassa finisce nelle casse dell’Unione europea. In un contesto internazionale avverso, grandi Paesi stanno costruendo un sistema di mercato di scambio delle emissioni industriali: Brasile, Turchia, India, Vietnam. La Cina ha il proprio, rilanciato dall’anno scorso
In Italia in che direzione sta andando la transizione energetica?
Il governo in carica dal 2022 ha impostato una direzione di marcia basata sulla trasformazione dell’Italia in un cosiddetto ‘hub’ mediterraneo del gas, visto come energia di transizione. Lo si affermò già dopo la Cop del 2023, quando si parlò di gas come strumento italiano per uscire dalle fonti fossili: una contraddizione evidente. C’è un investimento politico e non concreto sul nucleare. Se l’Italia vuole rispettare davvero gli obiettivi europei di decarbonizzazione entro il 2040 e 2050, qualsiasi opzione nucleare, per quanto di ultima generazione o sulla carta facilmente costruibile, non potrà contribuire entro quelle tempistiche. Se da un lato l’opzione nucleare può sembrare pragmatica per le emissioni bassissime e il tema delle scorie sempre più marginale via via che la tecnologia avanza, dall’altro non potrà atterrare su nessun territorio del Paese entro i prossimi 20-25 anni, quindi quando saremo già ampiamente fuori dagli obiettivi. Questo, insieme al cosiddetto ‘lock-in’, il potenziale restare incastrati nelle infrastrutture costruite per il gas, lasciano fermo, purtroppo, il sistema Paese, che si ritrova a implorare forniture di gas a Paesi più o meno democratici della nostra lista di partner a ogni crisi internazionale. Bisogna investire, invece, sulle rinnovabili decentralizzate nei territori, ma manca una regia nazionale, con una maggiore flessibilità per l’installazione di impianti e obiettivi regionali che non cozzino sempre con comitati locali più o meno credibili.
Sul fronte dell’adattamento l’Italia è pronta ad affrontare un clima più caldo e instabile, o continua a intervenire solo di fronte alle emergenze, come se gli eventi estremi fossero eccezioni?
Abbiamo due problemi: l’assenza di un coordinamento nazionale e di finanziamenti adeguati. Manca una legge clima, ossia una legge quadro che tenga insieme il Pniec, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, quindi la mitigazione, e il Pnacc, Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Può agire da raccordo giuridico tra questi due elementi ordinatori e i piani regionali, come quello varato in Lombardia. Associazioni ed esperti chiedono da anni che il governo e il Parlamento creino una regia nazionale, anche per gli aggiornamenti tempestivi della pianificazione nazionale rispetto agli obiettivi europei. Ora il Pniec non è al passo con i suoi stessi obiettivi oltre che con quelli europei. Il Pnacc è rimasto chiuso per anni in un cassetto, poi improvvisamente adattato e adottato, ma senza coordinamento e finanziamenti. Non è sostenuto dalle risorse necessarie per costruire un sistema non solo di risposta all’emergenza territoriale, ma di allerta preventiva e di investimenti in infrastrutture adattive.
La divulgazione scientifica e l’informazione sulla crisi climatica e la transizione ecologica si scontrano con la narrativa del cosiddetto “ambientalismo ideologico”. Che consiglio può offrirci per comunicare senza cadere nella trappola della polarizzazione, particolarmente virulenta sui social?
Portare gli esempi più pratici e pragmatici. Oggi è ormai evidente che le rinnovabili e in generale la transizione energetica ed ecologica facciano risparmiare imprese e famiglie rispetto alla dipendenza dai combustibili fossili. Il secondo punto è spiegare come adottare politiche ambiziose sul clima, con l’accompagnamento dei sistemi industriali nella transizione, può generare rendite per lo Stato da reinvestire nei settori più colpiti dagli shock subiti dalla società ogni tre-quattro anni. Il Fondo sociale europeo per il clima potrebbe essere un buon punto di aggancio per spiegare che non solo la transizione si paga da sola, ma può anche accompagnare chi rimane indietro. E in Italia, in vista delle elezioni dell’anno prossimo, se le forze politiche si spingessero verso un programma che apra un Fondo sociale nazionale sul clima, si potrebbero accompagnare più facilmente le imprese più colpite dalla transizione e combattere narrative di retroguardia basate su modelli industriali deceduti, sia teoricamente che praticamente, da almeno una quarantina d’anni.


