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|Donizetti Academy 2026: uno spettacolo dai giovani per i giovani sul tema della sicurezza
Giovedì 21 maggio 600 studenti e studentesse di alcune scuole superiori di Bergamo e provincia hanno preso parte agli undici laboratori e alla rappresentazione teatrale “Linea di confine” per riflettere sui temi della sicurezza e della consapevolezza relazionale
Bergamo. Cinque scuole sul palco. In platea 500 studenti. Uno spettacolo dai giovani per i giovani. Il coraggioso tentativo di creare un dialogo, un confronto, un momento di scambio e condivisione tra pari, per sentirsi meno soli e più capiti.
Ormai ci siamo, un bel respiro e via. Cento tra ragazze e ragazzi di cinque istituti superiori della bergamasca – l’Ente di formazione professionale Sacra Famiglia, l’istituto Betty Ambiveri, l’istituto Mamoli, il Liceo Linguistico Falcone e il Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù – salgono sul palco per uno spettacolo interamente ideato da loro, guidati dalla regia e drammaturgia di Silvia Briozzo, con le scene di Alberto Allegretti e la formazione musicale di Mariagrazia Mercaldo. Una creazione collettiva in cinque atti, nata dal lavoro svolto durante l’intero anno scolastico insieme a professionisti della scena.
Si aprono i sipari. Una classe in gita al museo, i professori che sgridano chi si distrae e non prende appunti, minacciando di sottoporli a una verifica nei giorni immediatamente successivi. Una grande opera d’arte al centro della sala – o del palcoscenico -, protetta da sistemi di sicurezza e da uno spesso nastro rosso. Una challenge su TikTok, ed ecco che parte il putiferio. E poi la riconciliazione. Così la classe, con tutte le sue insicurezze, ancora acerba, imperfetta e, per questo, speciale, si prende il posto dell’opera d’arte, protetta da quegli spessi stessi nastri rossi che, invece che ingabbiare, la lasciano libera di uscire ed esplorare.
La libertà. Che cosa difficile dire cosa sia, la libertà. Impossibile dare una definizione unica. Ma non serve mica farlo. Ognuno ha il suo concetto di libertà: la libertà di essere autonomi, di seguire i propri sogni. Per tanti, su quel palco, così imponente che mette quasi soggezione, è strettamente legata al sentirsi al sicuro, in ogni contesto, in ogni momento.
Sentirsi al sicuro sul lavoro, ma anche nelle relazioni, che siano amorose, amicali, lavorative, famigliari, e chi più ne ha più ne metta. E, in quelle relazioni, la grande paura di fidarsi, la difficoltò del capirsi, del chiedersi scusa e il coraggio di farlo. Lo spiegarsi, il prendersi un momento nella velocità fulminea di questo mondo, per parlarsi e chiarirsi. Una virgola in un flusso di pensiero, che permetta di prendere un bel respiro. E poi il bisogno di essere visti, e quella stanchezza che quasi ci si sente svenire, tanto è lo sforzo messo nel cercare di farlo accadere. La necessità emotiva e profonda di sentirsi ascoltati e non giudicati.
La in-sicurezza nel mostrare agli altri le proprie paure. Quell’insicurezza che non permette di andare avanti, anche se, nel profondo, si è consapevoli di potercela fare. Il coraggio “di permettere agli altri di navigare nelle nostre paure, in modo da ricominciare a respirare non perché il pericolo sia passato ma perché ora si può affrontare insieme”.
Il senso di sicurezza che possono dare le nuove tecnologie, che per le nuove generazioni hanno preso il posto degli “amici immaginari”. Quegli strumenti capaci di consigliare il percorso più veloce e a meno emissioni e di chiamare i soccorsi in situazioni di emergenza, ma che, allo stesso tempo, possono essere un terreno rischioso che, da un momento all’altro, può trasformarsi in sabbie mobili dalle quali è difficile uscire illesi.
E poi il grande, enorme, asfissiante senso di in-sicurezza legato al mondo di oggi. “Ci stanno lasciando un mondo senza pace”. Un mondo dove guerre, violenze e soprusi sono all’ordine del giorno e sembrano quasi essere diventati parte della quotidianità, della “normalità”. Anche solo leggerlo fa venire i brividi. Un mondo in cui la violenza è la normalità. Non la pace, non l’amore, non il sostegno né la solidarietà, ma la violenza e il dolore. Ma chi la vuole una quotidianità così? Ma quanto può essere difficile, per un giovane sentirsi libero e al sicuro, in un mondo così?
E poi tutto il tema delle regole, che, con la sicurezza, spesso, vanno di pari passo. Ci sono delle regole, ogni tanto, che, soprattutto in certe fasi della vita, “sanno un po’ di freno, di ghiaia sotto le scarpe. Che sembrano togliere un po’ il respiro” e viene quasi voglia di infrangerle. Ma cosa succede, quando si infrangono davvero queste regole? Succede che la responsabilità che deriva dall’errore commesso, si scaglia, pesante come un macigno, sul proprio petto. E poi a ruota la paura del giudizio dei pari, della famiglia, degli altri, per un’azione che sul momento non sembrava nemmeno così grave. Ed ecco che i pensieri rispetto alle possibili conseguenze si rincorrono veloci come lepri, il sassolino che inizia a rotolare giù dalla cima della montagna, metro dopo metro, diventa una valanga e prende dentro tutto quello che trova: rami, foglie, terra, paure, timori, pensieri. E toglie il fiato. A volte, però, basta solo l’abbraccio di qualcuno che capisca, ed ecco che la valanga trova un bel bosco che la frena e tutto appare risolvibile. Bisogna assumersi, con calma, la responsabilità dell’errore commesso, conquistando la consapevolezza che la vita reale non è come i social, dove tutto sembra leggero e poco impattante, veloce come un click, e che “crescere forse non è diventare perfetti, ma smettere di dire non importa”.
L’errore, però, è possibile e soprattutto, dove non lede la serenità e soprattutto la vita di altri, ma è limitato al tentativo di fare del proprio meglio, è parte del processo di crescita. “Dove c’è sicurezza non si sopravvive soltanto. “Dove c’è sicurezza c’è libertà di provare e di sbagliare”. Lo spettacolo “Linea di confine” è la celebrazione dell’imperfezione in un mondo, offline e online, che spinge continuamente alla perfezione. Su quel palco e in quella platea, c’erano giovani esseri umani che stanno cercando la loro strada, che hanno una voglia matta di correre anche se non sono sicuri al cento per cento di dove vogliano arrivare e hanno tutto il diritto di fare un viaggio a vuoto, di cadere e sbucciarsi le ginocchia, di cambiare sentiero mille volte e mille volte tornare sui loro passi senza incontrare qualcuno che, invece di aiutarli a rialzarsi, dica loro “te l’avevo detto”.
E allora eccoli, quei ragazzi coraggiosi, che illuminano il Teatro Donizetti a ritmo di musica fatta da performance corali e assoli, tra canzoni di Giorgia, Sfera, Giorgio Gaber e dei Coldplay, esibizioni di bit box e flauti traversi, ma anche di strumenti più innovativi. Perché se lo vuole anche un bidone può trasformarsi in un una batteria. Se loro ci credono, anche dei coperchi possono diventare piatti. E se lo si vuole, si può fare musica anche con una bicicletta. Magari funziona, magari no. L’importante è provare.
I laboratori
Nella mattinata di giovedì 21 maggio, il Teatro Donizetti è diventato un grande laboratorio diffuso per le nuove generazioni grazie alla Donizetti Academy 2026: un progetto educativo innovativo che apre le porte del teatro alle scuole superiori del territorio e lo trasforma in uno spazio di scoperta, partecipazione e crescita.
Il progetto, ideato e coordinato dal settore Donizetti Education della Fondazione Teatro Donizetti, in collaborazione con Fondazione Dalmine Ets non si è esaurito nello spettacolo conclusivo, anzi. Proprio i 500 studenti che si trovavano nella platea del teatro per applaudire i compagni, poche ore prima si sono impegnati negli 11 laboratori di 30 minuti ciascuno, suddivisi in tre categorie – Opera e Teatro, Pensieri e parole, Sicurezza – e distribuiti negli spazi più autentici e spesso nascosti del Teatro Donizetti, tra sottopalco, sale prova, Sale Nobili, Ridotto Gavazzeni e Donizetti Studio.
Gli studenti hanno avuto l’opportunità di scegliere e frequentare ciascuno tre proposte di workshop, una per categoria, guidati da professionisti del settore, per entrare in contatto diretto con discipline artistiche e tecniche, oltre a percorsi dedicati alla creatività, alla comunicazione e all’organizzazione, alla consapevolezza di sé e al tema della sicurezza, affrontato poi, appunto, anche nello spettacolo finale.
- Il percorso “Opera e Teatro” ha proposto di scoprire i segreti della voce in ambito corale con pillole di musica pop (Voce in capitolo!), cimentarsi nella direzione d’orchestra (Prova a essere un direttore/una direttrice d’orchestra), esplorare il lavoro amministrativo e gestionale del dietro le quinte (Il teatro alla scrivania) o sporcarsi le mani nel sottopalco con gli oggetti di scena (Dietro alle quinte. Attrezzeria di scena e tecnica della doratura).
- L’ambito “Sicurezza” ha proposto laboratori curati dagli esperti di Fondazione Dalmine per riflettere sull’evoluzione della sicurezza sul lavoro tramite enigmi, tra matematica e programmazione (Sicuri nel tempo), grafica e comunicazione efficace (Occhio alla sicurezza) e un confronto consapevole tra ieri e oggi (Più sicuri!).
- “Pensieri e parole” ha aperto spazi di riflessione dedicati alla consapevolezza di sé, all’ascolto del corpo e alle dinamiche relazionali, dall’individuazione delle “red flags” nei rapporti di coppia (Red flags nelle relazioni: riconoscerle per conoscersi) al teatro corporeo (Theatre is not a safe place. Laboratorio di teatro sul corpo), all’analisi del linguaggio dell’opera per scoprire e capire le nostre emozioni, relazioni, amicizie e amori (Manifesti Melomani), fino alla scrittura creativa per contrastare gli haters con la forza espressiva sui social ispirandosi all’arte giapponese (Social Kintsugi), laboratorio quest’ultimo ideato in collaborazione con la Rete scolastica provinciale di contrasto al bullismo e al cyberbullismo di Bergamo.
“Esperienze come questa sono fondamentali per i giovani – dichiara Massimo Boffelli, direttore generale della Fondazione Teatro Donizetti – non solo perché li avvicinano ai mestieri e alla cultura teatrale, ma perché offrono loro uno spazio sicuro di crescita personale, di confronto e di sviluppo di una coscienza critica su temi cruciali come la sicurezza e le relazioni. Il teatro non è un luogo polveroso o un tempio in cui temere di entrare, ma un luogo vivo di incontro, confronto ed espressione, in cui le nuove generazioni possono e devono sentirsi protagoniste”.


