Ilaria Salis e la fotografia drammatica del carcere di Bergamo: “Un contenitore sociale che nasconde le carenze della sanità”
Ispezione a sorpresa dell’eurodeputata di Avs in via Gleno. I detenuti, 590, sono quasi il doppio rispetto ai 319 posti regolamentari: “Sistema in affanno nella gestione di patologie psichiatriche e dipendenze: così è impossibile rieducare”
Bergamo. L’immagine più forte che Ilaria Salis restituisce all’uscita di via Gleno è l’incontro con un detenuto che pochi giorni fa ha tentato di togliersi la vita. Attorno al collo, ancora i segni delle corde con cui ha provato a impiccarsi.
Il fenomeno dei gesti estremi è solo una delle emergenze che attraversano il carcere di Bergamo. Nel 2025 la casa circondariale cittadina ha registrato otto tentativi di suicidio, 32 atti di autolesionismo e un decesso accertato, inserendosi nel drammatico bilancio nazionale che ha visto, secondo il report del Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà personale, 76 vittime in tutta Italia, di cui 16 negli istituti penitenziari lombardi.
Quella dell’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra è stata un’ispezione a sorpresa, sulla scia delle visite già effettuate nei mesi scorsi a Como e Pavia. Salis è arrivata in via Gleno attorno a mezzogiorno e, accompagnata dalla vicecomandante della Polizia Penitenziaria Sabrina Salani, ha visitato per oltre due ore i diversi reparti dell’istituto. I posti regolamentari sarebbero 319, ma i detenuti presenti sfiorano quota 600.
“Il sovraffollamento è il primo dato eclatante e impedisce al carcere di svolgere la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione”, osserva Salis. Le conseguenze, spiega, si riflettono su ogni aspetto della vita interna: meno possibilità di lavorare, difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie e psicologiche, scarsità di percorsi di reinserimento. Dei 590 detenuti presenti, poco più di un centinaio riesce ad accedere a un’attività lavorativa interna. “Un numero insufficiente, considerando che il lavoro è uno degli strumenti fondamentali per preparare il ritorno alla vita fuori dal carcere”, denuncia l’europarlamentare.
Emerge il ritratto di un sistema che finisce per ospitare persone che avrebbero bisogno di strutture diverse. La maggior parte dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici e, secondo quanto riferito durante l’ispezione, il 90% assume farmaci, anche soltanto per dormire. Le Rems, le strutture sanitarie dedicate, sono però sature.
Lo stesso accade sul fronte delle dipendenze: oltre metà della popolazione detenuta, quasi 400 persone, è seguita dal SerD dell’Asst Papa Giovanni XXIII per problemi legati alla tossicodipendenza. Le comunità terapeutiche sul territorio registrano però liste d’attesa che arrivano fino a 18 mesi. “Il carcere diventa così un contenitore sociale che supplisce alle carenze della sanità e del welfare”, sostiene Salis.
A complicare ulteriormente la situazione c’è poi il tema dei detenuti definitivi. Più di due terzi dei presenti hanno una condanna definitiva, ma la sezione penale dell’istituto può ospitarne soltanto circa 140. Molti finiscono quindi nella sezione circondariale, dove però mancano attività trattamentali adeguate. “La pena dovrebbe avere una funzione riabilitativa, ma in queste condizioni è impossibile costruire un vero percorso di reinserimento”, afferma.
Secondo Salis, il sovraffollamento rende ingestibili tutti gli aspetti della vita interna. Criticità note sono quelle legate alla carenza in organico del personale di polizia penitenziaria ed educativo. “Le visite mediche esterne – racconta Salis – non sempre vengono garantite per mancanza di agenti disponibili per le scorte, mentre ogni educatore segue oltre 200 detenuti. Un numero che potrebbe ridursi con l’arrivo di nuove assunzioni, ma che rimane comunque elevatissimo”.
La situazione incide direttamente anche sull’accesso alle misure alternative alla detenzione, alle quali – almeno teoricamente – potrebbe accedere circa il 75% dei detenuti definitivi. Il Tribunale di Sorveglianza di Brescia, che ha competenza territoriale sulle Province di Brescia, Bergamo, Mantova e Cremona, fissa però le udienze con mesi di distanza. “Gli educatori sono costretti a preparare relazioni per centinaia di persone contemporaneamente – riferisce Salis -. Di fatto molte delle misure deflattive già previste dalla Legge non riescono a essere applicate”.
Ilaria Salis fuori dal carcere di via GlenoIl problema, però, non è soltanto burocratico. Molti detenuti non hanno una casa, una famiglia o una rete sociale a cui appoggiarsi: senza queste condizioni minime, anche quando la Legge consentirebbe percorsi alternativi, il carcere finisce per restare l’unica soluzione. Durante uno dei colloqui avuti in istituto, racconta Salis, un detenuto senza fissa dimora le avrebbe detto: “Quando uscirò, dove andrò? Finirò di nuovo a commettere reati perché non so come vivere”. È il meccanismo delle “porte girevoli”: si entra, si esce e poi si ritorna in carcere, senza che nulla cambi davvero.
Per questo, secondo l’eurodeputata, non si può pensare di affrontare l’emergenza costruendo nuove carceri: “Aumentare i posti disponibili senza intervenire sulle cause strutturali significa ampliare un sistema che produce recidiva. Se continuiamo a concentrare persone in strutture sempre peggiori, la recidiva continuerà a crescere”.
La proposta avanzata da Salis passa invece attraverso misure deflattive straordinarie: un indulto – un provvedimento generale di clemenza che estingue la pena inflitta o la commuta in un’altra meno grave senza cancellare il reato -, ma anche l’ampliamento della liberazione anticipata per buona condotta e maggiori investimenti nelle strutture territoriali capaci di accogliere persone fragili, detenuti psichiatrici, tossicodipendenti o privi di una rete familiare.
Nel confronto europeo, l’europarlamentare cita alcuni modelli del Nord Europa. “I Paesi Bassi hanno depenalizzato diversi reati, riducendo drasticamente il ricorso alla detenzione e arrivando persino a chiudere alcune carceri – osserva -. In Paesi come Norvegia e Svezia, invece, l’attenzione alle condizioni di vita e ai percorsi riabilitativi ha contribuito ad abbassare sensibilmente il tasso di recidiva rispetto all’Italia”.
Nel febbraio 2023 Salis era stata arrestata in Ungheria con l’accusa di aver partecipato ad aggressioni contro militanti di estrema destra durante una commemorazione a Budapest frequentata da gruppi neonazisti e ultranazionalisti. L’eurodeputata ha sempre respinto le accuse e, prima dell’elezione al Parlamento europeo che le ha garantito l’immunità parlamentare, ha trascorso circa 15 mesi in un carcere ungherese, denunciando condizioni di detenzione molto dure.
“L’aspetto più difficile è stato l’isolamento, l’impossibilità di comunicare con la mia famiglia – racconta -. Da quell’esperienza mi è rimasta la volontà di non restare indifferente davanti alle ingiustizie e di trasformare qualcosa di traumatico in un impegno politico per la tutela dei diritti delle persone detenute”.

