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“Riccardo III”, il male che nasce dall’infanzia

Applausi meritati al Donizetti per la talentuosa interpretazione di Maria Paiato nei panni maschili del sovrano inglese narrato nella tragedia di Shakespeare, capace di unire il fascino del male ed una sfrenata ambizione nello spettacolo che chiude la Stagione di Prosa

Bergamo. “Cos’è un uomo, che cosa gli appartiene? / Se non sé stesso, allora non ha niente / Per dire le cose che davvero sente / E non le parole di uno che si inginocchia / La storia mostra che ho preso i miei colpi / E l’ho fatto a modo mio”. I colpi del male, dati e ricevuti, che in un presente di omicidi traggono la propria origine in una mancanza dell’infanzia, sono quelli protagonisti di “Riccardo III”, spettacolo che chiude la Stagione di Prosa 2025-2026 della Fondazione Teatro Donizetti, proposto sulla scena del principale teatro cittadino fino al 17 maggio.

Uno spettacolo (una produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale) che racchiude idealmente il proprio significato all’interno di un carillon a forma di giostra di cavalli, con la melodia che riprende appunto “My Way”, capolavoro di Frank Sinatra. Brano che richiama la volontà indomabile del sovrano inglese raccontato nel dramma storico di William Shakespeare (qui adattato da Angela Demattè), con protagonista una splendida Maria Paiato, accompagnata dalle buone prove di Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio e Carlotta Viscovo, in abiti violacei, in stile settecentesco, realizzati da Ilaria Ariemme.

Paiato, nell’interpretare il ruolo maschile del duca di Gloucester, riesce bene a modellare un uomo di potere usurpatore e machiavellico, con un fisico deforme, goffo e con la gobba, capace di convogliare il male in una indomita e personale ambizione. Simulatore ed abile stratega, accompagna la deformità all’ironia e alla sua capacità di seduzione. “Il male seduce da sempre e infatti ne siamo circondati – ha spiegato Andrea Chiodi, regista dello spettacolo – Mi sono interrogato sul male e sulla sete di potere, logoranti e portatori di morte. Un male intrinseco all’uomo, che nasce dall’infanzia, in un fondamentale confronto con un sentimento che possa completarlo”.

Un male presente già in scena (realizzata da Guido Buganza), rappresentato da un lampadario a forma di bara (che dona luce, ma che custodisce anche, idealmente, il male e la morte), che sovrasta una scenografia cupa e geometrica, a tratteggiare uno spazio essenziale, formato da un tavolo ovale bianco semovente. Un tavolo che unisce, ma che crea anche distanza, con spazi che spesso si astraggono per fermarsi in attimi fuori dal tempo (sottolineati anche dalle luci di Cesare Agoni).

Qui prende forma un male che si origina dall’infanzia ed in particolare dal rapporto con la madre anaffettiva, la duchessa di York (Giovanna Di Rauso) che stoppa le ambizioni giovanili del protagonista (“Io come mi chiamerei se dovessi diventare re?” “Tu non diventerai re”), perennemente bloccate dalle rigide regole dinastiche. Un sogno infranto ed una mancanza affettiva che vedono, nell’ossessione di Riccardo III, un bisogno d’amore e d’affermazione sublimato dalla sete di potere. Un essere umano non amato che, per contrappasso, si ritrova ad indagare il lato oscuro dell’animo umano, che in Riccardo III passa anche, lombrosianamente, per un corpo gobbo e deforme, accompagnato da un “odio sorridente”. Una mostruosità fisica che diventa forma attraente, com’è il male intrinseco all’Uomo. Riccardo III sente le note del carillon, che riporta ad un’infanzia mai compiuta, ma anche alle azioni terribili portate a termine “senza rimpianti” (“I did it my way”). Un’ambizione smodata, che trova il proprio momento marziale nella sfilata macabra delle vittime, cadute anche dopo aver addentato alcune mele, esecuzione simbolica di un “peccato originale” che vede nell’accidia una debolezza che crolla al confronto dell’ambizione di Riccardo III.

Ambizione che nasce dalla deformità, capace di passare dal corpo allo spirito, con ferite affrontate solo attraverso un numero nutrito di soldatini giocattolo. Il potere ritrova l’infanzia, ma il protagonista perde sé stesso, sotto i colpi presi sempre “a modo suo”.