Logo

Temi del giorno:

La nuova presidente del Gruppo Giovani di Confindustria Bergamo: “Ci proponiamo come spazio concreto di ascolto e di condivisione, per essere un ponte tra generazioni. Il passaggio generazionale è una sfida molto delicata, ma può essere una grande opportunità di crescita”

Non un “Gruppo” a compartimenti stagni come altri, ma molto fluido e soggetto a cambiamenti, che si configura come laboratorio e che come tale vuole essere esempio di sperimentazione e innovazione, con benefici da estendere a tutto il sistema: sono attualmente 240 gli aderenti ai “Giovani” di Confindustria Bergamo, la maggior parte dei quali nella fascia tra i 30 e i 35 anni (il limite massimo è fissato a 40), dal 18 marzo guidati da Valentina Pedretti, 33 anni, già vicepresidente nell’ultimo quadriennio e membro del consiglio di amministrazione della PMP di Treviolo.

Pedretti, come sta vivendo questo passaggio?

Devo dire che l’esperienza da vicepresidente mi è servita moltissimo per capire i meccanismi all’interno del sistema confindustriale, una bella palestra che penso mi abbia preparato a questo nuovo incarico. All’inizio ero molto agitata, ma ho deciso di assumere l’impegno con grande senso di responsabilità e fissando degli obiettivi precisi che, onestamente, partono dalla convinzione personale che oggi fare impresa, soprattutto per i giovani, significhi assumersi la responsabilità di guidare il cambiamento e non di subirlo. Insieme alla mia squadra ci siamo dati come obiettivo quello di rafforzare il gruppo Giovani, configurandolo come spazio concreto di ascolto e di condivisione: non soltanto attività di networking, ma anche puntando sulla formazione, sulla messa a fattor comune delle esperienze, sullo sviluppo di competenze manageriali che oggi sono fondamentali. Vogliamo essere un ponte tra generazioni e anche un acceleratore di visione, accompagnando i giovani imprenditori dentro un sistema economico sempre più complesso e dinamico.

“Guidare il cambiamento”: ma come giovani imprenditori vi sentite sostenuti nell’attività di tutti i giorni? 

Un sostegno c’è, ma si può fare molto di più. Le istituzioni, le associazioni e anche gli istituti di credito hanno fatto dei passi avanti, ma molto spesso mancano semplicità e velocità: oggi fare impresa richiede senza dubbio molto coraggio, ma servirebbe un ecosistema che sia in grado di stare concretamente al passo.

In che modo?

Sicuramente con una maggior facilità di accesso al credito e con meno burocrazia: chi si trova ad avviare una nuova attività tra le maggiori difficoltà segnala l’accesso al mercato dei capitali, perché spesso si chiedono documenti relativi al passato o un business plan che è complicato predisporre tenendo conto di come oggi cambia velocemente la situazione dei mercati. E poi le lungaggini burocratiche che in molti casi portano anche all’abbandono della strada imprenditoriale. I giovani invece andrebbero messi nelle condizioni affinché possano serenamente passare dall’idea alla messa a terra, senza che si incontrino ostacoli strutturali.

Quali sono invece le difficoltà di chi un’azienda ce l’ha già? 

Innanzitutto attrarre nuovi talenti e nuove competenze, in qualsiasi settore: è un problema che viviamo quotidianamente e che si aggiunge a tutto ciò che sta accadendo nel mondo a livello geopolitico, oltre al caro energia, al caro materie prime e alla mancanza di vere politiche industriali nazionali a favore delle imprese.

Ha parlato di networking e di contaminazione: cosa vi sentite di poter dare agli altri gruppi e al sistema confindustriale? 

Possiamo portare energia nuova, apertura mentale e una maggiore propensione alla contaminazione tra settori. Siamo molto meno legati agli schemi tradizionali e più propensi alla collaborazione: può essere un valore aggiunto per il territorio, che negli anni ha dimostrato di essere in grado di adattarsi ma che oggi deve necessariamente accelerare. Durante il mio mandato mi piacerebbe che ci sia un maggiore coinvolgimento tra senior e giovani, due mondi che hanno bisogno di uno dell’altro.

I giovani sono sempre descritti come i più vicini al digitale, i più veloci nell’apprendere e interiorizzare le nuove tecnologie: crede che nelle aziende a giuda giovane ci sia già la necessaria maturità? 

Possiamo dire che c’è molta più sensibilità, però secondo me è prematuro parlare di una maggiore digitalizzazione, perché i margini di crescita sono ancora ampi. Uno degli obiettivi che ci siamo dati per il mandato in corso è quello di accompagnare i giovani in questa transizione, proponendo degli esempi concreti: in continuità col quadriennio precedente vogliamo predisporre un programma di visite strutturato, entrando nelle aziende, toccando con mano quello che succede e vedere da vicino come vengono applicati i nuovi modelli organizzativi da un lato e tutta la parte di digitalizzazione e innovazione dall’altro. Ma vogliamo confrontarci in modo onesto su tutti ciò che ha funzionato o no finora nell’applicazione delle nuove tecnologie.

Come vivono i giovani il processo del passaggio generazionale? 

Il passaggio generazionale è una sfida molto delicata, ma al tempo stesso può essere una grande opportunità. Noi giovani abbiamo grande rispetto per la storia delle aziende, ma allo stesso tempo abbiamo la voglia di portare innovazione: affinché funzioni e sia positivo serve però un confronto aperto tra generazioni, trasformando un possibile ostacolo in un’opportunità di evoluzione. È una tematica che sentiamo molto e per questo vogliamo riproporre delle storie di imprenditori che l’hanno già superata, non soltanto internamente a una famiglia ma anche con dei manager esterni: l’obiettivo è mostrare le esperienze, parlando anche degli errori e delle soluzioni che sono state trovate. Dobbiamo ricavare valore comune da esperienze individuali, facendone un patrimonio per tutti.

Stiamo arrivando alla conclusione della prima presidenza femminile di Confindustria Bergamo: da giovane imprenditrice crede che lo sguardo di una donna possa essere motivo di crescita e cambiamento anche all’interno del gruppo Giovani? 

Può essere una spinta, ma non soltanto per il tema del genere in sé ma proprio per una modalità diversa di approccio. Se oggi penso ai nuovi modelli di leadership sono sempre più concentrati sull’inclusività e sull’attenzione alle persone: quindi se può contribuire a dare una spinta di innovazione e di cambiamento ben venga e poi è da molto che non c’è una guida femminile nel Gruppo Giovani, dai tempi di Monica Santini.

A livello personale invece cosa pensa di potersi portare in azienda dall’esperienza da presidente? 

Già nei quattro anni da vicepresidente mi sono portata a casa diversi spunti, emersi ad esempio nel nostro format degli ‘Aperitips’, che poi riuscivamo ad applicare in ambito aziendale. La contaminazione e la condivisione di esperienze serve a questo, ad avere punti di vista diversi che ti possono aiutare a risolvere problemi in modalità alle quali potresti non aver mai pensato. È stato un grande bagaglio personale e professionale anche poter partecipare ad eventi nazionale, che sono sempre occasione di apertura mentale.