Il monito
|Hantavirus, Roberta Villa: “Buona risposta delle autorità, ma l’Italia rischia di essere tagliata fuori”
La giornalista e divulgatrice scientifica, laureata in medicina e chirurgia: “Non aver firmato il trattato pandemico internazionale comporta un importane campanello d’allarme”
“La situazione non è ancora del tutto chiara, ma in base alle informazioni disponibili sinora non mi allarmerei. Le autorità hanno dato risposte puntuali, ma quello che è successo deve farci riflettere”. Così la giornalista e divulgatrice scientifica Roberta Villa, laureata in medicina e chirurgia, traccia il punto sulla diffusione dell’Hantavirus di cui si sta parlando parecchio negli ultimi giorni.
Il 2 maggio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un focolaio di gravi malattie respiratorie a bordo di una nave da crociera polare olandese in viaggio dall’Argentina alle Isole Canarie, con 147 tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Al 6 maggio sono stati identificati sette casi di questo virus (cinque di Hantavirus confermati in laboratorio e due sospetti), tra cui tre decessi.
L’Hantavirus, che è stato identificato per la prima volta durante la guerra di Corea (1951-1954), più precisamente negli anni ’50, vicino al fiume Hantan, in Corea del Sud, da cui prende il nome, appartiene alla famiglia dei virus Hantaviridae, trasmessi dai roditori.
In natura esistono oltre 40 specie di Hantavirus, che in genere vengono distinti in due categorie: quelli del Vecchio Mondo e quelli del Nuovo Mondo. I primi, che sono endemici in Europa e in Asia, causano principalmente disturbi emorragici e disfunzioni renali, mentre i secondi sono diffusi soprattutto nelle Americhe e provocano più comunemente l’edema polmonare, comportando anche forme severe. Come si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, il virus che ha causato il focolaio sull’imbarcazione è stato identificato come Hantavirus delle Ande.
Per quanto riguarda le modalità di trasmissione, sempre sul sito dell’Istituto Superiore della Sanità, viene specificato che “l’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti o toccando superfici contaminate”, mentre in merito ai sintomi “la sindrome da Hantavirus umano (HPS) è caratterizzata da mal di testa, vertigini, brividi, febbre, mialgia e problemi gastrointestinali, come nausea, vomito, diarrea e dolore addominale, seguiti da improvvisa difficoltà respiratoria e ipotensione. I sintomi dell’HPS si manifestano in genere da 2 a 4 settimane dopo l’esposizione iniziale al virus. Tuttavia, i sintomi possono comparire già dopo una settimana e fino a otto settimane dopo l’esposizione. Non esiste un trattamento antivirale specifico autorizzato o un vaccino contro l’infezione, la terapia è di supporto e si concentra su un attento monitoraggio clinico e sulla gestione delle complicanze respiratorie, cardiache e renali. L’accesso precoce alla terapia intensiva, quando clinicamente indicato, migliora gli esiti, in particolare per i pazienti con sindrome cardiopolmonare”.
Facendo riferimento alle informazioni sinora disponibili, Roberta Villa spiega: “In questo momento siamo ancora in una fase in cui la conoscenza dello scoppio del focolaio sulla crociera si sta consolidando e di conseguenza le valutazioni che si possono esprimere hanno un certo margine d’incertezza. Penso che stia sbagliando sia chi grida all’inizio di una nuova pandemia sia chi sostiene che non ci sia alcun problema. Ci sono molti aspetti da chiarire prima di avere un quadro più chiaro e sono in corso diversi approfondimenti. Si possono individuare due livelli di attenzione: le autorità sanitarie stanno trattando i passeggeri con la massima attenzione perché chi si trovava a bordo potrebbe essere stato esposto all’Hantavirus delle Ande, in grado di comportare forme polmonari gravi che possono avere anche un’alta letalità (attorno al 40%) e questo virus ha dimostrato di poter essere trasmesso tra le persone. È diverso il discorso per la popolazione in generale, perché in base a quello che sappiamo oggi il contagio avviene con contatti molto stretti come quelli che possono esserci fra coniugi, persone molto vicine o i medici che assistono i pazienti. In un ambiente meno ravvicinato, probabilmente, questo germe non si diffonde con la stessa facilità. Su quanto avvenuto, però, restano margini d’incertezza: non sappiamo ancora quale sia l’origine del focolaio e le autorità argentine stanno lavorando per capirlo. Ora come ora si pensa che il virus sia stato contratto a terra, quando la prima coppia nel corso di una gita si è recata nei pressi di una discarica dove probabilmente c’erano topi portatori di questo virus e poi hanno contagiato altre persone sulla nave. La possibilità che il focolaio si diffonda oltre l’ambiente dell’imbarcazione e si estende su ampia scala pare limitata perché la trasmissione richiede un contatto molto stretto e le persone esposte sono sotto controllo. C’era qualche timore per una hostess che aveva assistito la moglie della prima vittima ma è risultata negativa e si tratta di una bella notizia perché un’eventuale positività avrebbe significato che era possibile infettarsi anche senza essere particolarmente vicini. Considerando che il periodo d’incubazione arriva anche a 7-8 settimane ci vorranno due mesi prima di escludere ulteriori contagi, le autorità sono ben allertate e il rischio per la popolazione al momento è considerato basso. Non è possibile escludere nulla, ma sembra che si riesca a tenere sotto controllo la diffusione del virus e, stando ai dati disponibili, non ritengo che si possa delineare uno scenario come quello dell’emergenza Covid, anche se il virus può mutare: potremmo trovarci di fronte a una prospettiva simile a quanto è accaduto in passato con la Sars, che ha avuto un’espansione dei contagi ma poi è stata contenuta”.
“Non è possibile esprimere certezze – continua la giornalista e divulgatrice scientifica – ma ad ora non mi allarmerei. Ritengo, però, che quello che è successo debba farci riflettere su diversi punti. Innanzitutto bisogna prestare attenzione al contatto con il mondo selvatico, perché può favorire la contrazione di virus come questo. Un altro tema su cui vale la pena di soffermarsi riguarda gli effetti del riscaldamento globale, che sta modificando le stagioni anche nelle zone dell’estremo sud del pianeta, in prossimità dell’Antartico: si allungano i periodi caldo costringendo gli animali a spostarsi e ad aumentare i contatti con gli esseri umani, con un maggior rischio della diffusione di virus. In futuro, quindi, è più facile che si verifichino simili avvenimenti ed è necessario essere preparati a gestirli”.
A tal proposito, Roberta Villa conclude: “Mi soffermo sul fatto che le autorità si sono mosse bene dimostrando un’ottima capacità di coordinamento transnazionale. I medici di Capo Verde hanno fornito supporto iniziale, in Sudafrica i sanitari stanno gestendo i casi e le autorità stanno tracciando i contatti, la Spagna ha dato la disponibilità per lo sbarco dei passeggeri restanti con il supporto delle autorità per la gestione sanitaria e lo smistamento dei pazienti, in Argentina sono in corso indagini sul territorio per capire le origini del contagio e in Olanda un grande centro di virologia sta coordinando e seguendo le operazioni. L’Italia non è coinvolta, ma va tenuto presente che si potrebbe manifestare un grave problema sia se la situazione dell’Hantavirus delle Ande dovesse peggiorare con una vasta estensione dei contagi sia in presenza di successivi accadimenti simili. Non avendo firmato il trattato pandemico internazionale a causa di una decisione populista volta a difendere non si sa bene quale sovranità nazionale, il nostro Paese sarebbe tagliato fuori dalle informazioni sanitarie e dalla gestione globale di vaccini e farmaci. Questo strumento è fondamentale per la prevenzione, la preparazione e la gestione delle risposte alle future pandemie e non averlo sottoscritto comporta un significativo campanello d’allarme”.


