Pace e custodia del creato: sempre più urgente l’impegno per la casa comune
A ottocento anni da Francesco d’Assisi, il suo messaggio parla ancora al presente tra crisi climatica e guerre. Il teologo Simone Morandini riflette sull’eredità del Cantico e sul magistero da Papa Francesco a Leone XIV: la sfida dell’ecologia integrale. Tra negazionismi e arretramenti politici, un richiamo alla responsabilità
A ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, la sua visione del rapporto tra l’uomo e il creato continua a interpellare credenti e non credenti. In un tempo segnato da una crisi ecologica e climatica sempre più evidente, il magistero recente della Chiesa ha posto con forza la questione della salvaguardia del creato. A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il 21 aprile 2025, e dall’elezione di Papa Leone XIV, l’8 maggio 2025, ci si interroga su quanto questo insegnamento sia stato realmente recepito, sia nella comunità ecclesiale sia nella società. Nel frattempo, mentre il dibattito politico e mediatico tende a marginalizzare il tema climatico, i dati più recenti dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e del programma europeo Copernicus confermano l’accelerazione del riscaldamento globale e delle sue gravi conseguenze. Ne parliamo con il teologo Simone Morandini, tra i principali studiosi italiani di teologia della creazione ed etica ambientale. Direttore della rivista “Credere Oggi”, è vicedirettore dell’Istituto di Studi Ecumenici “San Bernardino”, dove insegna teologia ecumenica e teologia della creazione, e docente alla Facoltà Teologica del Triveneto e alla Pontificia Università Antonianum. È membro del tavolo “Custodia del Creato” della Cei e presidente del Sae Segretariato Attività Ecumeniche. Tra i suoi ultimi libri “Acqua” (2025) e “Cambiare rotta. Il futuro nell’Antropocene” (2019).

Che cosa resta davvero attuale della visione del creato di San Francesco d’Assisi e del Cantico delle creature?
“Credo che il Cantico delle creature, o Cantico di frate Sole, sia presente nella nostra memoria e nella storia in molte forme. Da un lato, è un testo studiato nelle scuole come una delle prime composizioni in lingua italiana. Al contempo, è un grande riferimento spirituale. Nel 2026, in cui ricordiamo il transito di Francesco d’Assisi proprio l’anno successivo alla composizione del Cantico, tornare su quel testo ci invita a coglierne tutte le virtualità. Oggi è impossibile farlo senza considerare la ripresa e il rilancio compiuti nello scorso decennio da parte di Papa Francesco, che ha assunto il nome del santo di Assisi e ha lasciato ispirare il magistero pontificio in modo profondo e significativo dalla sua testimonianza. Tra l’altro, il nuovo numero della rivista ‘Credere Oggi’, di cui sono direttore, è dedicato al pontificato di Papa Francesco nel segno di Francesco d’Assisi: un gesuita che sceglie il nome del fondatore dell’ordine francescano. Il Cantico e, in generale, la testimonianza di San Francesco ci rimandano, in primo luogo, al nostro profondo radicamento nella realtà del mondo creato. L’essere umano che non è degno di ‘mentovare’, di menzionare Dio, può però unirsi al grande coro che la creazione canta. In un linguaggio più laico, come quello dell’esortazione ‘Laudate Deum’ di Papa Francesco, è impossibile comprenderci come essere umani senza considerare il nostro profondo radicamento nella rete di relazioni del creato, quello che Bergoglio chiama ‘antropocentrismo situato’. La seconda eredità di San Francesco è la grande testimonianza di pace e di non violenza, in una fase in cui il nome di Dio è utilizzato spesso per giustificare la guerra, l’oppressione, il sopruso. Il rimando a colui che ha saputo seguire Cristo senza armi né violenza ma nel segno del dialogo – si pensi all’incontro con il sultano a Damietta – è un grande richiamo anche per il nostro tempo. Certo, una volta ci si chiedeva quante divisioni ha il Papa: nessuna, evidentemente. Quante divisioni ha Francesco d’Assisi? Nessuna. Neppure i suoi seguaci possono essere considerati un esercito. Ma credo che la sua eredità culturale, spirituale, religiosa sia significativa per uomini e donne di molte appartenenze religiose”.
Oggi siamo noi che dominiamo la natura fino a sconvolgerla e distruggerla. Al tempo di San Francesco la natura era percepita come ostile, da dominare, faceva paura. Il suo sguardo rappresentò una rottura culturale per l’epoca?
“Il rapporto con la natura ha avuto declinazioni variabili nel cammino dell’umanità. Certo, Francesco viveva in un tempo in cui l’umanità disegnava alcune aree protette all’interno della natura, di cui si percepiva anche la dimensione caotica, minacciosa. Ma già l’Antigone di Sofocle segnalava come gli esseri umani siano in grado di trasformare e dominare la natura. Oggi, indubbiamente, si impone questa seconda dimensione: l’umanità è il fattore principale nel determinare le dinamiche geologiche e biologiche del pianeta. È la nozione di Antropocene lasciataci in eredità da Paul Crutzen. In questa fase rileggere il Cantico significa ripensare la nostra responsabilità, perché la differenza di potere disponibile all’umanità ci colloca in una condizione in cui siamo pur sempre i figli della madre terra ma figli cresciuti, dinanzi a una madre che, al nostro cospetto, è quasi indebolita, come fosse una signora anziana. I rapporti cambiano”.
Il Cantico delle creature nasce da un uomo malato, segnato dal dolore, vicino alla fine dei suoi giorni. Forse la consapevolezza di questa condizione si avverte poco nelle interpretazioni correnti.
“Certamente c’è un’immagine un po’ romantica, alle volte, di Francesco d’Assisi: ‘dolce è sentire come nel mio cuore’, per evocare una canzone molto nota. Francesco è un uomo che ha vissuto la creazione di questo splendido testo in un momento drammatico per la sofferenza fisica – tra l’altro, era quasi cieco, non vedeva le realtà che cantava e la luce del sole per lui era un tormento – e per la fase difficile del suo rapporto con i confratelli e l’Ordine da lui fondato. Percepiva come se la sua eredità spirituale fosse modificata e riorientata in forme che non lo soddisfacevano. Era una fase di profonda crisi, diagnosticabile, secondo gli esperti di oggi, come depressione. Tuttavia, la sua reazione non è lasciarsi andare al senso del fallimento, ma è cantare lo splendore del dono di Dio per l’umanità, lo splendore della Terra, della Luna, delle stelle, e poi aggiungere la realtà del perdono e, addirittura, ‘sorella morte’. Nella luce del Dio di Gesù Cristo tutta la negatività che in quel momento investiva la sua vita viene riletta e trasformata, con uno sguardo contemplativo, in una fonte di lode e di speranza”.
Dall’enciclica “Laudato si’” sulla “cura della casa comune”alle esortazioni “Querida Amazonia” e “Laudate Deum”, il magistero di Papa Francesco affonda le sue radici nelle intuizioni francescane. Lei ha parlato di profonda sintonia di Leone XIV con il suo predecessore.
“Papa Francesco spiegò la scelta del suo nome di pontefice con riferimento esplicito a Francesco d’Assisi in quanto uomo dei poveri, uomo della pace, uomo della custodia del creato. Questi elementi hanno attraversato indubbiamente il suo pontificato. Leone XIV pone l’accento primario sulla pace, anche per la fase storica che viviamo, in cui la guerra non solo si presenta come realtà quotidiana ma intende rilegittimarsi dopo una fase storica in cui i diritti umani sembravano l’asse della convivenza. In questo contesto è chiaro che Papa Leone, anche nel declinare il messaggio evangelico, pone l’accento sulla pace: una pace disarmata e disarmante, per riprendere le parole con cui ha aperto il suo pontificato. Tuttavia, c’è anche una forte attenzione per la custodia del creato: nel messaggio per la Giornata mondiale del creato dell’1 settembre scorso, per esempio, Leone XIV ha fatto ampi riferimenti al pensiero di Francesco. Si pone in piena continuità con quel grande salto di qualità che il suo predecessore ha impresso all’investimento della Chiesa cattolica sui temi del creato. È doveroso che in questa fase l’accento cada altrove: la guerra stessa è diventata la prima minaccia alla stabilità del creato. L’incapacità della famiglia umana di attivare forme di collaborazione a livello internazionale è tale anche rispetto alla cura della casa comune. Un tema già presente nel magistero di Francesco. In ‘Fratelli tutti’, un’altra enciclica francescana, Papa Bergoglio si chiedeva quale forma debba assumere la convivenza della famiglia umana per essere all’altezza della grande sfida di prendersi cura insieme della madre terra. C’è davvero una profonda sintonia tra i due pontificati”.
A che punto è la ricezione di questo insegnamento nella Chiesa e nella società?
“Credo che mai come in questo tempo vediamo quanto una parola di pace possa essere percepita come divisiva, non nel senso di creare divisioni quanto in quello di rivelarle come, nella Scrittura, la spada a doppio taglio che scende fino alla giuntura del cuore. Se da un lato è sempre più forte, ad esempio anche da parte della Chiesa cattolica italiana, l’investimento sui temi della pace e della cura del creato, dall’altro assistiamo a reazioni molto violente, fino a giungere a dichiarare il Papa incompetente su questi temi. In questo momento, al contrario, appare con grandissima forza come una saggia parola teologica sia rilevante per lo spazio pubblico, non per occuparlo ma per segnalare con forza profetica l’istanza di pace e di giustizia in un contesto di laicità”.
Il concetto di ecologia integrale è diventato quasi uno slogan: dove ne possiamo vedere esempi concreti?
“Ci sono molte pratiche. Una particolarmente rilevante è quella delle comunità energetiche sostenibili e solidali promosse dalla Chiesa cattolica italiana. Poi c’è un’attenzione diffusa ai nuovi stili di vita, ai consumi, sia personali sia comunitari. Penso a realtà storiche, come la Fondazione Lanza, e a quelle più recenti, come le comunità Laudato si’ e il Movimento Laudato si’. Sta crescendo anche la sensibilità per il disinvestimento dalle banche che investono nei combustibili fossili”.
I dati sul riscaldamento globale e le sue gravi conseguenze sono sempre più allarmanti. Eppure, il Green Deal europeo è sotto attacco, la transizione ecologica arretra nel dibattito politico, oggi negli Stati Uniti, a livello governativo, è proibito persino parlare di cambiamento climatico. Come spiega questa deriva?
“È un paradosso. Inaccettabile è lo spostamento nell’uso del termine ‘sostenibile’, che significa, in primo luogo, garantire un futuro climaticamente abitabile alle prossime generazioni. Ora si preferisce accentuare la cosiddetta sostenibilità economica contro le cosiddette ideologie verdi. Quanto tutto questo sia distorcente è rivelato non solo dai dati climatici ma dai fenomeni che ogni giorno devastano anche il nostro territorio, come le montagne che si spaccano e le zone che acquistano fisionomie completamente diverse, frutti molto tangibili del mutamento climatico. Il negazionismo non è solo immorale, ma è anche completamente contrario a ogni razionalità. Per di più, l’attuale contingenza politica mostra quanto irrazionale sia perseguire una strategia centrata sui combustibili fossili. Sono una fonte di guerra. Un’economia basata su di essi fa pagare prezzi altissimi, specie ai soggetti più deboli. Di fronte a fonti energetiche così potentemente conflittuali, orientarsi sulle rinnovabili non significa solo tutelare le generazioni future contro il degrado ambientale, ma garantire anche alla generazione presente una forma di approvvigionamento energetico più economica e accessibile in modo continuativo. E sappiamo quanto la povertà energetica sia grave in alcuni contesti”.
A Santa Marta, in Colombia, si è tenuta dal 24 al 27 aprile una conferenza con 57 Paesi per proseguire nel percorso di transizione dai combustibili fossili, già indicato da “Laudate Deum” e definito alla conferenza di Dubai del 2023. L’Italia era presente con il suo inviato speciale per il clima.
“Per fortuna ci sono ancora Paesi che, forse anche perché più esposti direttamente e in modo potente al degrado ambientale, mantengono attenzione e memoria. È chiaro, però, che una posizione completamente negazionista da parte degli Stati Uniti e un indebolimento dell’attenzione in questa direzione da parte dell’Unione Europea, storicamente uno dei soggetti più forti nel premere in questo senso, indeboliscono il percorso mondiale. Lo dico non per essere pessimista – non amo affatto esserlo – ma per segnalare la grande responsabilità di noi, in quanto Paese e membro della comunità europea, anche in quanto Chiesa italiana ed europea: siamo chiamati ad assumere un impegno di cura per la casa comune assai maggiore di adesso. La Carta Ecumenica, siglata lo scorso autunno dalle Chiese europee, menziona la salvaguardia del creato come uno degli obiettivi di impegno condiviso. È un dato importante. Anche la dimensione ecumenica è di grande rilevanza per il tema della cura del creato”.


