Logo

Temi del giorno:

Ripreso più volte dalle telecamere del cimitero, non solo la notte del 18 marzo. lnterrogato sette ore dal pm, perquisizioni nelle proprietà di Sant’Omobono Terme

Se basta un po’ di pioggia a rendere pungente l’aria di maggio in Valle Imagna, viene spontaneo chiedersi quanto possa essere gelida, da queste parti, una notte di novembre. E quali astruse, imperscrutabili motivazioni, possano aver spinto a sfidare quel gelo chi ha profanato la tomba di Pamela Genini nel minuscolo cimitero di Strozza, una manciata di chilometri a valle rispetto a Sant’Omobono Terme.

Qui, mercoledì sera, i carabinieri di Bergamo hanno fatto tappa dopo il lungo interrogatorio che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Francesco Dolci, l’uomo che la sera del 14 ottobre Pamela aveva contattato prima di essere uccisa con 77 coltellate dall’ex fidanzato. L’uomo che voleva salvarla e che ora, pare incredibile, è sospettato di aver trafugato la bara e rubato la testa della giovane. “Uccisa una seconda volta”, per usare un’espressione della madre Una.

Pochi giorni dopo i funerali, qualcuno ha violato la bara di zinco bianca, tagliandole la testa e portandola chissà dove. I carabinieri la stanno cercando nella vasta proprietà dei Dolci, insieme al flessibile e al mastice presumibilmente usati durante la profanazione. Le torce hanno a lungo rischiarato un buio deposito per attrezzi, ma al momento il bilancio della perquisizione resta sconosciuto.

Quel che è certo, è che il 41enne impresario edile di Sant’Omobono ha risposto alle domande del pm Giancarlo Mancusi senza ammettere nulla. Anzi, rigettando ogni accusa dopo 7 ore di interrogatorio passate tra una boccata di sigaretta e l’altra: “Non so a chi ho pestato i piedi per arrivare a tanto contro di me – dichiara ai cronisti schierati davanti all’abitazione isolata dal nastro dei carabinieri -. Stamattina dovevo verbalizzare determinate cose e mi hanno fermato in anticipo. Vogliono tapparmi la bocca”.

A chi gli chiede come si sente ora che è indagato, lui risponde: “Sto bene, perché non ho fatto nulla”. Chi non sembra stare affatto bene sono i suoi familiari. La madre Lucia, circondata dalla telecamere, costretta a coprirsi il volto con un panno per non farsi riprendere mentre urla l’innocenza del figlio: “Andate via – supplica – non ha fatto niente”. E il padre Livio, sballottato su e giù dalla valle e portato nella notte in caserma per sbrigare parti burocratiche. La proprietà perquisita, del resto, è anche sua.

Il padre di Francesco Dolci è convinto che il figlio sia vittima di un complotto, facile bersaglio di minacce. Le stesse che ha denunciato alle caserme di mezza Valle Imagna e che, per il momento, non hanno portato a nulla di concreto; a nessuna pista alternativa tale da essere sondata con convinzione; a nessuna presunta organizzazione che sfruttava Pamela per fini criminali. “Vogliono tapparmi la bocca”, ripete Dolci. Che, in realtà, è sempre stato libero di parlare nei salotti televisivi, addensando attorno a sé ombre e sospetti. Lasciando germogliare il seme di un movente “ossessivo”. Lui, che si è sempre detto al centro della vita di Pamela.

A proposito di ossessioni o presunte tali: a complicare la sua posizione c’è un video del 18 marzo che lo ritrae di notte all’esterno del cimitero, in quei giorni chiuso per lavori. Non entra, ma si apposta sulla destra: una posizione che potrebbe garantirgli una visuale più ambia sul loculo di Pamela. Secondo gli investigatori, starebbe proprio controllando che i lavori non avessero interessato il loculo della giovane. Ma non è l’unico filmato, quantomeno, ritenuto sospetto. Le telecamere del cimitero lo riprendono anche nei giorni successivi mentre osserva con insistenza il loculo, ormai prossimo a essere trasferito nella tomba di famiglia il 23 marzo, giorno in cui gli addetti delle pompe funebri scoprono la profanazione. Nei giorni seguenti, quando il corpo di Pamela era già stato spostato altrove perché sotto sequestro, Dolci torna al cimitero. Nei filmati, continua a fissare a lungo punti precisi del loculo; punti considerati di particolare interesse investigativo perché corrispondenti ai segni lasciati dalla manomissione: un tassello nella parte superiore, al centro, una lieve scollatura sul lato inferiore e tracce di mastice nell’angolo in basso a destra e sulla tomba sottostante, vuota.

Anche per questo è stato indagato, per chiedergli conto di queste stranezze. Anche le fotografie da lui scattate, agli occhi di indaga, potrebbero rispondere alla medesima logica di controllo e ossessività (sempre presunta, sia chiaro). Tra queste foto c’è quella del 7 novembre, la prima a documentare lo stato del loculo dopo lo scempio. Quel giorno appare in buone condizioni, adornato di fiori. Nell’angolo in basso a destra, però, si nota una sostanza marrone: il mastice appunto, fuoriuscito e utilizzato dal profanatore — o dai profanatori — per richiudere la bara. Quello scatto suggerirebbe che l’orrore fosse già avvenuto. La stessa sostanza marrone compare anche in una fotografia del 19 novembre e in un’altra del 13 gennaio, entrambe mostrate agli investigatori dallo stesso Dolci. Tracce che nelle 8 foto scattate da Dolci tra il 7 novembre e il 23 marzo sembrano via via ripulite.

Nella notte, alle 3.15, l’uomo ha lasciato la caserma insieme al padre e al suo avvocato, al volante della sua Opel Adam, senza rilasciare dichiarazioni. Ai giornalisti, però, ha promesso che presto racconterà tutta la verità. La sua, perlomeno.